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L’11 settembre 1973 segna in maniera indelebile la storia del Cile e dell’America latina. In quel giorno il generale Augusto Pinochet guida il golpe dell’esercito contro il governo di unità popolare, guidato da Salvador Allende. Il presidente tenta di difendersi nel palazzo della Moneda, ma i sostenitori della democrazia vengono sopraffatti. Quando capisce che tutto è perduto, Allende si toglie la vita.

Di lì a poco il Cile entrerà in un quindicennio di dittatura militare.

Perché si arriva a questa esplosione di violenza contro un governo legittimamente eletto? Come molte vicende sudamericane, la storia del golpe cileno è complessa e contorta. Non possiamo giudicarla soltanto a partire dal solito punto di vista dell’Occidente, altrimenti non riusciremmo a comprendere le ragioni dei protagonisti. Il breve racconto qui sotto fissa alcuni punti di riferimento. Buona lettura!

Le elezioni del 1970: Salvador Allende presidente del Cile

Il 3 settembre 1970 le vie di Santiago del Cile sono cariche di energia. È il giorno delle elezioni presidenziali e tanti sentono aria di cambiamento. I seggi della democrazia preparano un verdetto storico, scandito dai canti ritmati della popolazione più povera.

“Venceremos!”

Salvador Allende viene proclamato presidente della Repubblica cilena. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl - 11 settembre 1973 Cile Salvador Allende

Salvador Allende viene proclamato presidente della Repubblica cilena. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl

L’inno di Victor Jara riecheggia fra gli accordi degli Inti Illimani, mentre Salvador Guillermo Allende Gossens non fa nulla per nascondere la gioia. Il 36% dei cileni lo ha appena chiamato alla presidenza del Paese: non ha ottenuto la maggioranza assoluta, ma è stato il candidato più votato. È al comando di Unidad Popular, una coalizione coraggiosa e ambiziosa: la compongono i socialisti del presidente, i comunisti e il Partito Democratico Cristiano. Lo sostiene dall’esterno anche il Movimiento de Izquierda Revolucionaria, che esce dalla spirale della violenza clandestina. Ne deriva un programma di riforme che mira a costruire una nuova giustizia sociale. Il Cile vira decisamente a sinistra.

Quando Allende comincia a delineare il suo progetto, la vecchia classe dirigente si mette in allarme. Il malcontento serpeggia, poiché il presidente ha vinto di stretta misura e sa di non avere il consenso di tutti i cileni. I moderati temono che il governo stravolga il sistema e i loro interessi, così si rivolgono agli Stati Uniti d’America. Il presidente Richard Nixon s’insospettisce e i media dipingono con tinte piuttosto fosche gli scenari andini. Tuttavia Allende non si scompone e dal palazzo della Moneda porta avanti il suo piano. Alle critiche risponde con parole semplici e decise.

“Per voi essere un comunista o un socialista significa essere totalitario, per me no… Al contrario, io credo che il socialismo liberi l’uomo”.

Le riforme di Salvador Allende

L’imperialismo statunitense non si trova di fronte a una nuova rivoluzione cubana, bensì a un progetto di riforme strutturali. Salvador Allende non uccide i capitani d’industria, ma nazionalizza le proprietà delle imprese multinazionali con l’obiettivo di ricavare ricchezza per il popolo cileno. Le miniere di rame della Kennecott e dell’Anaconda passano sotto il controllo dello Stato. Intanto la riforma agraria colpisce i grandi proprietari terrieri e migliora le condizioni di lavoro nelle campagne.

Salvador Allende firma il decreto di nazionalizzazione delle miniere di rame. della Repubblica cilena. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl - 11 settembre 1973 Cile Salvador Allende

Salvador Allende firma il decreto di nazionalizzazione delle miniere di rame. della Repubblica cilena. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl

Il governo congela inoltre il debito estero, gestisce le banche, centralizza la distribuzione dell’energia e vigila affinché la sua produzione non avvenga a vantaggio dei primi e a discapito degli ultimi.

Il Cile cambia volto?

Il Cile comincia a cambiare volto. La legge sul divorzio e l’abolizione del finanziamento pubblico alle scuole private tracciano linee di laicità, mentre l’aumento dei salari e il controllo del prezzo del pane fanno crescere il potere d’acquisto dei lavoratori. Anche i più poveri possono permettersi di comprare i libri dell’Editoriale Quimantu e di riempire le scuole. Mentre le università accolgono nuovi studenti, la letteratura cilena continua a fiorire.

