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L’8 settembre 1943 è una data fondamentale per la storia del Novecento italiano. In quel giorno il maresciallo Pietro Badoglio annuncia l’armistizio con le forze anglo-americane. Per qualche ora la guerra sembra finita, ma già nella notte i nazisti occupano gran parte della penisola. L’Italia entra così nella fase più dura del secondo conflitto mondiale.

Le premesse: dallo sbarco in Sicilia al 25 luglio

Il 9 luglio 1943 le truppe britanniche e statunitensi avviano l’Operazione Husky e sbarcano in Sicilia. In poche settimane conquistano l’isola e cominciano a organizzare incursioni aeree in tutta l’Italia. Bologna subisce il primo attacco il 16 luglio e il secondo, molto più devastante, nel pomeriggio del 24. L’obiettivo è la stazione ferroviaria, ma per alcuni errori di traiettoria e valutazione gli ordigni devastano varie zone del centro storico.

Poche ore dopo, il 25 luglio, Mussolini viene arrestato. Il regime fascista crolla e l’Italia entra nei cosiddetti “quarantacinque giorni”. Il re Vittorio Emanuele III affida il governo al maresciallo Pietro Badoglio, che mantiene l’impegno bellico al fianco della Germania. Cominciano tuttavia le trattative segrete con le potenze alleate per portare il Paese fuori dal conflitto quanto prima possibile.

I “quarantacinque giorni”

I britannici e gli statunitensi però non si fidano del tutto e intensificano ulteriormente le incursioni aeree per provocare la resa definitiva dell’Italia. Mentre i tedeschi, insospettiti, si preparano a occupare la penisola, i bombardamenti si susseguono. Oltre agli ordigni, dagli aerei talvolta piovono manifestini che esortano il popolo italiano ad abbandonare la guerra fascista.

Formazione da bombardamento dell'aviazione alleata. Foto via Wikimedia Commons

Formazione da bombardamento dell’aviazione alleata. Foto via Wikimedia Commons

L’armistizio viene raggiunto solo il 3 settembre. L’Italia cessa le ostilità nei confronti delle forze armate alleate e s’impegna a resistere «ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Tuttavia il Regio Esercito non è affatto pronto ad affrontare l’eventualità di combattere contro gli ex alleati nazisti. Badoglio ritarda l’annuncio della resa agli anglo-americani, poiché non sa come gestire la reazione della Germania.

Dopo l’8 settembre 1943: le conseguenze dell’armistizio

Dopo qualche giorno di attesa, gli Alleati pretendono che l’Italia scopra le carte e minacciano nuovi bombardamenti sulle città. L’annuncio di Badoglio arriva alla radio nel tardo pomeriggio dell’8 settembre. Mentre l’Italia si ritira dal conflitto lasciando il Regio Esercito senza direttive precise, la Wehrmacht occupa la penisola, spingendosi fino alla Campania meridionale. Il territorio italiano si ritrova così diviso in due parti: il sud, “liberato” dai britannici e dagli statunitensi, e il centro-nord, occupato dai nazisti.

Nei trentacinque giorni che seguono l’annuncio dell’armistizio, le forze speciali tedesche liberano Mussolini. Allora Hitler lo incarica di formare uno Stato collaborazionista per gestire i territori già occupati dalla Wehrmacht. Nasce così la Repubblica Sociale Italiana, che nel volgere di poche settimane scatenerà la guerra civile contro chi si rifiuta di sostenere la Germania nazista.

I militari tedeschi e le SS liberano Mussolini sul Gran Sasso. Foto via Bundesarchiv, Bild 101I-567-1503C-15 / Toni Schneiders / CC-BY-SA 3.0

I militari tedeschi e le SS liberano Mussolini sul Gran Sasso. Foto via Bundesarchiv, Bild 101I-567-1503C-15 / Toni Schneiders / CC-BY-SA 3.0

L’8 settembre 1943 a Modena

La sera dell’8 settembre 1943 il generale Matteo Negro presidia il Palazzo ducale di Modena. I militari presenti sono troppo pochi per tentare una difesa. Diversi sono impegnati nel campo estivo alle Piane di Mocogno, agli ordini del colonnello Giovanni Duca. Negro, tutt’altro che ostile ai nazisti, decide di consegnarsi alle forze occupanti. In città cerca di resistere soltanto un reparto del 6° reggimento di artiglieria, che punta alcuni pezzi contro i nazisti. Poco dopo, tuttavia, il comando ordina di desistere e la Wehrmacht trova via libera.

