Le false notizie sono sempre esistite e fanno parte della nostra esperienza quotidiana, eppure sembrano esserci periodi in cui proliferano maggiormente. Nei giorni del Coronavirus, il “virus” delle false notizie sembra essere più vitale del solito. Hai avuto anche tu questa impressione? C’è quindi una correlazione tra “bufale” e pandemia? Per rispondere a questa domanda occorre provare a capire come nascono e si diffondono le false notizie. La storia ci viene in aiuto! Come forse saprai, nella mia professione mi occupo sia di storia sia di comunicazione, quindi trovo l’argomento particolarmente stimolante e mi capita di parlarne sia in interventi pubblici sia a scuola. Anche su questo blog ne parliamo spesso, tanto che esiste la sezione Storie vere e false. L’argomento è vasto e non riassumibile in un post, ma proverò a offrire qui sotto qualche primo elemento di conoscenza.

Le false notizie nella storia

Marc Bloch

Marc Bloch

Per gli storici un punto di riferimento importante è rappresentato da Marc Bloch, uno storico francese, studioso di storia medievale. Bloch vive l’esperienza della Prima guerra mondiale, come sergente di fanteria, e scrive poi il saggio La guerra e le false notizie. Qui riflette sul peso che le false notizie hanno avuto sull’andamento del conflitto appena terminato, ma anche sul peso che hanno avuto nel sollevare le folle, più in generale nel passato. Secondo lo studioso, può essere utile applicare il metodo storico non solo alla ricostruzione puntuale del passato, ma anche alla comprensione di come nascono e si diffondono le false notizie.

Bloch ritiene che le false notizie nascano per “osservazioni individuali inesatte” o “testimonianze imprecise”, ma questo non basta perché si diffondano. Si diffondono “a una sola condizione”, ovvero se trovano “nella società un terreno di coltura favorevole”. Secondo l’autore, la falsa notizia rientra nel campo della psicologia collettiva.

Nelle righe seguenti proverò a chiarire meglio queste affermazioni. Prima però devo fare delle precisazioni importanti, distinguendo tra diverse tipologie di false notizie.

Il giornalismo e le fake news

Vignetta satirica di fine '800 sulle fake news.

Ritaglio da vignetta satirica di fine ‘800 sulle fake news, pubblicata sulla rivista statunitense Puck.

A Bloch non interessano – e nemmeno a noi in questa sede –  né le fake news diffuse dai giornali né quelle diffuse da persone che lo fanno appositamente, per condizionare l’opinione pubblica. Il tema merita sicuramente attenzione, ma Bloch trova sia poco interessante esplorarlo perché, nel caso delle false notizie fabbricate dai giornali, è evidente che la notizia viene forgiata per uno scopo preciso, cioè:

  • per agire sull’opinione pubblica;
  • per infiorettare lo stile di un testo.

In qualche caso può trattarsi anche di un errore del giornalista, che ingenuamente ha dato credito a false notizie. Oppure che ha preparato in anticipo articoli su cose che devono ancora succedere e che quindi poi non corrispondono alla verità dei fatti. Il punto però è che, nel caso di fake news diffuse dai giornali, basterebbe farsi la domanda “chi lo dice, qual è la fonte” per stare in guardia e, probabilmente, non cascarci.

Bloch, da studioso abituato a trattare con le fonti, “la fa facile”, ma noi sappiamo quale problema rappresenti oggi la diffusione di fake news che vengono prese per vere. Mettiamo comunque da parte ciò che viene creato e divulgato con malizia o per errore e concentriamoci sulle false notizie che nascono spontaneamente.

Le false notizie “sincere”

Colonne di truppe tedesche in marcia in Belgio.

Colonne di truppe tedesche in marcia in Belgio.

Forse ti sorprenderà, ma esistono false notizie “sincere”, come la leggenda dei franchi tiratori belgi studiata da Fernand van Langenhove nel 1917, cioè durante la prima guerra mondiale, epoca di circolazione della leggenda. È il nostro Bloch a parlarcene. La leggenda/falsa notizia trae origine da uno stato d’animo collettivo, ovvero dallo smarrimento che i soldati tedeschi provano mentre invadono il Belgio per attaccare la Francia nell’estate del 1914 (in questo post il racconto del coinvolgimento del Belgio nella Prima guerra mondiale). Sono lontani da casa, catapultati in una realtà che non conoscono e messi alla prova dalla quotidianità faticosa della guerra.

Per capire il loro stato d’animo, dobbiamo riflettere sul fatto che fin dall’infanzia hanno sentito e letto racconti di guerra risalenti al 1870, ovvero al conflitto franco-prussiano. Tali racconti li hanno atterriti con la rievocazione delle atrocità compiute dai franchi tiratori, ovvero dai civili ribelli. Nella guerra franco-prussiana del 1870-71, civili francesi avevano preso le armi per attaccare le truppe prussiane alle spalle o in modo considerato non consono alle tradizioni militari. I tedeschi li chiamavano “franchi tiratori”: combattenti irregolari, senza uniforme, che compiono azioni di disturbo verso un esercito combattente. I comandi prussiani li consideravano molto pericolosi, perché imprevedibili e non riconoscibili. L’esperienza fatta nel 1870-71 aveva lasciato un segno profondo in Germania, determinando una paura diffusa – quasi paranoica – verso qualsiasi reazione dei civili in tutta quell’area d’Europa.

