La Repubblica di Montefiorino incarna pagine di lotta e speranza, storia e memoria in un lembo d’Appennino. Com’è successo a diverse vicende del 1943-1945, intorno a quest’esperienza politica e partigiana si forma la brina del mito. Per scioglierla, e per capirci qualcosa, c’è bisogno di Public History.

Per prima cosa, però, è bene fare chiarezza sul tempo e sullo spazio di questa vicenda. La “Repubblica di Montefiorino” nasce il 18 giugno 1944, quando i partigiani occupano la Rocca. Prignano, Polinago e Frassinoro, Toano, Villa Minozzo e Ligonchio: 600 chilometri quadrati di Appennino fra Modena e Reggio Emilia diventano zona libera. Giungono lì centinaia di renitenti alla leva, uomini speranzosi di non essere travolti dalla guerra e ragazzi che sognano di diventare partigiani. Sono oltre 5.000, ma il 30 luglio un rastrellamento tedesco li costringe a mettersi in salvo verso le valli o le montagne vicine.

In cammino dalla Repubblica di Montefiorino alla Repubblica italiana

La Rocca di Montefiorino

I sogni di libertà vengono spazzati via. Quello che resta è la dimensione quotidiana delle amministrazioni comunali, scelte dai capifamiglia e costruite in alternativa alle autorità fasciste. Fra l’autunno e l’inverno, quando la zona torna a essere libera e si dà un organo comune, bisogna andare avanti con prese di posizione e compromessi, sperando che non arrivi un nuovo attacco massiccio.

Partigiani e civili, clandestini di pianura e braccati di montagna, slanci di accoglienza e rifiuti di paura. Montefiorino e l’alta valle del Secchia vivono storie complesse e affascinanti, che ci chiamano ancora verso i monti. Bisogna andare sui posti, per comprenderle davvero.

“Repubblica di Montefiorino”?

Il primo passo può essere una visita al Museo della Repubblica di Montefiorino e della Resistenza italiana. Da quelle sale si capisce che parlare di “repubblica” è improprio, una distorsione che ha ricalcato il bisogno di celebrarla per difenderla. Ma oggi, a oltre settant’anni da quei giorni, per proteggerla da attacchi in malafede e calunnie, c’è ancora bisogno di chiamarla “repubblica di Montefiorino”? Nel nostro tempo, per custodirne la memoria, è molto meglio raccontarne la storia in modo scientifico. E definirla “zona libera”, per restituirla al suo spazio e al suo tempo.

Tempo e spazio, storia e cammino

Già, lo spazio e il tempo. Le coordinate della Public History. Viaggiare fra queste categorie è una missione che chiama ad aprire i libri, a entrare negli archivi e ad allacciarsi le scarpe. Studiare e camminare, soppesare e osservare, delineare equilibri sulla carta e sottoporli alla prova del campo. Leggere il tempo nello spazio è fondamentale per capire ciò che ha acceso il mito della “Repubblica di Montefiorino”.

Epigrafe collocata sul monumento “ai Caduti di tutte le guerre” di Gusciola

La zona libera è figlia di un paesaggio che permette ai disperati d’imboscarsi e scoraggia le incursioni degli eserciti nemici. Non ci sono strade? La vita è più semplice per chi inizia a resistere con la speranza di difendersi dalla cattura. Pochi montanari sono antifascisti? Sì, ma la miseria e la fame non li avvicinano certo alla retorica del Duce. Poi i nascondigli ci sono, eccome: borghi lontani dai traffici, case di famiglie amiche, anfratti noti solo ai pochi che ci sono cresciuti in mezzo. Fra il Dolo e il Dragone tanti luoghi possono incubare idee ribelli, ma servono cautela e prudenza. I pericoli non mancano…

Dalle valli ai monti

Mentre guido verso Casola, dove mi attendono i partecipanti a History Camp 2.0, Paola mi confida che salire da Sassuolo a Montefiorino le fa sempre uno strano effetto, “di leggerezza e pesantezza allo stesso tempo. Perché appena usciamo dalla cappa della pianura, mi sembra di respirare meglio. Sarà anche che con lo sguardo sono libera di spaziare nella valle del Secchia e poi in quella del Dragone… Mentre saliamo, però, mi sento anche via via più pesante, perché in quasi tutti i nomi di paesi e località, che leggo lungo la strada, riconosco i luoghi citati in documenti o testimonianze. Mi stupisce sempre scoprire che spesso si tratta di poche case sparse fatte di sassi. Oggi molte sono ben aggiustate e usate come seconde case… e ci credo! Ti ricordi che fresco c’era in casa di Antonella quel sabato a Vitriola…

