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La Repubblica di Montefiorino incarna pagine di lotta e speranza, storia e memoria in un lembo d’Appennino. Come succede in relazione a diverse vicende del 1943-1945, intorno a quest’esperienza politica e partigiana si forma la brina del mito. Per scioglierla, e per capirci qualcosa, c’è bisogno di un approccio storico.

“Repubblica di Montefiorino”?

Parlare di “repubblica” è in realtà improprio. Si tratta di una distorsione lessicale, che fin dall’immediato dopoguerra ha ricalcato il bisogno di celebrare quell’esperienza partigiana per difenderla dagli attacchi di chi non la voleva riconoscere. Ma oggi, a oltre settant’anni da quei giorni, per proteggerla da attacchi in malafede e calunnie, c’è ancora bisogno di chiamarla “repubblica di Montefiorino”? Nel nostro tempo, per custodirne la memoria, è molto meglio raccontarne la storia in modo scientifico. E definirla “zona libera”, per restituirla al suo spazio e al suo tempo.

Nelle mie ricerche storiche sulla Resistenza emiliana ho fatto spesso i conti con quello che accadde sull’Appennino modenese e reggiano fra l’estate del 1944 e la Liberazione. In questo post proporrò una sintesi a partire dalle ricerche svolte per la mostra Mario Ricci “Armando” dal mito alla storia e per il saggio Lottare per scegliere. Antifascismo, Resistenza e ricostruzione a Spilamberto. Cliccando sui due link, puoi scoprire qualcosa in più sui due progetti e su dove trovare le pubblicazioni.

Rocca di Montefiorino - Repubblica di Montefiorino

La rocca di Montefiorino

Prima della zona libera: la montagna modenese nella primavera del 1944

Il mito della “Repubblica di Montefiorino” non nasce insieme agli eventi che generano la zona libera. I primi mesi della Resistenza modenese e reggiana sono infatti molto più complessi e caotici che epici. Le formazioni partigiane devono fronteggiare i pericoli della clandestinità in un territorio non sempre adatto alla guerriglia. Mario Ricci, il comandante “Armando”, fatica molto a radunare intorno a sé un gruppo stabile di combattenti.

La Resistenza dei montanari è figlia di un paesaggio naturale e umano che permette ai disperati d’imboscarsi. Non ci sono strade? Allora la vita è più semplice per chi inizia a resistere con la speranza di difendersi dalla cattura, poiché girano molti meno nazisti e fascisti. Sui pendii e nelle valli dell’Appennino poche famiglie si occupano di politica, ma la miseria e la fame non le avvicinano certo alla retorica del Duce. Poi i nascondigli non mancano: borghi lontani dai traffici, case di famiglie amiche, anfratti noti solo ai pochi che ci sono cresciuti in mezzo.

Gli scenari diventano più favorevoli con l’arrivo della primavera. Subito dopo la metà di aprile sale in montagna il Osvaldo Poppi “Davide”, che contribuisce a riorganizzare la Resistenza modenese. Alla fine del mese nasce il Battaglione “Ciro Menotti”, destinato poi ad allargarsi fino a diventare una brigata. Nelle settimane successive i partigiani portano attacchi nella zona di Fanano, Sestola e Montecreto.

Le azioni si intensificano intorno al 25 maggio, quando scade il termine dell’amnistia fascista. Nonostante la minaccia della condanna a morte, tanti renitenti alla leva scelgono di non presentarsi nelle caserme e si danno alla macchia, unendosi alla Resistenza. Negli ultimi giorni del mese gli uomini di Armando si sganciano verso il reggiano, fermandosi a recuperare energie in val d’Asta.

Come nasce la zona libera di Montefiorino?

All’inizio di giugno le formazioni della Brigata “Ciro Menotti” ricominciano ad attaccare i presidi fascisti tra il Frignano e la valle del Dolo. I comandi della Guardia nazionale repubblicana sono costretti a ripiegare verso zone più controllabili. Il momento decisivo arriva fra il 17 e il 18 giugno, quando i partigiani assediano la Rocca di Montefiorino. Alcuni fascisti cercano di resistere, ma sono costretti ad arrendersi e a ripiegare altrove.