Salvador Allende insieme al grande poeta cileno Pablo Neruda. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl

Salvador Allende insieme al grande poeta cileno Pablo Neruda. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl

In quest’atmosfera cresce anche un grande calciatore. Si chiama Carlos Humberto Caszély Garrido, è un attaccante e si trova perfettamente a suo agio nel Cile di Allende. La maglia della sua squadra, il Colo-Colo, non rende meno tozzo e sgraziato il suo corpo. Sembra la controfigura di un portuale assonnato, con baffi e capelli ricci, ma ha una dote innata, il fiuto del gol. I tifosi lo chiamano “il re del metro quadrato”, perché nell’area piccola davanti alla porta non sbaglia mai. Quando segna, esulta sempre, come se volesse festeggiare anche la “rivoluzione” del suo Cile.

Il Cile di Salvador Allende nel mondo bipolare della guerra fredda

Nel mondo bipolare della guerra fredda, diviso nelle sfere d’influenza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, i provvedimenti di Allende generano sconcerto. Non si parla ancora di una “globalizzazione” a tutto tondo, ma le imprese dell’Occidente capitalistico sfruttano da decenni le risorse dell’America latina, dell’Africa e del sud-est asiatico. Non possono dunque sostenere un governo che protegge il proprio mercato interno e ridistribuisce la ricchezza per realizzare la giustizia sociale.

Salvador Allende in Brasile nel 1972. Foto via Wikimedia Commons, Public domain / Arquivo Nacional Collection - 11 settembre 1973 cile salvador allende

Salvador Allende in Brasile nel 1972. Foto via Wikimedia Commons, Public domain / Arquivo Nacional Collection

Portare avanti le riforme di fronte all’ostilità dei mercati occidentali è dunque un’impresa tutt’altro che facile. I prodotti cileni trovano porte chiuse in quasi tutti i Paesi alleati degli Stati Uniti. Intanto gli importatori si scontrano con la realtà dei dazi. Il debito pubblico del Cile si alza e l’inflazione decolla, ma Allende decide di andare avanti. I provvedimenti contro le imprese minerarie servono ad aprire i polmoni degli indios mapuches, mentre la riforma agraria accorcia le distanze tra ricchi e poveri.

Intanto, però, i moderati si risvegliano, galvanizzati dalle difficoltà negli approvvigionamenti alimentari. La vecchia classe dirigente fomenta le paure del ceto medio, che si sente ormai impoverito e abbandona il presidente. Il Cile di Allende ha ormai i giorni contati: i proprietari terrieri e gli industriali sognano la riscossa.

Verso l’11 settembre 1973: la riscossa dei moderati

Augusto Pinochet nel 1971. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl - 11 settembre 1973 cile salvador allende

Augusto Pinochet nel 1971. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl

L’America latina conosce già molto bene il significato dell’espressione “dittatura militare”. Il Paraguay, il Brasile e la Bolivia sono già sotto il controllo di governi autoritari, plasmati dagli eserciti e sostenuti dagli Stati Uniti in funzione anticomunista.

Il Segretario di Stato USA Henry Kissinger prosegue le attività del Plan Condor, l’operazione a sostegno dei moderati e delle forze armate.

Nel 1973 gli americani sono determinati a contrastare le riforme strutturali in Cile e il movimento insurrezionale dei tupamaros in Uruguay.

A Santiago affilano gli artigli del generale Augusto Pinochet Ugarte, capo delle Forze Armate, uno dei pochi militari di cui Allende si fida.

Tuttavia Pinochet, all’insaputa del presidente, afferma che il Movimiento de Izquierda Revolucionaria sta per tornare alla lotta. L’Occidente arma in silenzio l’esercito del generale, che prepara l’assalto per la fine dell’inverno australe.

Santiago del Cile, 11 settembre 1973

L’11 settembre 1973 la Moneda finisce sotto assedio. Il Paese trattiene il fiato, ma il suo Presidente non abbandona il palazzo.

“Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. […] Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento”.

Augusto Pinochet sta per sfondare le ultime difese del sistema democratico. Allende chiede alle sue guardie del corpo un fucile, poi apre il fuoco contro sé stesso.