Pubblicità della ditta Villani Costante, stampata negli anni Trenta. L'8 settembre 1943 la Castelnuovo non viveva però nell'abbondanza... 

Pubblicità della ditta Villani Costante, stampata negli anni Trenta. L’8 settembre 1943 Castelnuovo non viveva però nell’abbondanza…

Il mattino del 9 settembre i modenesi si risvegliano sotto l’occupazione nazista. La situazione è molto confusa, ma il cronista Adamo Pedrazzi non teme che si scatenino particolari violenze. La città sembra ordinata e piuttosto pronta ad abituarsi alla nuova situazione. Le cose sono però molto diverse là dove la fame si fa sentire.

In vari luoghi della provincia i civili prendono d’assalto ammassi e salumifici per evitare che le scorte finiscano nelle mani dei militari. I più disperati cercano di accaparrarsi quel cibo che è sempre più raro. Da qualche parte la foga è tale da generare veri e propri pericoli. A Castelnuovo Rangone un ragazzo perde la vita mentre cerca di portare via qualcosa dal salumificio Villani.

Passano alcuni giorni e la situazione diventa più chiara. I nazisti non sembrano voler infierire con la violenza, ma i fascisti della Repubblica sociale italiana si mostrano subito determinati ad affermare la propria autorità. Pretendono che le famiglie restituiscono il cibo prelevato dagli ammassi e gli oggetti abbandonati dai militari in fuga. Non vogliono che nessuno sgarri. Pur di evitare il tradimento del patto con la Germania nazista, sono disposti a scatenare una guerra civile.

A Sassuolo…

Il Palazzo ducale di Sassuolo è il teatro dell’unica vera battaglia combattuta nel modenese dopo l’8 settembre 1943. Lì i 50 soldati e i 6 ufficiali agli ordini del generale Ugo Ferrero si preparano a resistere. L’assalto dei tedeschi comincia intorno alle 6:30 e dura circa due ore e mezza. Quando i militari esauriscono le munizioni, sono costretti alla resa. Il soldato Ermes Malavasi viene trasportato in fin di vita all’ospedale, dove muore poco dopo. Si registrano inoltre un altro ferito grave e diversi lesionati.

Ferrero viene trattato con rispetto e fatto prigioniero, ma nei mesi successivi il suo destino sarà molto più doloroso. Finirà in un campo di internamento, rifiuterà di arruolarsi nell’esercito della Repubblica sociale italiana e arriverà allo sfinimento. Nel gennaio del 1945 sarà eliminato durante una delle tante “marce della morte” in territorio polacco.

Tra i soldati solo in pochi riescono a fuggire dal Palazzo ducale. Li attendono le difficoltà della vita clandestina, ma trovano il primo aiuto dalle famiglie contadine della zona. Le donne si prodigano a svestirli delle divise e a donare loro abiti borghesi, perché possano confondersi con i lavoratori dei campi.

Intanto i prigionieri sfilano in colonna lungo la via Claudia. Attraversano Fiorano e arrivano all’incrocio con la via Giardini, nel cuore della nuova Maranello. Proprio lì, tra il cortile della Locanda Corona e il sagrato della chiesa di San Biagio, attendono di conoscere il loro destino.

Soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi a Corfù dopo l'8 settembre 1943. Foto via Bundesarchiv, Bild 101I-177-1459-32 / Cuno / CC-BY-SA 3.0

Soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi a Corfù dopo l’8 settembre 1943. Foto via Bundesarchiv, Bild 101I-177-1459-32 / Cuno / CC-BY-SA 3.0

A Maranello…

La mattina del 9 settembre 1943 Maranello si risveglia dopo una delle notti più tormentate dell’intera guerra. Dopo l’annuncio dell’armistizio i soldati tedeschi fanno irruzione all’improvviso. Lungo via Vittorio Veneto riecheggiano diversi spari. I bersagli sono alcuni militari italiani, che da qualche settimana alloggiano nelle scuole del paese.