Il comandante Armando prende così il controllo di una fortezza che era stata caposaldo e simbolo del fascismo repubblicano nell’alta valle del Secchia. Inizia l’esperienza della zona libera, che poi molti partigiani chiameranno “Repubblica di Montefiorino”. È un’area dove i nazisti e i fascisti non hanno alcun controllo. Il territorio si estende per 600 chilometri quadrati tra l’Appennino modenese e quello reggiano. Oltre a Montefiorino, comprende i Comuni di Frassinoro, Polinago, Prignano sulla Secchia, Toano, Villa Minozzo e Ligonchio.

Il Monte Santa Giulia, con Monchio, Costrignano e Susano, visto dalla rocca di Montefiorino - Repubblica di Montefiorino

Il Monte Santa Giulia, con Monchio, Costrignano e Susano, visto dalla rocca di Montefiorino

Un esperimento politico

L’organizzazione della Resistenza si attiva per organizzare elezioni amministrative in tutti questi municipi. Non c’è il tempo di inventare modalità di partecipazione o di scrivere leggi elettorali, quindi spesso votano i capifamiglia. Si tratta comunque di un’esperienza per molti inedita, dal momento che il regime fascista ha abolito tutte le consultazioni. Al posto dei podestà, che riuniva in sé i poteri del sindaco, della giunta e del consiglio comunale, si insediano “primi cittadini” eletti dal basso.

Le giunte si attivano per risolvere i problemi dell’approvvigionamento alimentare e per cercare soluzioni alle miserie della montagna. Non è semplice dirimere questioni così complesse, che richiedono uno studio approfondito e competenze specifiche. I risultati non sono sempre rilevanti, ma lo sforzo organizzativo della Resistenza è significativo. I partigiani sanno infatti che la popolazione non può reggere a lungo il peso di quasi 5.000 volontari della libertà, provenienti da varie realtà e spesso “lontani” dalla mentalità dei montanari. Questo piccolo corpo d’armata deve contribuire al proprio sostentamento. Per questo diversi partigiani aiutano le famiglie contadine nel lavoro dei campi, mentre altri portano avanti l’addestramento militare.

La presenza di tanti giovani “forestieri” genera tuttavia anche altre situazioni di potenziale confitto. Nell’alta valle del Secchia le comunità sono molto legate alla tradizione cattolica e vedono spesso i comunisti come una minaccia. Parecchi combattenti non hanno ancora le idee chiare, ma aderiscono alle brigate Garibaldi e indossano volentieri qualcosa di rosso, poiché vedono nei marxisti i combattenti più risoluti. Nascono dunque diversi malintesi tra chi vorrebbe togliere i fazzoletti e chi invece porta orgoglioso anche la camicia di color vermiglio. In queste tensioni si vedono i contrasti che dividono i comunisti e i loro oppositori, tra i quali spiccano i cattolici.

Una bandiera delle Brigate Garibaldi - Repubblica di Montefiorino

Una bandiera delle Brigate Garibaldi

L’organizzazione militare

Nella prima fase dell’estate, l’alta valle del Secchia attira renitenti alla leva e aspiranti partigiani da tutta l’Emilia. Sono giovani che fino ad allora hanno vissuto alla macchia. Molti di loro si sono nascosti nei fienili o nei rifugi di campagna per sfuggire ai rastrellamenti dei fascisti. A Montefiorino anche chi non ha mai impugnato un’arma può sperare di restarsene al sicuro, senza doversi più nascondere, fino all’arrivo degli Alleati.

All’inizio dell’estate gli organici della Resistenza si allargano dunque in maniera notevole. Armando diventa comandante del Corpo d’Armata Centro Emilia, che riunisce partigiani modenesi e reggiani. Dopo mesi di attacchi a sorpresa e ripiegamenti strategici, è chiamato a difendere un territorio amministrato dai partigiani. La Resistenza non ha però le armi, né le forze militari per sostenere un’offensiva massiccia. Molti combattenti sono appena giunti in montagna e non sono in grado di reggere l’urto di un combattimento vero.

Nazisti all’attacco: l’operazione Wallenstein III

Il 30 luglio 1944 i nazisti organizzano un attacco massiccio contro la zona libera Montefiorino. Nel rastrellamento, chiamato Operazione Wallenstein III, le forze occupanti impiegano reparti corazzati. Li appoggiano inoltre un’intendenza, incaricata di curare i rifornimenti, e diversi collaborazionisti, che conoscono molto bene il territorio.

