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Angelo Fortunato Formiggini nasce a Collegara, frazione di Modena, il 21 giugno 1878. È il quinto figlio di Pellegrino e Marianna Nacmani. Entrambi i genitori sono ebrei e provengono da famiglie decisamente in vista nella comunità modenese. Grazie a un’accorta politica matrimoniale, i Formiggini si sono affermati come mercanti di preziosi e banchieri fin dall’epoca estense. Angelo Fortunato trascorre dunque un’infanzia agiata nella villa di famiglia.

Alle scuole elementari viene lodato per l’abilità nella ginnastica, esaltata da un fisico già asciutto e slanciato. Al ginnasio, invece, niente encomi. Qualcosa sembra incrinarsi. Il primo anno lo trascorre in collegio a Milano, con risultati deludenti. Comincia un percorso inquieto, fatto di trasferimenti e cambi-scuola. Prima passa al ginnasio Parini. Poi torna a Modena per iscriversi al Muratori. Non si ferma neppure lì e si trasferisce a Bologna per frequentare il liceo Galvani.

Proprio là, al numero 38 di via Castiglione, dimostra di aver già sviluppato una notevole attitudine al riso e alla burla. Per prendere in giro professori e compagni di classe, scrive La Divina Farsa, ovvero La Descensione ad Inferos di Formaggino da Modena. È una parodia in versi dell’Inferno dantesco e dell’ambiente liceale, probabilmente ispirata alle opere goliardiche della tradizione bolognese. Uno dei docenti, però, si offende e lo fa espellere dalla scuola, suscitando le proteste di molti studenti, che apprezzano l’umorismo di Angelo e lo accompagnano nelle baldorie.

Angelo Fortunato Formiggini studente

Alla fine dell’Ottocento Formiggini è un ragazzo della buona borghesia emiliana, fatalmente attratto dalla Belle Époque e dalla capacità di non prendersi troppo sul serio. Ama ridere in compagnia, quindi appena si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena, fonda l’Accademia del Fiasco. In teoria vorrebbe riunire tutti gli artisti che almeno una volta hanno “fatto fiasco”, in pratica è un pretesto divertente per organizzare giornate e serate piene di bevute e scherzi. Col tempo, però, Angelo si appassiona alla cultura, animato dall’idea che tutti gli uomini del mondo siano affratellati da qualcosa.

Modena, Piazza Grande alla fine dell’Ottocento. Foto tratta da Wikimedia Commons

Nel 1901 la sua tesi, La donna nella Thorà in raffronto col Mânava – Dharma – Sâstra, vuole essere un “contributo storico giuridico ad un riavvicinamento tra la razza ariana e la semita”. La parola “razza” aleggia ormai da qualche tempo nelle atmosfere dell’Europa, respirata anche da un dodicenne austriaco di nome Adolf Hitler. Nessuno, però, sembra farci troppo caso, soprattutto dopo la proclamazione a dottore con lode.

Dopo la laurea, Angelo prosegue gli studi. Si trasferisce a Roma, segue le lezioni di filosofia all’università e partecipa alle attività della Corda Fratres, un’associazione studentesca radical-massonica il cui obiettivo è di riunire tutti gli uomini, e in particolare gli studenti di tutte le nazioni, sotto i comuni ideali di solidarietà e fratellanza. Si sente un patriota italiano, ma condivide con i giovani degli altri Paesi l’idea che libertà e conoscenza possano spingere avanti il mondo.

L’amore e l’inizio dell’attività da editore

Intanto, scopre di condividere la passione per la filosofia con la segretaria della Corda Fratres romana, Emilia Santamaria. Tra i due nasce una passione che è anche complicità, quindi Angelo si convince a organizzare il primo matrimonio d’amore nella storia della famiglia Formiggini.

Nel 1907 Angelo prende la seconda laurea a Bologna, con una tesi sulla filosofia del ridere, che ritiene l’elemento più caratteristico della natura umana. Quest’uomo così divertente sta per diventare un professore. Nel 1908 però organizza una festa per rendere omaggio alla Secchia Rapita di Alessandro Tassoni e sopire la secolare rivalità tra bolognesi e modenesi. Per l’occasione dà alle stampe La secchia, un opuscolo che raccoglie sonetti inediti del Tassoni e altri componimenti poetici e umoristici. Il pubblico la apprezza. Ha deciso: da grande diventerà editore.