Tra di loro, due uomini si distinguono per carisma ed esperienza: Demos Malavasi e Mario Ricci. Sono antifascisti di lungo corso, legati alle reti clandestine del Partito comunista d’Italia. Dopo il 25 luglio sono riusciti a tornare a casa dal confino, ma la loro libertà è durata pochi giorni. Nella seconda parte dell’estate il Regio esercito li ha richiamati alle armi per tenerli sotto controllo. Nessuno vuole che si mettano a sobillare le comunità di origine…

Demos e Mario non sopportano la disciplina militare e sono pronti a contrastare il fascismo con ogni mezzo. Anche con le armi. Quella notte, però, il blitz dei nazisti li coglie insieme ai commilitoni nelle stanze delle scuole. Non possono reagire: devono scappare in fretta.

Mario Ricci riesce a calarsi da una finestra e si rifugia nella casa della famiglia Severi, dove trova la salvezza. Pochi mesi dopo sarà già alla guida della Resistenza nella valle del Panaro, passando alla storia come il comandante “Armando”. Demos Malavasi, invece, è colpito al volto da una pallottola e rimane ucciso. Non ha il tempo di trasformare il suo antifascismo nell’esperienza della lotta partigiana. Il suo cadavere, coperto da un lenzuolo, rimane per un po’ nel cortile delle scuole, testimonianza ormai muta dei primi scontri a fuoco nel territorio di Maranello.

A Spilamberto…

A Spilamberto l’annuncio dell’armistizio con gli Alleati non innesca una gioia duratura. Già nella serata dell’8 settembre 1943 incombe il sospetto che i tedeschi non accettino la resa dell’Italia fascista. Molti tra coloro che il 28 luglio hanno organizzato lo sciopero allo stabilimento della Società italiana prodotti esplodenti sono ancora in carcere. Altri si trovano in clandestinità e non vogliono rischiare.

28 luglio 1943: sciopero contro la guerra alla Società italiana prodotti esplodenti di Spilamberto. Foto tratta da Daniel Degli Esposti, Lottare per scegliere. Antifascismo, Resistenza e ricostruzione a Spilamberto, Modena, Artestampa, 2018

28 luglio 1943: sciopero contro la guerra alla Società italiana prodotti esplodenti di Spilamberto. Foto tratta da Daniel Degli Esposti, Lottare per scegliere. Antifascismo, Resistenza e ricostruzione a Spilamberto, Modena, Artestampa, 2018

Subito dopo l’annuncio di Badoglio alla radio gli antifascisti cercano contatti con i militari presenti sul territorio. Il colonnello Paolo Ramoino è ostile ai nazisti, ma attende ordini superiori e decide di non agire. I soldati di stanza in paese vengono dunque mandati a dormire senza particolari allarmismi. Intanto i comunisti attendono gli eventi nel coperto della clandestinità.

Nel corso della notte i tedeschi circondano le scuole elementari del capoluogo e lo stabilimento della SIPE. I militari, sorpresi nel sonno, non hanno modo di opporsi. Alle scuole elementari i nazisti si aprono la strada a colpi di fucile mitragliatore e penetrano nell’edificio, catturando un gran numero di prigionieri. Qualche soldato riesce a scappare e cerca rifugio nelle case del centro, trovando in molti casi la solidarietà delle donne. Hanno miglior sorte i militari dislocati alla SIPE, che fanno perdere le tracce ai tedeschi fuggendo attraverso i campi.

La solidarietà dei contadini

In quei frangenti la solidarietà delle famiglie contadine è decisiva per la salvezza dei giovani in divisa. Non è semplice capirsi, ma gli uni e gli altri trovano il modo di farlo. Diventa esemplare la vicenda del soldato di Pantelleria Vito Rodo, ospitato da varie famiglie della campagna spilambertese e assistito dagli antifascisti locali, con cui ha già preso contatto. Nella primavera del 1944 parte con altri partigiani di Spilamberto per la montagna, dove entra nel battaglione Adelchi Corsini. Troverà la morte nel corso di un combattimento a Piandelagotti.

Anche altri cinque ragazzi, abbandonata la divisa nella zona di Spilamberto, rimangono in provincia di Modena per impegnarsi nella Resistenza. La solidarietà popolare e contadina ha dunque un’importanza decisiva per il salvataggio dei militari italiani.

Ho raccontato le vicende dell’8 settembre 1943 a Spilamberto nel mio saggio Lottare per scegliere, disponibile presso la locale sezione dell’ANPI.

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