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Venerdì 12 dicembre 1969 è un giorno come tanti altri a Piazza Fontana. Nel pomeriggio molti contadini affollano la sede milanese della Banca nazionale dell’agricoltura. L’inverno concede una tregua al lavoro dei campi e induce i coltivatori diretti a curare i propri interessi finanziari. Alle 16:37, però, cambia tutto. Un’esplosione devasta l’edificio: muoiono 17 persone e altre 88 rimangono ferite. L’Italia intera resta sconvolta. L’ordigno è stato piazzato da alcuni militanti neofascisti del Movimento Politico Ordine Nuovo, ma all’inizio questo fatto non è per nulla chiaro. Mentre i servizi segreti coprono gli esecutori dell’attentato, molti media e le forze politiche moderate attribuiscono all’unisono la responsabilità agli anarchici. Gli italiani non lo sanno, ma la strategia della tensione è ufficialmente in atto.

Strategia della tensione - funerali vittime piazza fontana

Piazza Duomo a Milano durante i funerali delle vittime della strage di Piazza Fontana. Foto via Wikimedia Commons

Per capire meglio la strage di Piazza Fontana, bisogna tornare indietro nel tempo. Le origini della strategia della tensione si trovano infatti nell’Italia del boom economico.

Il 1960: Tambroni, i neofascisti e le proteste di piazza

Nel 1960 l’Italia è nel pieno del boom economico. La produzione industriale e il PIL crescono a ritmi sostenuti. Il democristiano Ferdinando Tambroni ottiene l’incarico di formare un governo, ma il suo partito non dispone di una maggioranza parlamentare solida. La nascita dell’esecutivo è possibile soltanto con la non belligeranza o con il sostegno del Movimento Sociale Italiano, il partito che comprende i neofascisti. Gli eredi diretti di Salò si trovano catapultati in un ruolo decisivo e votano la fiducia al Governo Tambroni, poiché confidano in una decisa e definitiva “svolta a destra” della Democrazia cristiana.

Il 14 maggio l’MSI annuncia che terrà il proprio congresso nella città di Genova, Medaglia d’Oro della Resistenza e simbolo delle insurrezioni antinaziste. Nelle città e nelle province che avevano dato maggiore slancio alla lotta partigiana si diffondono moti di sdegno e manifestazioni di protesta, che culminano nei “fatti di Genova” del 30 giugno. Gli scontri fra i dimostranti e le forze dell’ordine suscitano un’eco che convince i neofascisti ad annullare il congresso, ma le ragioni della protesta non si spengono.

Le proteste nelle strade di Genova. Foto via Wikimedia Commons

I giovani studenti e gli operai nati negli anni della guerra non sono condizionati dall’educazione del regime; quando si accorgono che la continuità dello Stato e i giochi di potere tolgono ai cittadini margini di libertà e opportunità di sviluppo individuale, molti ragazzi riscoprono l’esempio dei partigiani e scendono nelle strade per rivendicare i diritti conquistati con la Resistenza.

La generazione delle “magliette a strisce” continua a riempire le piazze per provocare le dimissioni del governo Tambroni e indurre la classe dirigente italiana a fare definitivamente i conti con il fascismo. Il 7 luglio, durante la manifestazione sindacale di Reggio Emilia, cinque operai iscritti al PCI vengono uccisi dalle forze dell’ordine. Le proteste degli antifascisti crescono ulteriormente, inducendo Tambroni a rassegnare le dimissioni.

Gli anni del centro sinistra: le riforme sono possibili?

Nei mesi successivi la Democrazia cristiana abbandona le trattative con il Movimento sociale italiano e cerca di instaurare un dialogo con i socialisti. L’astensione del partito guidato da Pietro Nenni consente la formazione di un governo più incline a varare riforme di tipo progressista. È il primo passo verso la nascita del “centro-sinistra”, un’esperienza politica che caratterizza l’Italia degli anni Sessanta. Aldo Moro incoraggia le aperture nei confronti dei socialisti in funzione progressista e anti-comunista, ma al tempo stesso spinge per avere il conservatore Antonio Segni alla presidenza della Repubblica.

