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Il 25 dicembre 1944 l’Appennino tosco-emiliano è immerso nella guerra totale. Le truppe naziste e i fascisti della Divisione Monterosa cercano infatti di lanciare un’offensiva contro gli anglo-americani. Le ostilità si aprono proprio in occasione delle Feste. Sul fronte opposto anche la Resistenza cerca di colpire alcune postazioni tedesche. Per questo le storie di Natale lungo la Linea Gotica non parlano di una tregua, ma raccontano una serie di battaglie.

Come si arriva a quel punto? Perché le operazioni militari non cessano neppure nei giorni più freddi dell’inverno? Per trovare una risposta a queste domande, dobbiamo tornare indietro fino alla metà di novembre. Dopo la battaglia di Porta Lame, la Resistenza vede svanire le speranze dell’insurrezione generale. A Bologna i partigiani sono riusciti a sconfiggere i nazisti, ma gli Alleati restano bloccati al di là delle fortificazioni tedesche (la “Linea Gotica”).

Intorno alla metà del mese il generale Alexander annuncia ufficialmente la sospensione della campagna militare fino al ritorno della bella stagione. I britannici e gli statunitensi esortano le formazioni della Resistenza a ridurre quanto più possibile le azioni offensive. Molti partigiani interpretano il segnale come una richiesta di smobilitazione e reagiscono con rabbia. Nessuno di loro può tornarsene a casa, poiché tutti sono ricercati dai fascisti e dai nazisti.

Partigiani in trincea: la Resistenza al di là della Linea Gotica

Un soldato britannico benda la mano di un commilitone. Sullo sfondo artificieri polacchi preparano un esplosivo. Foto via Wikimedia Commons

I partigiani di Mario Ricci “Armando” oltrepassano la Linea Gotica alla fine di settembre. Soltanto al di là del fronte possono infatti ricevere le munizioni e gli approvvigionamenti alimentari. Gli Alleati preferirebbero limitare il potenziale della Resistenza, ma i comandanti fanno il possibile per mantenere attive le formazioni.

Quando si ritrovano al fianco degli anglo-americani, i partigiani modenesi non smarriscono la voglia di battersi per far finire la guerra. Già a metà novembre i volontari di Armando si guadagnano l’apprezzamento del Comando unico militare Emilia-Romagna e degli Alleati per gli attacchi al Monte Belvedere. I partigiani ottengono così la possibilità di mantenere le proprie formazioni. Il 17 dicembre la Divisione Modena Armando comprende 700 volontari della libertà. Il 24 gennaio 1945 gli effettivi diventeranno addirittura 1.000.

Le difficoltà dell’inverno

L’inverno è nemico della Resistenza. Quando le temperature si irrigidiscono, la vita in montagna diventa sempre più difficile. Molti partigiani non sono infatti equipaggiati per affrontare la neve e il gelo. Le marce notturne, i digiuni e i guadi dei corsi d’acqua li espongono dunque a vari problemi di salute. Nessuno può tuttavia cercare un’assistenza medica ufficiale. Parecchi volontari della libertà cercano di superare le malattie al meglio che possono, senza incorrere nelle conseguenze peggiori.

Solo i Gruppi di difesa della donna, il Fronte della gioventù e alcune reti parrocchiali assicurano alle formazioni partigiane una collaborazione organizzata. Gli altri aiuti sono il frutto delle relazioni personali con i contadini e di una solidarietà spesso estemporanea, ma non per questo meno significativa.

Nel corso dell’inverno non tutte le province emiliane e romagnole vivono le medesime esperienze di guerra. Nel parmense e nel modenese la maggior parte delle formazioni partigiane oltrepassa la Linea Gotica. Sull’Appennino reggiano i volontari della libertà restano invece a nord del fronte.

Storie di Natale lungo la Linea Gotica: il 25 dicembre a Pianosinatico

Nel mese di dicembre le formazioni di Mario Ricci affiancano la Força Expedicionária Brasileira a Lizzano in Belvedere. I 250 uomini della brigata Costrignano giungono invece a Cutigliano, dove gli statunitensi vorrebbero disarmare i partigiani. Tuttavia il comandante Filippo Papa mantiene l’unità della formazione e i contatti con Armando, attestandosi tra San Marcello e Lizzano Pistoiese.

Fallschirmjäger tedesco, impegnato nel trasporto di munizioni lungo la Linea Gotica. Foto tratta da Bundesarchiv, Bild 183-J28485 / Wahner / CC-BY-SA 3.0

Fallschirmjäger tedesco, impegnato nel trasporto di munizioni lungo la Linea Gotica. Foto da Bundesarchiv, Bild 183-J28485 / Wahner / CC-BY-SA 3.0

Dopo alcuni scontri con i nazisti tra le località di Lama e Melo, il 24 dicembre la formazione si prepara per una marcia di parecchie ore. Nella zona opera anche l’85° Reggimento della 10^ Divisione da montagna statunitense. Nel giorno di Natale i partigiani arrivano sopra la linea tedesca di Pianosinatico, mai attaccata prima di allora.