Scritta fascista sui muri di Vitriola

Guarda anche lì, nei cartelli bianchi e rossi del CAI: di là per Montefiorino, di qua per La Verna. E prima ho letto Frassinoro, Ponte Dolo, Rubbiano, La Volta… Oggi ci andiamo a fare le passeggiate. Ce ne andiamo tranquilli tranquilli tra i boschi e i campi. Oggi! Ma io – ogni volta che veniamo su di qua, parcheggiamo l’auto e prendiamo questo o quel sentiero – sprofondo in un passato che si affolla di voci… La Verna… in quella lettera dell’aprile del 1945, quella famiglia, quei bambini e quelle donne di Vetriola senza vestiti, che ripiegano sui paracaduti… Sì sì, Vetriola e non Vitriola, perché in dialetto suona più così. Certo, di storie simili ne abbiamo tante anche in pianura, ma qui, nella tranquillità, nel silenzio, nella pausa mentale che proviamo a concederci quando saliamo in Appennino… finisce che si sentono di più.”

Farneta negli anni Venti

All’inizio degli anni Venti il borgo e le campagne di Farneta contano circa 900 abitanti. Contadini, allevatori, produttori in proprio. Gente che lavora piccoli poderi, gente che prega e si rassegna, gente che emigra. La fatica indurisce, la fame morde: perché non cercare fortuna altrove? Magari con l’idea di tornare, presto o tardi…

Nell’alta valle del Secchia ben pochi si accorgono del “Biennio Rosso”: i socialisti non raccolgono consensi, ma nemmeno i fascisti. Le tensioni della pianura emiliana lasciano spazio a una rassegnazione operosa, a una miseria obbediente, a una fede che rassicura. Lassù sembra che nulla possa cambiare per davvero: chi potrebbe mai sconvolgere equilibri che durano da secoli? Non ci sono riusciti neppure la Grande Guerra e l’emigrazione…

Quel fatidico 1924…

E invece, anche a Farneta arriva il 1924. I sussulti non si devono alla “legge truffa” e al delitto Matteotti, bensì agli effetti della “bonifica integrale”. I fascisti non vogliono solo strappare terreni alle paludi, ma ricostruire i tessuti stradali e sociali delle pianure. Per farlo, però, hanno bisogno di energia elettrica: mancando il carbone e il petrolio, bisogna fare largo all’acqua. Perché non stravolgere i corsi del Dolo e del Dragone, creando invasi sufficienti ad alimentare una centrale idroelettrica? Nascono così i bacini di Fontanaluccia e Riccovolto, collegati al grande impianto di Farneta.

Ma eccomi a destinazione: è tempo di tornare al presente e al trekking affidatomi da Arci Modena. Salgo sul pullman di History Camp 2.0 e mi presento ai ragazzi mentre scendiamo verso valle. Non è facile rompere il ghiaccio al microfono mentre le curve si susseguono, ma scorgo facce attente e occhi curiosi. Ottimo segno!

In cammino dalla Repubblica di Montefiorino alla Repubblica italiana

La centrale ci accoglie nel silenzio di un Dolo quasi in secca. Appena il cancello si apre, entriamo in un mondo di acqua e macchine. ENEL sa benissimo chi siamo: non può mica entrare chiunque, l’impianto è un “obiettivo sensibile”. Quando lo dico al microfono, qualcuno inizia a ridere sotto i baffi. Sento che qui può scattare il meccanismo che lega tutti noi alla storia. Anche Serena se ne accorge e mi dà corda. “La centrale è sempre stata un obiettivo sensibile. Lo scopriremo presto!”