Entrato alla Moneda, Pinochet sospende la Costituzione e fa arrestare centinaia di cileni. Intanto lo Stadio nazionale di Santiago diventa un luogo di interrogatori e torture.

Augusto Pinochet insieme alla moglie Lucia Hiriart Rodriguez. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl - 11 settembre 1973 cile salvador allende

Augusto Pinochet insieme alla moglie Lucia Hiriart Rodriguez. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl

Un calciatore contro il regime

Carlos Humberto Caszély ascolta angosciato le notizie del golpe dal ritiro della Nazionale. Pochi mesi dopo la dittatura gli impone di scendere in campo nello spareggio di qualificazione alla Coppa del mondo di Germania 1974 contro l’Unione Sovietica. La sfida di andata in Russia finisce 0-0. La gara di ritorno è invece uno dei momenti più surreali del Novecento sportivo. I sovietici non si presentano per denunciare i crimini commessi da Pinochet. Il Cile vince a tavolino, ma decide comunque di mandare in campo i suoi 11 giocatori contro nessuno, segnando un gol simbolico subito dopo il calcio di avvio. Sul prato c’è anche Caszély: sente il peso della morte, ma non riesce a fermare la farsa.

Poco tempo dopo, Caszély non ha più paura di gridare il suo muto disprezzo all’indirizzo di Pinochet. Quando il generale stringe la mano ai convocati per la Coppa del mondo, “il re del metro quadrato” tiene le braccia conserte. Al Mondiale gioca con rabbia, finendo addirittura per schiaffeggiare l’avversario tedesco Berti Vogts. Dopo l’espulsione, il calcio cileno lo mette in disparte. Anche il Colo-Colo sembra portarlo in giro come se fosse soltanto un peso.

Caszély decide di trasferirsi in Europa, ma non smette mai di pensare all’11 settembre 1973. Il ragazzo immagina i dolori di sua madre, maltrattata e picchiata regolarmente dagli uomini di Pinochet. Le violenze dei militari non finiscono neppure quando Carlos torna al Colo-Colo e riconquista la tifoseria a suon di gol.

Il plebiscito del 1988

Pinochet in un'immagine di propaganda della campagna per il sì al plebiscito del 1988 - Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl

Pinochet in un’immagine di propaganda della campagna per il sì al plebiscito del 1988. Foto via Wikimedia Commons, CC-Historia Política BCN, Cc-by-3.0-cl

Col passare del tempo, però, Pinochet va in cerca di normalità. La benevolenza degli Stati Uniti e del capitalismo occidentale aiuta l’economia cilena, che si afferma come una delle più prospere del Sudamerica, ma non risolve affatto i problemi delle diseguaglianze. Il generale abbandona la divisa militare, poi va addirittura alla ricerca di una legittimazione democratica. Essendo sicuro di vincere, nel 1988 indice un plebiscito. Il conferma il governo e apre le porte ad altri 8 anni di dittatura; il no affida il Cile a un nuovo voto politico.

All’inizio Caszély osserva la campagna per il no e si entusiasma, ma teme che una sua esposizione comprometta le sorti dell’opposizione a Pinochet. Non vuole che i moderati lo accusino di anti-patriottismo. Sorride e si nasconde, spera e calcola, ma un giorno, insieme a sua madre, decide di concedersi alla macchina da presa. All’inizio del filmato compare il volto anziano e fiero di una donna, che racconta la sua sofferenza.

“Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente. Le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò No”.

Lo zoom allarga poi il campo dell’inquadratura: un gagliardetto del Colo-Colo si staglia sul muro e un viso baffuto compare all’improvviso sullo sfondo. La voce è quella di Carlos Humberto Caszély.

“Anche io voterò no, perché i suoi sentimenti sono i miei. Perché questa donna meravigliosa è mia madre”.

Il colpo di scena

Pochi giorni dopo, il no ottiene il 55% dei suffragi. Nell’anno successivo il democratico-cristiano Patricio Aylwin diventa il primo presidente del Cile eletto democraticamente dopo la dittatura. Comincia un periodo controverso, nel quale la voglia di cambiare le cose si stempera in un patto di oblio sui crimini di Pinochet. Ma questa è un’altra storia.

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