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Biennio Rosso: come inizia e perché finisce

Il Biennio Rosso non comincia per caso e non finisce all’improvviso. Ci sono però giorni decisivi per capire come mai quell’insieme di lotte e speranze prima si accende e poi rapidamente si spegne.

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“Ieri nel pomeriggio, giorno semi-festivo, arrivarono a Correggio da Carpi (altri dice da Modena) una ventina di fascisti in camion. Presero a passeggiare per il paese, con arie di sfida, e affissero manifestini in cui si diceva che avrebbero represso le prepotenze bolsceviche”.

Il 1° gennaio 1921 i reggiani leggono queste notizie drammatiche su «La Giustizia», il giornale di Camillo Prampolini e del socialismo riformista. L’articolo racconta i fatti avvenuti a Correggio nel pomeriggio e nella sera di Capodanno. I socialisti organizzano un “veglionissimo rosso” per celebrare la vittoria alle elezioni amministrative del 1920. Vogliono anche dare nuovo slancio alle lotte per l’uguaglianza e la giustizia sociale, che mobilitano masse di lavoratori in tutta la pianura emiliana.

La festa socialista ha però diversi nemici: i proprietari terrieri, parecchi titolari di negozi e diversi impiegati temono infatti di perdere i privilegi delle loro posizioni. Gridano quindi alla minaccia rivoluzionaria e osservano con favore le mosse del movimento fascista. Nel pomeriggio del 31 dicembre diversi squadristi carpigiani e modenesi arrivano a Correggio per disturbare i preparativi del “veglionissimo”. Cominciano a intonare canti patriottici e a distribuire volantini anti-socialisti davanti alla Casa del Popolo, provocando apertamente i militanti, che rispondono con «Bandiera Rossa». Si accendono scaramucce, che diventano presto insulti.

Dopo i primi tafferugli, i fascisti mettono mano alle armi da fuoco. In quel momento Agostino Zaccarelli, 21enne dirigente della Federazione giovanile socialista, si rifugia nella Casa del Popolo insieme al capo-lega Mario Gasparini. I fascisti li inseguono all’interno dell’edificio, continuando a sparare. Uccidono Gasparini tra il sottoscala e il retrobottega della Cooperativa di Consumo. Zaccarelli è invece ferito a morte mentre cerca di aprire la porta del cortile interno, chiusa a chiave.

Ma come si arriva a quella tragedia? Per cercare di capirlo, dobbiamo fare un passo indietro per scoprire le radici del “Biennio Rosso”, che affondano nell’Italia del primo dopoguerra.

I problemi del primo dopoguerra

Prigionieri italiani. Foto via Wikimedia Commons

Prigionieri italiani

La fine della Prima guerra mondiale è un momento decisivo della storia italiana. Dai fronti del conflitto rientrano a migliaia i reduci e gli ex-prigionieri. Molti di loro credono di essersi guadagnati l’opportunità di occupare un posto migliore nella società. Quelli che tornano nelle campagne della pianura emiliana attendono con fiducia di occupare un pezzo di terra. Subito dopo la rotta di Caporetto, il Comando supremo del Regio Esercito ha infatti promesso una riforma agraria, per garantire un podere a chi ha “difeso la patria”.

Le speranze di tanti contadini svaniscono, però, di fronte alla realtà del dopoguerra. I proprietari terrieri non vogliono cedere le terre e le forze di governo chiudono il progetto di riforma agraria in un cassetto. Tante famiglie si scoprono intanto ancora più povere di prima. Il conflitto ha allargato la forbice della ricchezza. Il benessere dei “primi” non smette di crescere, mentre gli “ultimi” si barcamenano per sopravvivere. Fra questi estremi, il ceto medio si sente sempre più vicino a chi sta in basso. Negozianti, impiegati e piccoli proprietari si vivono ormai come “penultimi” e hanno il terrore di finire in miseria.

Parecchi cittadini provano dunque una rabbia inedita e profonda. Gruppi sempre più consistenti di lavoratori vogliono abbattere un sistema che sfrutta le loro energie. Sul fronte opposto, i proprietari e gli industriali sono determinati a mantenere la loro posizione sociale. In mezzo si crea una vasta “zona grigia”, nella quale molte persone si convincono che ciascuno debba guardare con invidia a chi sta meglio di lui e vedere come una minaccia chi sta peggio.

Le radici del Biennio Rosso

All’inizio del 1919 il mito della rivoluzione bolscevica spinge diversi militanti socialisti a sostenere la posizione dei massimalisti, convinti che sia ormai giunto il momento di sovvertire lo Stato con la rivoluzione. Gli scioperi, le occupazioni delle terre e delle fabbriche innescano il “Biennio Rosso”.

Biennio Rosso: occupazione dello stabilimento dell'Alfa Romeo a Milano nel settembre 1920. Foto via Wikimedia Commons

Biennio Rosso: occupazione dello stabilimento dell’Alfa Romeo a Milano nel settembre 1920.

Nella pianura padana le idee socialiste sono già radicate e i lavoratori dei campi possono contare su diverse forme di organizzazione. Portano quindi avanti lotte politiche e sindacali per ottenere migliori condizioni di vita. Tra la fine del 1918 e l’inizio del 1919 i lavoratori conquistano importanti riconoscimenti, come la giornata lavorativa di otto ore. Ottengono anche un notevole livello di autonomia decisionale nei processi produttivi. Capiscono tuttavia che la situazione generale è sempre più difficile.