Una visita da ricordare

In cammino dalla Repubblica di Montefiorino alla Repubblica italiana

Ci accolgono due addetti, ci dividiamo i compiti narrativi: a loro la parte tecnica, a me quella storica. Racconto l’avvio del cantiere e lo sciopero del 1925. Entrano nel discorso temi complessi, legati al fascismo e alle sue politiche nel territorio: la bonifica integrale, i progetti per la sbracciantizzazione della pianura, la speranza di colonizzare pianure ostili con famiglie dalla provata fedeltà littoria… Arrivano le prime domande: intuisco che non saranno le ultime e questo mi rende felice. Una curiosità che si accende è un pensiero nuovo che nasce.

Le spiegazioni tecniche vanno dritte al punto come una condotta forzata. Dalle parole dei nostri accompagnatori traspaiono l’amore per la propria professione e la capacità di far vedere a tutti l’energia invisibile che nasce in centrale. Esco dall’aula arricchito, tenendo negli occhi il video dell’inaugurazione. Correva il 25 novembre 1928…

Nella parte museale e didattica della centrale non mi colpiscono tanto le macchine, quanto le pagine del quotidiano che sembrano emergere da ogni angolo. Arrivano altre domande, che centrano i nodi più difficili. Già, con il senno di poi è chiaro che la bonifica integrale, la sbracciantizzazione e la battaglia del grano non possono convivere e andare a segno tutte insieme. La storia, però, quando la vivi, è una pellicola tutta da imprimere. Sta proprio lì, in quella complessità di aperture, il suo fascino.

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L’ambiente della Centrale è talmente coinvolgente che Paola quasi si scorda di togliersi il caschetto prima di uscire! 🙂 Ma anche l’esterno è pieno di cose interessanti, che ci aiutano a capire il linguaggio e gli obiettivi della propaganda fascista. E per radunare di nuovo tutto il gruppo ci vuole un po’ più del previsto. Alla fine si riparte.

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Gusciola nell’inverno dell’incertezza

Pullman, curve, domande. Il viaggio verso Gusciola è un tuffo nelle differenze tra i fascismi. Anche nel 1925 il littorio stringe slanci differenti, obiettivi opposti, speranze in conflitto. Perché esce vincitrice proprio l’esaltazione della romanità imperiale? Rifletto, propongo una risposta che tira in ballo gli equilibri di potere e il fascino ideologico dell’antica grandezza italica. Vorrei fermarmi, riaprire libri, intavolare discorsi, ma nella piazza Tincani e Martelli incombe la prossima storia.

In piazza Tincani e Martelli a Gusciola

Già, Carlo Tincani e Ultimo Martelli. Ragazzi come tanti di noi, ieri e oggi. Due ventenni di Gusciola che all’improvviso vengono chiamati a combattere per Mussolini. Si nascondono, ma i fascisti li catturano e li fucilano per vendicare il primo fuoco aperto dai “ribelli” contro i carabinieri in rastrellamento. Una memoria dolorosa, quasi impossibile, affidata alle parole di un cappellano militare fascista, nella lapide che li ricorda.

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“Perché per ricordare i due ragazzi sono state scelte le parole di un sacerdote fascista?”

La domanda si diffonde subito in tutto il gruppo. Non è possibile capirlo, senza entrare nella storia del luogo. In tanti angoli di quei monti le comunità invocano perdono, quiete, oblio. La loro fede cristiana non tollera le epopee, esige di appiattire meriti e responsabilità in nome della pace sociale. Discutibile? Certo. Legittimo? Altrettanto. Eccole qui, le spine della memoria.

Un passo dopo l’altro

Salendo verso Farneta

Ci mettiamo in cammino verso Farneta. Superiamo il cimitero dove Carlo e Ultimo riposano nelle tombe di famiglia, a pochi metri di distanza. Ci guardiamo intorno: dove oggi dominano i boschi, cent’anni fa si trovavano tanti campi coltivati. Le strade sono linguette d’asfalto, piene di curve e saliscendi. Non sai mai del tutto cosa ti aspetta dietro la prossima discesa. Non puoi immaginare che sbuchi Rina: la conosco da poco e non sapevo che abitasse proprio lì. La presento ai ragazzi: si sente già vicina ai nostri passi. Come potrebbe essere altrimenti? Rina è nipote di Ultimo, morto prima che lei nascesse. Vive accanto alla sua casa e le sembra di conoscerlo di persona, per quante volte gliel’hanno “raccontato”. “È nato là, nella casa di sasso. È sempre stato qui, contadino e mugnaio”. Nelle sue parole la storia recupera l’anima: mi emoziono ancora adesso, mentre scrivo…