L’azione comincia quando 15 combattenti cercano di disarmare due capisaldi tedeschi. Nel corso dell’azione uccidono 7 militari e catturano 8 prigionieri. Tuttavia i nazisti reagiscono e, da un’altra postazione, attaccano i volontari della libertà proprio mentre rientrano nel reparto insieme agli ostaggi. Il comandante alleato rinuncia dunque all’offensiva, accontentandosi di aver inflitto il primo colpo alle linee di Pianosinatico.

In quella circostanza rimane ferito il comandante Filippo Papa, che viene condotto in salvo. Nei mesi successivi riceverà la Silver Star, una delle massime onorificenze dell’esercito statunitense. Quando i partigiani rientrano, si accorgono manca all’appello anche un ragazzo di 19 anni, giunto in montagna da San Damaso. Si chiama Giovanni Sola e la sua storia merita di essere raccontata per esteso.

La storia di Giovanni Sola

Giovanni Sola nasce a Modena il 23 giugno 1925 e vive fin dall’infanzia nella frazione di San Damaso. A sette anni perde il padre ed è costretto a sobbarcarsi le fatiche dei campi. La sua famiglia lavora la terra, ma fatica a produrre risorse sufficienti per mantenere tutti i suoi componenti. A 14 anni Giovanni si propone dunque come meccanico all’officina Martinelli. Gli operai lo accolgono con atteggiamenti di solidarietà, comprendendo probabilmente la difficile situazione familiare in cui versa. Giovanni diventa così un punto di riferimento sia per i fratelli, sia per la madre.

Proprio in quei mesi l’Italia fascista marcia verso l’intervento nella Seconda guerra mondiale. Fra il 1940 e l’estate del 1943, tuttavia, le disfatte del Regio Esercito e i bombardamenti alleati fanno crollare il regime di Mussolini. Quando il Gran Consiglio del Fascismo destituisce il Duce, molti giovani prendono definitivamente coscienza della guerra totale. L’annuncio dell’armistizio, l’occupazione nazista dell’Italia centro-settentrionale e la riscossa del fascismo di Salò accelerano il corso degli eventi. Un’intera generazione si trova di fronte a un dilemma: aderire alla Repubblica sociale italiana per combattere ancora al fianco dei nazisti o disertare?

La scelta della Resistenza

Giovanni Sola ha la responsabilità di mantenere la famiglia. Tuttavia le esperienze maturate in fabbrica lo spingono a sostenere la Resistenza. Prima si nasconde nelle campagne vicino alla sua casa, poi parte per i monti. Si unisce così ai tanti ragazzi che sono dovuti fuggire dalle loro case per non essere catturati dalla polizia e processati. Raggiunge la zona di Montefiorino e si unisce alla Brigata “Costrignano”. Partecipa insieme ai compagni alle battaglie sull’Appennino modenese e reggiano, poi oltrepassa la Linea Gotica insieme al resto della formazione.

Quando giunge sui valichi toscani, si mette a disposizione del Comando Alleato per proseguire la lotta di liberazione. Il 25 dicembre è uno dei partigiani scelti per cominciare l’attacco delle postazioni naziste a Pianosinatico. Mentre cerca di portare alla base alcuni prigionieri, cade crivellato dai colpi dei nazisti. Riceverà una Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. La motivazione riporta che, nel corso di un accerchiamento, avrebbe consentito agli altri partigiani di mettersi in salvo. Anche se le narrazioni legate alle onorificenze sono molto spesso celebrative, è plausibile che sia morto nel tentativo di proteggere il ripiegamento dei compagni.

La Resistenza continua

Giovanni non è il solo della famiglia a combattere la Resistenza. Anche la sorella Marta ha fatto la stessa scelta. Più vecchia di 3 anni, ha lavorato in diverse fabbriche vivendo il clima di sospetto che gravava sugli operai. Anche solo il semplice parlare con più persone scatenava infatti subito il dubbio che si parlasse di politica e ci si organizzasse contro la Direzione. In effetti Marta non se ne stava “con le mani in mano”, mentre covava sentimenti antifascisti, tanto che nel momento in cui Mussolini chiama i giovani alle armi, li invita a non presentarsi e a nascondersi.

Le Fonderie Riunite di Modena alla fine degli anni Trenta.

Il 25 luglio 1943 è per lei e per molti altri un giorno di festa. Alle Fonderie Riunite si celebra la caduta del fascismo buttando il quadro del Duce dalla finestra della sala mensa. La guerra però non finisce con l’arresto di Mussolini, né con l’armistizio dell’8 settembre.

Durante l’occupazione nazista, mentre il fratello Giovanni prende la via della montagna, Marta resta a San Damaso, ma partecipa anche lei alla Resistenza. È staffetta nella brigata Walter Tabacchi con il nome di battaglia “Maria” e partecipa alle attività dei Gruppi di Difesa della Donna. Sempre con il pensiero rivolto al fratello. L’inverno tuttavia rende la vita difficile anche in pianura, dove scarseggiano il cibo e la legna per scaldarsi. Marta è in prima linea nel sostegno non solo ai partigiani, ma anche alla popolazione: prende parte alle raccolte non autorizzate di legna a San Donnino e nel marzo del 1945 partecipa all’assalto al salumificio Frigieri di Paganine.

La primavera però non le porta buone notizie: a fine marzo viene a conoscenza che il fratello è morto il giorno di Natale del 1944. Il 22 aprile 1945 la Liberazione di Modena non la può rendere felice fino in fondo, “Natale maledetto”!

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