Comincia con pubblicazioni di filosofia, ma già alla fine del 1912 lancia una collana che lo accompagnerà a lungo: I classici del ridere. Angelo stampa libri non solo ricercati per il contenuto umoristico, ma anche belli, corredati da illustrazioni e xilografie. Lo stesso gusto lo orienta nei Profili, una collana di pubblicazioni dedicate a grandi personaggi e rivolte a lettori non specializzati per diffondere il sapere tra chi ha poco tempo per farsi una cultura.

Il Decameron di Boccaccio nelle edizioni di Angelo Fortunato Formiggini. Foto di Sailko via Wikimedia Commons (CC-BY-SA-4.0)

La Grande Guerra e L’Italia che scrive

Angelo ha fiducia che l’umanità sia destinata a migliorare e progredire. Il suo ottimismo non vacilla neppure quando i nazionalismi e gli imperialismi tirano la corda dell’equilibrio europeo fino a stracciarla. Partecipa “da patriota” alla Prima guerra mondiale e anche Emilia s’impegna come crocerossina, ma non perde mai di vista l’idea di ricostruire la fratellanza europea.

Già nelle ultime fasi della guerra Angelo s’impegna per ridare slancio alla cultura italiana a partire dai libri. Trasferita la casa editrice a Roma, avvia le pubblicazioni della rivista L’Italia Che Scrive, una rassegna bibliografica rivolta ai lettori e pensata per sostenere gli editori.

Il successo della rivista lo convince a fondare e finanziare l’Istituto per la Promozione della Cultura Italiana, che nel 1921 viene ribattezzato Fondazione Leonardo per la cultura italiana. Avverte molto forte il sentimento patriottico, quindi si sente sedotto dall’ascesa del fascismo. Se Mussolini e gli squadristi riuscissero a risolvere davvero i problemi del Paese e a far grande la cultura italiana, chi potrebbe biasimarli per un po’ di violenza?

Adunata fascista. Foto via Wikimedia Commons

La rivalità con Giovanni Gentile

Giovanni Gentile, foto via Wikimedia Commons

Nel 1923, però, la penna di Angelo ha l’inchiostro avvelenato. Scrive con umorismo arrabbiato il suo contributo ai Classici del ridere. Lo intitola La ficozza filosofica del fascismo e la marcia sulla Leonardo. Non è un attacco al Duce, che continua ad apprezzare, né al governo, ma all’intellettuale di riferimento del Partito nazionale fascista, il filosofo Giovanni Gentile, l’uomo che lo sta spingendo fuori dalla Fondazione Leonardo e che gli strappa anche l’altro grande sogno: dare alle stampe l’Enciclopedia italiana.

Il fascismo allunga le mani sulla cultura e non può accettare il pluralismo delle idee: per sviluppare un pensiero unico è molto più adatta l’idea dello Stato Etico, al quale bisogna credere e obbedire combattendo, rispetto alla fratellanza tra gli uomini nell’umorismo.

Angelo, però, non si arrende. Anzi, riprende lo slancio della prima tesi. Pubblica una serie di Apologie delle principali religioni, convinto che la fede in un dio porti i popoli alla fratellanza e non alla discordia. L’impegno intellettuale si approfondisce, ma non rende Angelo “pesante” o noioso. Continua a pubblicare opere che coltivano il gusto di ridere, insegnando a non prendersi troppo sul serio.

Cominciano le difficoltà

I conti della casa editrice, però, peggiorano e per proseguire l’attività, nel 1931 Angelo deve trasformarla in società anonima, affidando la presidenza al fidato amico Musso. La temuta “tirannide dottrinale” del fascismo sta prendendo forma. Il regime impone agli intellettuali di contribuire a plasmare la “nazione guerriera”, primo passo per “la più grande Italia”.

Per il progetto editoriale e culturale di Formiggini non c’è più posto. La scena è tutta per il suo rivale, Giovanni Gentile. Almeno fino al 1938, quando Mussolini e il Ministro della Pubblica Istruzione Bottai fanno un passo non condiviso dal filosofo più importante del regime, che rimane in silenzio. Non condivide, ma non denuncia. Quindi, avvalla. E il Manifesto degli scienziati razzisti diffonde le nuove parole d’ordine in tutto il Paese.