Nel 1962 il governo nazionalizza la produzione dell’energia elettrica e istituisce la scuola media unica. Tuttavia la destra liberale, ostile agli interventi statali nell’economia e alle spese per la sfera sociale, toglie il sostegno all’esecutivo, provocando un ulteriore avvicinamento tra la DC e il PSI. Sul finire del 1963 nasce il Governo Moro I, il primo a ricevere il voto favorevole dei socialisti.

I membri del governo “Moro I” nel dicembre 1963. Foto via Wikimedia Commons

Dal partito di Nenni escono i militanti dell’ala sinistra, più incline al dialogo con il PCI che alle trattative con le forze cattoliche. Nasce così il Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP), che per otto anni organizza gli oppositori dell’alleanza governativa. Intanto i socialisti di Nenni si riavvicinano ai socialdemocratici (PSDI) di Giuseppe Saragat, che nel 1964 viene eletto Presidente della Repubblica. Nel 1966 il PSI e il PSDI fanno nascere il Partito socialista unificato (PSU).

Il centro-sinistra propone una politica di riforme per dare nuove prospettive allo sviluppo del Mezzogiorno, alle istituzioni scolastiche e alla sanità. Tuttavia nel 1964 una breve contrazione dell’economia complica i progetti del Governo. Alcune imprese perdono fiducia e licenziano parecchio personale, riaprendo scenari di crisi che il boom aveva fatto dimenticare. L’incisività delle riforme diminuisce e la conflittualità sociale si riaccende, ravvivata dal ritrovato attivismo dei sindacati.

La reazione dei moderati: la strategia della tensione

Sul fronte opposto le destre si mobilitano per contenere la portata dei cambiamenti. Nel 1964 il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo organizza il Piano Solo per tentare un colpo di stato, ma i suoi progetti vengono sventati. Tuttavia i reazionari non abbandonano l’idea di tramare nell’ombra per influire sulla vita politica della Repubblica.

Nel 1965 l’Istituto di studi militari Alberto Pollio organizza un convegno sulla guerra rivoluzionaria all’Hotel Parco dei Principi: in quell’occasione alcuni esponenti delle gerarchie militari e dei servizi segreti stabiliscono insieme a illustri giornalisti di orientamento conservatore le linee-guida che dirigeranno la strategia della tensione. Si formano dunque intrecci tra l’eversione neofascista, diversi elementi deviati dei servizi segreti e i manipolatori dell’informazione: costoro mirano a spostare il baricentro politico italiano verso destra, attribuendo agli anarchici e alla sovversione di sinistra gli attentati terroristici realizzati dai neofascisti.

All’inizio del 1969 la strategia della tensione è ormai in rampa di lancio. Il 25 aprile i neofascisti fanno esplodere un ordigno alla Fiera Campionaria di Milano. Nell’estate successiva altre bombe esplodono su treni in circolazione lungo la rete ferroviaria italiana. In tutti questi casi i media e le forze politiche moderate attribuiscono la responsabilità degli attentati agli anarchici.

Nei mesi successivi le proteste dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto nazionale danno vita a un “autunno caldo”. Gli scioperi e le manifestazioni infiammano il clima politico. Il 19 novembre, in occasione dello sciopero generale, si accendono scontri di piazza, nei quali rimane ucciso l’agente di polizia Antonio Annarumma. Ai funerali i militanti dell’estrema destra neofascista aggrediscono e malmenano i rappresentanti del movimento studentesco.

La strage di Piazza Fontana

Il primo dramma di massa riconducibile alla strategia della tensione avviene il 12 dicembre 1969. In quel pomeriggio un ordigno esplode nella sede milanese della Banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana.

Fin dall’inizio i media e i rappresentanti delle istituzioni contribuiscono ad attribuire la responsabilità dell’attentato agli ambienti anarchici, favorendo i depistaggi dei servizi segreti. Il ferroviere libertario Giuseppe Pinelli muore cadendo da una finestra della Questura milanese, mentre Pietro Valpreda viene incarcerato come presunto esecutore materiale dell’attacco.