Nel 1914 i soldati tedeschi si aspettano appunto di trovarsi di fronte a una realtà simile a quella vissuta dai loro predecessori. Quando arrivano in Belgio e avvertono l’inevitabile ostilità della popolazione, il loro senso della realtà vacilla a tal punto che basta poco per innescare la falsa notizia. I piccoli fori sulle pareti esterne delle case belghe non sono niente più che un elemento architettonico dietro cui non si nasconde nulla, ma il soldato tedesco non li ha mai visti e nella sua immaginazione diventano fori da cui potrebbero sparare i franchi tiratori. Nel momento in cui si sentono degli spari, non si sa da dove, la sua mente crea la leggenda dei franchi tiratori belgi. Ed ecco che si innesca la vendetta sulla popolazione civile. Ogni minima minaccia al regolare andamento delle operazioni militari viene percepita come un pericolo molto grave, provocando reazioni del tutto spropositate: incendi di interi villaggi, rappresaglie su civili inermi.

Évariste Carpentier raffigurante la fucilazione di civili belgi ad opera dei tedeschi a Blegny

Quadro di Évariste Carpentier raffigurante la fucilazione di civili belgi ad opera dei tedeschi a Blegny, conseguenza (questa sì, reale) della “leggenda dei franchi tiratori”.

In sintesi quel che accade è che il soldato tedesco del 1914 mette insieme elementi non del tutto compresi e non collegati tra loro, ai quali dà una spiegazione a suo modo di vedere razionale. Questa sua spiegazione è invece suggerita dalla sua idea fissa (la paura dei franchi tiratori).

Ce lo racconta bene il diario di un soldato tedesco, alla data del 19 agosto 1914 (da J. Horne e A. Kramer, German Atrocities 1914. A History of Denial, New Haven – London, 2001, pp. 94ss.)

“Sentiamo dire che le nostre pattuglie di cavalleria vengono ripetutamente prese a fucilate nei villaggi. Numerosi poveri commilitoni hanno così perso la vita. Disgraziati! Un proiettile onesto in un’onesta battaglia – sì, così si dona il proprio sangue per la patria. Ma essere presi a fucilate da dietro un cespuglio, dalla finestra di una casa, da un fucile nascosto dietro un vaso di fiori, no! Questa non è una bella morte per un soldato!”

Purtroppo la leggenda si autoalimenta, perché nel momento in cui i tedeschi scatenano rappresaglie e vendette, hanno ancora più bisogno di credere alla leggenda che hanno creato. Hanno infatti bisogno di giustificare le loro scelte, non potendo ammettere che sono generate dalla paura. Così la leggenda vive nel passaparola tra un soldato e l’altro, arriva nelle retrovie e da lì ai giornali e all’opinione pubblica.

Riassumendo…

L’esempio fatto dovrebbe ora permetterci di tirare le somme. Per creare una falsa notizia in modo “sincero” ci vogliono:

  • un certo stato d’animo;
  • una percezione imperfetta di qualcosa di reale;
  • una spiegazione/interpretazione razionale di qualcosa che confermi/giustifichi il nostro stato d’animo.

Alla base, quindi, c’è sempre qualcosa di vero (i fori sono reali, come lo sono gli spari provenienti non si sa da dove). La spiegazione che ci si da sembra razionale, logica, ma non è vera. Il fatto è che c’è bisogno di crederci.

Come dice Bloch:

“Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; questa, solo apparentemente è fortuita, o, più precisamente, tutto ciò che in essa vi è di fortuito è l’incidente iniziale, assolutamente insignificante che fa scattare il lavoro dell’immaginazione; ma questa messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento”.

Per essere più chiari: una cattiva percezione che non andasse nella direzione di tutti non diventerebbe una falsa notizia. Torniamo così al concetto espresso all’inizio, ovvero alla condizione di trovare “nella società un terreno di coltura favorevole“. Possiamo quindi ora meglio capire quale legame connette le false notizie e la pandemia: sono le emozioni e la fatica che ai tempi del coronavirus distruggono il senso critico. “Il dubbio metodico” scrive ancora Bloch “è in genere segno di una buona salute mentale; perciò soldati sfiniti, con la mente annebbiata, non potevano praticarlo”. Lo stesso vale probabilmente per tanti di noi, provati dalla paura e dalla quarantena.

Le bufale al tempo del web

In tempi di censura come quelli del primo conflitto mondiale non si crede nemmeno alle notizie vere della stampa ed ecco che si rinnova la “tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti”. Una società molto frammentata (come quella delle trincee) favorisce secondo Bloch la creazione e l’espansione delle false notizie, mentre “relazioni frequenti fra gli uomini facilitano il confronto fra differenti versioni e, perciò stesso, facilitano il senso critico“.

Quest’ultima osservazione mi fa tanto pensare al mondo di oggi, al web, alle modalità di relazione che viviamo nel presente, dentro e fuori dalla rete. Bloch ha analizzato le false notizie con particolare riferimento alla Grande guerra, ma le condizioni per la loro nascita e diffusione spontanea si possono creare anche diversamente. A noi vivere con consapevolezza e lucidità il nostro tempo.

Autore: mathiaswasik from New York City, USA (cc-by-sa-2.0)

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