Tra Grande Guerra e fascismo c’è un legame strettissimo, quasi filiale. Lo affermano parecchi storici, che nella seconda metà del Novecento hanno studiato i cambiamenti politici e sociali prodotti dal conflitto. Le “tempeste di acciaio” delle trincee hanno avuto un ruolo fondamentale nel generare l’ideologia fascista. Ma quali sono stati i momenti decisivi per l’affermazione della violenza come strategia da adottare non solo contro i nemici esterni, ma anche (e talvolta soprattutto) contro quelli interni? E la storia di Modena fornisce indizi per comprendere meglio le tappe dell’ascesa di Mussolini?

Queste domande saranno al centro della conferenza Una guerra che non finisce. Riflessioni storiche sul primo conflitto mondiale e l’immediato dopoguerra, organizzata dal Comitato modenese dell’Istituto per la storia del Risorgimento. L’appuntamento è per sabato 10 novembre alle 16 presso il Teatro Guglia (via Rismondo 73, Modena). L’argomento ti interessa e vuoi saperne di più? Ecco qui un “assaggio” dei temi che tratterò in quel pomeriggio.

grande guerra e fascismo

 

Grande Guerra e fascismo: l’inizio del “Secolo breve”

Lo storico britannico Eric J. Hobsbawm affermò che la Grande Guerra aprì un “Secolo breve”, terminato poi nel 1991 con il collasso dell’Unione sovietica. Questa chiave di lettura collega in maniera diretta il primo conflitto mondiale a due eventi decisivi per la storia del Novecento: la Rivoluzione d’Ottobre e l’ascesa dei fascismi. Entrambi i fenomeni si svilupparono infatti a partire dalla frattura epocale del 1914. Nelle trincee finiva “il mondo di ieri” e si apriva una nuova epoca, dominata dall’applicazione totalitaria delle ideologie.

Ma dove affondano le radici del rapporto tra Grande Guerra e fascismo? Diversi studiosi della storia italiana fanno risalire i primi esempi significativi di violenza politica contro nemici interni agli scontri che si accesero fra neutralisti e interventisti tra l’autunno del 1914 e la primavera del 1915. I sostenitori dell’entrata in guerra non esitarono infatti a definire “anti-italiani” coloro che preferivano restare fuori dal conflitto. Dopo l’intervento del Regio esercito, i margini di dissenso si ridussero ulteriormente. Le voci contrarie alla guerra furono tenute d’occhio e relegate sempre più in disparte.

grande guerra e fascismo. Vignetta satirica di A. Bertiglia sulla neutralità italiana

Vignetta satirica di A. Bertiglia sulla neutralità italiana

Caporetto e i “disfattisti”

Nell’autunno del 1917 la rotta di Caporetto portò l’Italia a pochi passi dalla sconfitta. Un “attacco della disperazione” permise infatti alle truppe tedesche e austro-ungariche di avanzare per decine di chilometri, rompendo il lungo stallo della guerra sul Carso. Per gli italiani il trauma fu pesante: oltre alle perdite e agli oltre 500.000 profughi in fuga dal nord-est, si palesarono tutti i difetti dell’organizzazione militare.

Tuttavia gli interventisti più accesi colsero l’occasione per chiedere un “giro di vite” contro chi invocava la pace. Ai loro occhi soltanto la tenuta sui fronti del Piave e del Grappa poteva assicurare un futuro al Paese. Secondo questa logica, correre in trincea in difesa della patria era dunque inevitabile e necessario: chi non lo faceva, tradiva il proprio popolo.

Mentre gli alti comandi militari scaricavano le proprie responsabilità sulla truppa, la propaganda additava i “disfattisti” e gridava al complotto. Caporetto venne dunque raccontata come un’onta da riscattare, dovuta alla vigliaccheria dei combattenti e al sabotaggio dei nemici interni. Così la disfatta smetteva di essere il fallimento di una classe dirigente impreparata a gestire il conflitto, trasformandosi in una sorgente di sospetti e rancori nei confronti degli anti-militaristi. Socialisti in testa.