I partigiani della zona libera sono isolati e non hanno armi sufficienti a contenere la più grande operazione contro i ribelli italiani di tutta la guerra. Armando sa che molti giovani non hanno mai combattuto e teme che possano cedere in massa. Il comando della zona libera tenta di resistere, ma lo sbandamento di alcune formazioni diventa ogni ora più preoccupante. Il 31 luglio Armando lascia la rocca di Montefiorino e ordina lo sganciamento verso le valli modenesi, muovendosi insieme ai suoi uomini.

Non avendo né le armi né le forze necessarie alla difesa, il comandante cerca di ripiegare con ordine per salvare i partigiani e ricominciare la lotta. Tuttavia la violenza del rastrellamento è dirompente. Alcuni ragazzi non conoscono bene l’Appennino e si fanno prendere dal panico. Diversi reparti si smembrano: i partigiani cercano di raggiungere le collina alla spicciolata, smarrendo i contatti con i compagni. Altri gruppi sbagliano strada e si trovano di fronte ai soldati nazisti. Succede al nucleo bolognese della Brigata “Stella Rossa”, che s’imbatte nelle truppe germaniche al Passo delle Forbici e subisce diverse perdite.

Soltanto le formazioni composte da elementi locali e i battaglioni dei partigiani più esperti riescono a resistere per qualche giorno. A Saltino e a Monchio i combattimenti durano fino al 2 agosto, poi i nazisti prendono il controllo dell’area. Fra il 3 e il 6 agosto il rastrellamento raggiunge infine l’area di Gombola, dove si trova il comando di Marcello Catellani. Anche quest’ultima divisione è dunque costretta a ripiegare temporaneamente verso valle.

Panorama dalla vetta del Monte Santa Giulia, alle cui pendici si trovano alcune delle località in cui i partigiani della zona libera resistettero più a lungo

Panorama dalla vetta del Monte Santa Giulia, alle cui pendici si trovano alcune delle località in cui i partigiani della zona libera resistettero più a lungo

I problemi del ripiegamento

Il ripiegamento verso le valli è un susseguirsi di pericoli e tensioni. Nelle formazioni partigiane i litigi portano all’allontanamento temporaneo o definitivo di alcuni membri. Anche Armando riceve accuse pesanti: i cattolici gli contestano la scelta di non aver mantenuto saldo il comando a Montefiorino. I più minacciosi sono tuttavia i seguaci del controverso e sanguinario comandante Nello Pini, fucilato prima della ritirata. Alcuni vorrebbero consumare la vendetta uccidendo Armando, ma vengono fermati in tempo.

Mario Ricci e i suoi uomini più fidati si trasferiscono dunque nella valle del Panaro, dove s’impegnano a riorganizzare la lotta. In diversi luoghi della media e bassa montagna si verificano anche situazioni difficili da spiegare e da comprendere, poiché nel caos del rastrellamento pochi riescono a produrre memorie e documenti. Nelle settimane della riorganizzazione in collina le formazioni partigiane scrivono attacchi veementi o resoconti per difendersi dalle accuse. Com’è normale che sia, nessuno si preoccupa di agevolare coloro che, diversi anni dopo, s’impegneranno a ricostruire criticamente le vicende… Ma anche questo è il “bello” del mestiere degli storici!

Gruppo di partigiani pavullesi in montagna. Foto della sezione ANPI di Pavullo nel Frignano - Repubblica di Montefiorino

Gruppo di partigiani pavullesi in montagna. Foto della sezione ANPI di Pavullo nel Frignano

La Resistenza sopravvive

I nazisti e i fascisti spazzano via i sogni di libertà, ma non riescono a stabilire un controllo duraturo su quella parte dell’Appennino. Poche settimane dopo il rastrellamento, si capisce che qualcosa è rimasto. È la dimensione quotidiana delle amministrazioni comunali, scelte dai capifamiglia e costruite in alternativa alle autorità fasciste.

Fra l’autunno e il secondo inverno della guerra totale la zona intorno a Montefiorino torna a essere libera e si dà un nuovo organo comune. Inizia quella fase che il comandante partigiano cattolico Ermanno Gorrieri definì la “seconda Repubblica di Montefiorino”. Le comunità guardano avanti con prese di posizione e compromessi, sperando che non arrivi un nuovo attacco massiccio, fino alla primavera della Liberazione.

[Post modificato e aggiornato il 17 giugno 2019, in occasione del 75° anniversario della zona libera di Montefiorino].

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