La fine delle spese di guerra trascina infatti l’economia in una fase molto problematica. Molti lavoratori sanno che i diritti sul lavoro valgono solo fino a quando le organizzazioni hanno la forza di difenderli. Altri sono talmente fuori dal sistema che non hanno ancora ottenuto nessun diritto. La precarietà e l’incertezza per il futuro alimentano quindi proteste sempre più decise. Nella pianura reggiana, modenese e bolognese alcuni militanti delle leghe contadine prendono il controllo dei poderi incolti. I proprietari che non vogliono applicare i diritti dei lavoratori e si oppongono alle riforme vengono boicottati in vari modi. Nei casi più estremi si arriva a tagliare le viti dei loro vigneti e a danneggiare le coltivazioni.

Le debolezze del “Biennio Rosso”

Il simbolo del Partito socialista italiano tra il 1919 e il 1921 - Biennio Rosso

Il simbolo del PSI tra il 1919 e il 1921

Nel “Biennio Rosso” le Sinistre non riescono tuttavia a unire le forze per estendere il cambiamento all’intera società. I massimalisti restano spesso isolati, non riescono a formare una rete compatta e finiscono per ravvivare i motivi di scontro interno, prestando il fianco alle reazioni della classe dirigente.

Perdono intanto consensi i riformisti, che sostengono la necessità di cambiare la società in modo graduale, attraverso la partecipazione politica. I loro tentativi di dialogare con i partiti “borghesi” li rendono sempre più sospetti agli occhi dei rivoluzionari, che li accusano di essersi “venduti” al sistema. Anche se sono ormai minoritari, i leader riformisti mantengono un seguito e si oppongono alla violenza di classe.

Alle elezioni politiche del 1919 il Partito socialista italiano (PSI) ottiene la maggioranza relativa dei seggi parlamentari, ma i massimalisti non sono disposti ad allearsi con altre forze politiche. La prima forza alla Camera finisce dunque all’opposizione, mentre si forma un governo liberale piuttosto eterogeneo e decisamente anti-socialista.

Il successo elettorale si ripete alle amministrative del 1920, ma anche nella gestione dei municipi i massimalisti contestano l’operato dei sindaci riformisti. I sostenitori della rivoluzione vogliono una rottura drastica e definitiva con lo Stato borghese. Sono quindi determinati a utilizzare i Comuni come strumenti di lotta contro lo Stato.

La reazione della classe dirigente

Le lotte sindacali e la crescita dell’organizzazione socialista mettono in difficoltà la classe dirigente dell’Italia liberale, che non riesce a gestire il conflitto sociale. Dal loro canto, gli imprenditori e gli agrari non tengono in alcun conto le condizioni di vita delle classi più deboli, ma si limitano a interpretare le loro rivendicazioni come gravi minacce alla sicurezza e all’ordine pubblico.

La tensione sociale radicalizza le proteste degli “ultimi” e terrorizza i “primi”, che fanno leva sulle paure della classe media e dei “penultimi”. Agrari, industriali e ricchi borghesi si avvicinano ai mezzadri e al ceto medio urbano, garantendo un impegno comune in difesa della proprietà. La piccola borghesia, spinta dalla paura di perdere i vantaggi della propria condizione e di scivolare al livello del proletariato, accoglie con favore l’idea di contrastare il socialismo. Anche parecchi mezzadri, colpiti negli averi dalle ostilità delle leghe e delle organizzazioni proletarie, si avvicinano ai proprietari terrieri, sostenendo la necessità di un «ritorno all’ordine».

Storia dello sciopero. 1920: lavoratori in sciopero occupano una fabbrica. Foto via Wikimedia Commons

1920: lavoratori in sciopero occupano una fabbrica

I fatti di Correggio e la fine del “Biennio Rosso”

Nella seconda parte del 1920 il “Biennio Rosso” perde progressivamente slancio. Lo frenano le divisioni delle Sinistre, ma non bisogna trascurare la determinazione della classe dirigente nella difesa della propria posizione sociale.

Nella pianura padana il denaro degli agrari e la rabbia della piccola borghesia impoverita trasformano il fascismo in un’arma da usare contro il socialismo. Il movimento squadrista, nato a Milano nella primavera del 1919, riunisce ex-combattenti, anticapitalisti, anticlericali e antisocialisti. Tutti costoro sono accomunati dall’odio profondo verso i “disfattisti” e dal culto per gli “arditi” della Grande Guerra: proprio per questo decidono di indossare la camicia nera. Diversi proprietari terrieri e imprenditori finanziano i fasci di combattimento per spazzare via le organizzazioni sindacali operaie, bracciantili e contadine.

Nel carpigiano le azioni violente degli squadristi cominciano già nell’autunno. Vengono prese di mira soprattutto le Case del Popolo, dove i lavoratori si ritrovano per divertirsi e per organizzare le loro lotte. Finiscono spesso male anche le sedi delle cooperative, radicalmente avversate dai bottegai e dagli esercenti, che vorrebbero sbarazzarsi della loro concorrenza.

Come abbiamo visto in apertura, il primo atto della violenza fascista nella pianura reggiana si consuma nella sera del 31 dicembre. È dunque un evento che sembra emblematico del passaggio dal “Biennio Rosso” al “Biennio Nero” 1921-1922. «La Giustizia» commenta così la tragedia di Correggio.

“Maledetta la violenza, maledetto il sangue, sparso in nome di qualunque idea o di qualunque passione: il sangue che non conclude nulla, che non lascia se non germi di odio vano, che non feconda niente, benché la rettorica vuol che si dica altrimenti”.

I socialisti riformisti, sostenitori del pacifismo e contrari a ogni violenza, saranno presto ridotti al silenzio e alla clandestinità.

Per saperne di più

Per approfondire la storia del Biennio Rosso, consigliamo la lettura di alcuni libri, disponibili per l’acquisto online:

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