Cresceva intanto il mito degli “arditi”, reparti in camicia nera che partivano all’assalto delle postazioni austro-ungariche per risollevare le sorti del Regio esercito. Erano squadre di combattenti tanto animosi quanto indisciplinati, molto difficili da gestire, ma perfetti per diventare i protagonisti di un racconto esaltante.

grande guerra e fascismo. Casa distrutta durante la rotta di Caporetto

Casa distrutta durante la rotta di Caporetto

Una guerra che non finisce

Nell’autunno del 1918 l’Impero austro-ungarico collassò e il Regio esercito marciò fino a Innsbruck. Tra il 4 e l’11 novembre i fronti del conflitto si chiusero con armistizi che aprivano un complicato percorso verso la pace. Come si poteva chiudere una guerra che aveva provocato quasi dieci milioni di morti e altrettanti profughi? Chi aveva idee abbastanza forti da spegnere gli ardori dei nazionalismi? Che cosa avrebbe saziato gli appetiti di conquista, dal momento che i popoli si erano abituati a perseguirli con la violenza?

Interrogativi aperti, mescolati all’epidemia di influenza spagnola, al lutto e alle difficoltà materiali del dopoguerra. Mentre i reduci e i prigionieri tornavano dai fronti, le fabbriche vedevano calare le commesse pubbliche. Venendo meno gli ordini militari, occorreva riconvertire gli impianti alla produzione di pace. Le donne, che avevano retto l’economia di guerra con il proprio lavoro, furono rimandate a casa e in Italia non ottennero neppure i diritti politici. Molti uomini, intanto, rientrarono con la promessa di una riforma agraria, che svanì ancora prima di nascere.

Quando si accorsero che la guerra non aveva affatto risolto i problemi del 1914, ma aveva allargato la forbice tra ricchi e poveri, parecchi cittadini provarono una rabbia inedita. L’Italia liberale di inizio Novecento si trovò di fronte alla seconda fase di quella guerra civile che era divampata alla vigilia dell’intervento e si era manifestata a sprazzi nel corso del conflitto.

Dal “Biennio rosso” al “Biennio nero”

I primi passi li mossero i socialisti. Il mito della rivoluzione bolscevica convinse diversi militanti che fosse giunto il momento di sovvertire lo Stato. Tuttavia le divisioni fra massimalisti e riformisti non erano risolte: gli scioperi e le occupazioni delle terre produssero un impatto notevole sulla società, ma non tracciarono la strada verso una rottura rivoluzionaria. I protagonisti non condivisero mai gli obiettivi, lacerandosi a più riprese e prestando il fianco alle reazioni della classe dirigente.

In questo scenario di tensioni e rotture, furono i fascisti a proporsi come soluzione ai problemi. Il movimento delle camicie nere, nato a Milano nella primavera del 1919, metteva insieme ex-combattenti, anticapitalisti, anticlericali e antisocialisti. Tutti quanti erano però accomunati dall’odio profondo verso i “disfattisti” e dal culto per gli “arditi”. Il fascismo riconduceva dunque sé stesso alle atmosfere della Grande Guerra, il cui mito alimentava gli appetiti del nazionalismo italiano.

grande guerra e fascismo. Manifestazione dei mutilati nell'immediato dopoguerra

Manifestazione dei mutilati nell’immediato dopoguerra

Appuntamento a Modena sabato 10 novembre

Se hai letto il post fino a qui, significa che queste storie ti appassionano per davvero. Ti ricordo allora l’appuntamento con la conferenza Una guerra che non finisce. Riflessioni storiche sul primo conflitto mondiale e l’immediato dopoguerra, che si terrà sabato 10 novembre alle 16 presso il Teatro Guglia (via Rismondo 73, Modena).

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