Strategia della tensione. Pietro Valpreda durante un'udienza del processo per la strage di Piazza Fontana. Foto via Wikimedia Commons

Pietro Valpreda durante un’udienza del processo per la strage di Piazza Fontana. Foto via Wikimedia Commons

Col passare dei mesi, tuttavia, l’impegno dal basso delle Sinistre – dalle forze pienamente costituzionali a quelle extra-parlamentari, come gli autori del giornale Lotta continua – fa emergere l’innocenza dell’accusato. Si fa dunque strada l’ipotesi dell’eversione neofascista. I depistaggi dei servizi segreti complicano però l’accertamento della verità.

Ulteriori indagini fanno poi ricadere la responsabilità dell’attentato sui neofascisti del Movimento Politico Ordine Nuovo. La magistratura accerta le responsabilità dei terroristi Franco Freda e Giovanni Ventura, condannandoli per la strage di Piazza Fontana. I colpevoli appartengono dunque all’area dell’estrema destra neofascista e godono di ampie coperture da parte dei servizi segreti.

La strategia della tensione continua

Dopo la strage di Piazza Fontana, l’opinione pubblica rimane turbata. Alcuni settori manifestano la volontà di un “ritorno all’ordine” dopo i numerosi “sussulti” di fine anni Sessanta. Alle elezioni politiche del 1972 la “strategia della tensione” raggiunge dunque l’obiettivo di spostare a destra il baricentro della politica italiana. Mentre la DC e il PCI rimangono pressoché stabili, il Movimento sociale italiano ottiene il miglior risultato della propria storia (8,67%). I neofascisti avvicinano sensibilmente il Partito socialista italiano (PSI, 9,61%), reduce dal fallimento dell’esperienza unitaria con i socialdemocratici. L’esperienza del centro-sinistra viene così archiviata.

Strategia della tensione - Italicus

Il treno Italicus dopo l’esplosione dell’ordigno a San Benedetto Val di Sambro. Foto via Wikimedia Commons

Nel corso degli anni Settanta la strategia della tensione genera altre stragi. Il 31 maggio 1973 a Peteano la deflagrazione di un’auto imbottita di esplosivo uccide tre carabinieri e ne ferisce altri due. Il 28 maggio 1974 a Brescia un ordigno esplode nel corso di una manifestazione sindacale in Piazza della Loggia. I morti sono otto e i feriti un centinaio. Il 4 agosto dello stesso anno, all’uscita della Grande galleria dell’Appennino, una bomba scoppia in una carrozza del treno Italicus, provocando 12 morti e 105 feriti.

Tra il 1973 e il 1974 la reazione della società civile è tuttavia radicalmente diversa da quella di fine 1969. I tentativi di nascondere l’eversione dell’estrema destra neofascista vengono sventati dal basso. L’opinione pubblica non cade più nel meccanismo di distorsione propagandistica su cui si basa la strategia della tensione. La maggioranza dei cittadini testimonia di riconoscersi in un’unità antifascista, condizionando i partiti moderati. Non sembra infatti più possibile tollerare le violenze neofasciste nel nome dell’anticomunismo.

Ritorni di fiamma: la strage alla stazione di Bologna

La strategia della tensione si esaurisce dunque nel 1974. Tuttavia la più eclatante strage di matrice neofascista si verifica il 2 agosto 1980 presso la Stazione ferroviaria centrale di Bologna. Alcuni militanti dei Nuclei armati rivoluzionari (NAR) abbandonano una valigia piena di esplosivo nella sala d’attesa. L’ordigno esplode alle 10:25, uccidendo 85 persone e ferendone più di 200.

Storia del terrorismo in Italia. Alla stazione ferroviaria di Bologna l'orologio che si affaccia sui fabbricati distrutti dall'esplosione del 2 agosto 1980 continua a segnare le 10:25

Alla stazione ferroviaria di Bologna l’orologio che si affaccia sui fabbricati distrutti dall’esplosione del 2 agosto 1980 continua a segnare le 10:25

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