La “capitale” del secondo inverno

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Salita, caldo, panorami. La valle del Dolo si spalanca sotto i nostri piedi, mentre raggiungiamo Farneta. Nell’inverno fra il 1944 e il 1945 il borgo diventa “la capitale” della “Repubblica di Montefiorino”, o – per meglio dire – il punto di riferimento politico e militare per la seconda fase della zona libera. Il Castello ospita il Comando centrale della Divisione Modena Montagna e le sedi del Clnm, del Tribunale Militare e del Corpo di Polizia partigiana. I tedeschi non rinunciano ad attacchi e rastrellamenti, ma lasciano libera la zona di Montefiorino. Dei presidi fascisti nemmeno l’ombra: la Repubblica Sociale Italiana non ha la forza di controllare le periferie.

La nostra ultima tappa, al castello di Farneta

Questa storia segna ancora lo spazio del borgo, poiché una lapide ricorda la gloria e le difficoltà del secondo inverno partigiano. A uno sguardo più consapevole, però, le pendici del Monte Modino e la strada verso il borgo di Gusciola rivelano indizi che portano ad altre vicende. I nascondigli dei primi gruppi “ribelli”, i rastrellamenti dei carabinieri, gli scontri a fuoco, la nascita sofferta della Resistenza. Poi l’estate del mito, “la Repubblica di Montefiorino”, le fiamme del rastrellamento tedesco, le porte delle case che si chiudono per paura e – qualche volta – si aprono per pietà.

Alla fine del trekking rientriamo alla base in pullman. Mi sento soddisfatto: ho visto gli occhi dei ragazzi pronti ad afferrare la complessità del passato. Ancora meglio, le tante domande sono indizi di menti capaci di pensare storicamente. Quando scendiamo verso valle per tornare a casa, accompagniamo Federica alla centrale di Farneta perché deve recuperare la sua auto.

Durante il viaggio le chiacchiere sulla giornata lasciano presto spazio alla potenza narrativa della memoria. Se non ci fossero i nonni… tante volte sono proprio i loro racconti a instillare nei nipoti la passione per la storia. Come fai a non incuriosirti, quando ascolti le vicende di uomini comuni chiamati a vivere esperienze fuori dal comune? Quante volte avranno ripensato ai momenti decisivi delle loro giovinezze e ai ricordi di famiglia, con quale spirito li avranno rivissuti e condivisi con i loro cari! Capitoli di esistenza, scie dell’anima, ricordi di vita: ogni volta che qualcuno apre lo scrigno del proprio passato, frammenti di umanità riemergono dall’oblio. Seguire le tracce lasciate dalle donne e dagli uomini è proprio il nocciolo del mio mestiere: ogni volta che posso farlo, mi sento onorato e privilegiato.

Tornando a casa…

“E’ successo anche questa volta!”, mi dice Paola, scuotendomi dai miei pensieri.

“Cosa?” le chiedo, pensando di averne combinata una delle mie… 🙂

“Quello che ci è successo altre volte facendo altri trekking sull’Appennino! Ti ricordi quella volta a Renno? Anche questa volta abbiamo attirato l’attenzione dei residenti e smosso le memorie, l’interesse, la voglia di raccontarsi, aggiungere un pezzetto, storie alla storia… Penso a Rina, ma anche a quella signora che si è affacciata dalla finestra del castello di Farneta per informarci che, certo, non sembra, ma il castello è del 1400. E di quell’altra signora ancora, sbucata dal voltone, che sentendoti raccontare ha commentato che ne sappiamo più di lei. E poi ha chiamato una terza signora e sono rimaste tutte e due lì, ad ascoltarti, e a fare le loro considerazioni… Ad organizzarlo apposta non sarebbe venuto così bene!”

Magia? No, si chiama Public History.

p.s.: qui sotto altre 9 foto per rivivere con noi qualche momento di un bellissimo pomeriggio!

In cammino dalla Repubblica di Montefiorino alla Repubblica italiana

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