Doppia pagina dalla rivista fascista La difesa della razza, che contribuisce a diffondere la teoria del complotto ebraico, collegata ai Protocolli dei savi anziani di Sion. Tra Ottocento e Novecento questa pubblicazione, un clamoroso esempio di falso storico, diventa un best-seller, alimentando l’antisemitismo in Europa e nel mondo

Angelo Fortunato Formiggini e l’ascesa del razzismo

Chi è davvero, nel profondo, Angelo Fortunato Formiggini? Il Manifesto degli scienziati razzisti lo costringe al confronto con la propria identità di italiano, imponendogli di considerarsi prima di tutto ebreo. Ci ha riflettuto per tutta la vita matura, dalla tesi di laurea alle apologie, e non tollera l’idea di essere considerato straniero. Proprio lui, patriota e sostenitore del primo fascismo nel nome del rispetto per la nazione?

Una via d’uscita ci dev’essere per forza: nell’Epistola agli Ebrei d’Italia suggerisce di mettere da parte la lingua, i cognomi e le pratiche religiose più lontane “dall’arianesimo”. Angelo vuole riscoprire la comune umanità che unisce e affratella tutti gli individui, uguali nel loro cammino.

Le leggi razziali

Nel 1938, però, gli ebrei italiani non possono più permettersi il lusso di essere lungimiranti. Il 27 giugno è la data che segna il destino di Angelo. Si prepara, perché i provvedimenti razziali somigliano sempre più a un’escalation. All’inizio dell’autunno i bambini vengono esclusi dalle scuole e i maestri dall’insegnamento. Ed è solo l’inizio, l’esperimento. Infatti il 17 novembre arrivano le leggi razziali.

Passano solo dieci giorni e Angelo prende un treno, che lo porta da Roma alla sua Modena. Si porta dietro due valigie e un “testamento”.

C’era una volta un editore modenese di sette cotte, e perciò italiano sette volte, che risiedeva a Roma. Quando gli dissero: tu non sei italiano, egli volle dimostrare di essere modenese di sette cotte e perciò sette volte italiano, buttandosi dall’alto della sua Ghirlandina. Ma era stato scritto di lui che aveva la testa molto dura, ed infatti precipitando a capo fitto la testa si frantumò in tre grosse schegge senza dare una goccia di sangue. (Oh le leggende!). Le tre schegge guizzaron prodigiosamente fino a Roma: una cadde ai piedi del Papa che la raccolse e disse: Questo è il brillante più grande e più splendido che esista nel mondo: lo incastonerò nel Triregno ad onore e gloria della mia Chiesa. Un’altra colpì nel petto il Re ed Imperatore, che ne ebbe mozzato il respiro per sempre. Una terza colpì sulla fronte il Tiranno e vi impresse l’indelebile segno del «catoblepa».

Angelo Fortunato Formiggini e la Ghirlandina

Il 29 novembre 1938 Angelo Fortunato Formiggini si lancia dalla Ghirlandina gridando per tre volte “Italia!” Ha predisposto ogni cosa nei minimi dettagli, compresa “la leggenda” trascritta qui sopra. Porta nel cuore “la sua famiglioletta”, composta da Emilia e dal figlio adottivo Puccetto, e spera di liberarla dall’incubo della razza. Ma soprattutto non sopporta il tradimento dei fascisti. Lui, modenese di sette cotte e benemerito della cultura italiana, non accetta di essere costretto a sentirsi straniero a casa sua.

Angelo Fortunato Formiggini - Ghirlandina

Il cielo fra il duomo di Modena e la torre Ghirlandina

Per l’ultimo saluto lo avvolgono le nuvole di fine novembre, il silenzio di un funerale semi-clandestino, l’indifferenza del conformismo e le calunnie di Achille Starace, segretario del PNF, che dichiara: «Formiggini? È morto da vero ebreo, senza volere nemmeno comprare il veleno per uccidersi». È un occhiolino al ventre molle del Paese, gonfio di frustrazioni e pregiudizi. D’altronde gli italiani sono ormai chiamati a diventare “francamente razzisti”.

Nei confronti degli ebrei inizia una fase che lo storico Michele Sarfatti ha definito la “persecuzione dei diritti”. Cinque anni dopo, però, durante l’occupazione nazista, la Repubblica sociale italiana passerà alla vera e propria “persecuzione delle vite”.

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