Il nostro lavoro è anche una delle nostre più grandi passioni. Ecco perché l’interesse per la storia ci accompagna anche nei viaggi di piacere, senza che questo li renda meno “vacanza”. Così, quando abbiamo disegnato la road map del nostro viaggio tra i Paesi Bassi e il Belgio, abbiamo inserito due tappe dal nome evocativo anche per i non addetti ai lavori: Ypres e Marcinelle. Il disastro di Marcinelle, in particolare, è abbastanza vicino nel tempo da scatenare probabilmente ricordi vividi e diretti in qualcuno di voi. Risale infatti al 1956, ma – come sempre – per capirne il senso, occorre fare un passo indietro…

Il secondo dopoguerra: italiani migranti

Nella primavera del 1945 l’Italia si libera dall’occupazione nazista e sconfigge il neofascismo della Repubblica di Salò. Tuttavia la guerra lascia segni profondi sull’intera penisola. Se la ripresa morale è difficile, la ricostruzione materiale risulta ancora più complicata. Mancano infatti le risorse necessarie al recupero del territorio. Le industrie, abituate all’autarchia guerriera del fascismo, non riescono inoltre a reggere la concorrenza del mercato internazionale. Si delinea così un paradosso: l’Italia è da ricostruire, ma è piena di disoccupati.

In assenza di prospettive, molti giovani e non poche famiglie cercano fortuna tra l’Europa e le Americhe. Qualcuno fugge per evitare ritorsioni postbelliche, ma tanti altri sperano di trovare un lavoro. La Svizzera, la Germania, la Francia e l’America Latina offrono molte possibilità di lavoro e di residenza. Tuttavia gli italiani migranti si trovano di fronte all’ostilità delle comunità locali. Non tutti gli abitanti sono infatti disposti ad accoglierli: alcuni vedono in loro dei delinquenti dal coltello facile, altri temono di perdere il lavoro per colpa dei nuovi arrivati.

Parecchi italiani sognano di accumulare quello che basta per fare ritorno alle terre d’origine. Invece i loro progetti iniziali vengono spesso stravolti dagli eventi. Anche se sono lontani da casa, hanno la sicurezza del lavoro e possono godere di servizi superiori a quelli conosciuti prima di partire. Molti operai e minatori finiscono per costruirsi una famiglia e una nuova vita all’estero. Arrivati alla mezza età, quasi tutti abbandonano l’idea del ritorno in Italia.

Il lavoro in miniera è una costante della storia dell'emigrazione italiana. Tra la fine dell'Ottocento e gli anni Sessanta del Novecento migliaia di poveri e disoccupati prendono treni per l'Europa settentrionale o bastimenti transoceanici per farsi reclutare dagli impresari dell'estrazione mineraria

Il lavoro in miniera è una costante della storia dell’emigrazione italiana. Tra la fine dell’Ottocento e gli anni Sessanta del Novecento migliaia di poveri e disoccupati prendono treni per l’Europa settentrionale o bastimenti transoceanici per farsi reclutare dagli impresari dell’estrazione mineraria. Foto tratta dalla mostra La strada più dura, realizzata nel 2016 dal Gruppo di documentazione vignolese Mezaluna – Mario Menabue

Gli accordi italo-belgi e il lavoro nelle miniere

Dopo le elezioni del 18 aprile 1948 l’Italia entra negli anni del “centrismo”. La Democrazia cristiana è la forza egemone di vari governi dall’impronta moderata, formati in una coalizione con i liberali, i repubblicani e i socialdemocratici. Alcide De Gasperi stringe l’alleanza con gli Stati Uniti e nel 1951 promuove l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), un’area di libero scambio che comprende Italia, Francia, Germania Ovest, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo.

Bandiera della Comunità europea del carbone e dell’acciaio

I rapporti commerciali tra i Paesi della CECA non coinvolgono soltanto le materie prime. Nei primi 15 anni del dopoguerra l’Italia acquista carbone belga a prezzo agevolato in cambio di manodopera emigrante. Roma e Bruxelles si accordano per gestire il trasferimento di forza-lavoro dal “Bel Paese” alle miniere valloni e fiamminghe. Il Belgio vuole recuperare lo status della grande potenza economica, ma non può più contare su un’industria all’avanguardia. I governi decidono dunque di sfruttare al massimo le risorse naturali, intensificando in particolare l’estrazione del carbone. Dal momento che molti lavoratori belgi non sono disposti a sobbarcarsi le fatiche e i pericoli delle miniere, gli impresari hanno bisogno di manodopera a basso costo.

Le autorità italiane incentivano l’emigrazione in Belgio, presentandola come una soluzione efficace alla piaga della disoccupazione. Intanto una rete di affaristi senza scrupoli sfrutta la disperazione degli “ultimi” per diffondere nelle aree più povere la speranza di cambiare vita. Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio del decennio successivo migliaia di disoccupati abbandonano le terre d’origine per salire sui treni diretti alle miniere belghe.

L’illusione del benessere sprofonda presto nella realtà del lavoro. Le fatiche estenuanti, la silicosi e le tragedie sotterranee caratterizzano le esperienze professionali che un’intera generazione di emigranti vive sulla propria pelle. A tutto ciò bisogna aggiungere la diffidenza e l’ostilità di alcuni belgi. Anche se i drammi della Seconda guerra mondiale sono ormai materia d’archivio, l’esclusione delle minoranze e il razzismo continuano a connotare le società europee del Novecento.

Il disastro di Marcinelle

A metà degli anni Cinquanta molti italiani trovano lavoro nella regione di Charleroi. Uno degli impianti più significativi dell’area è la miniera Bois du Cazier di Marcinelle, il cui pozzo numero 1 è attivo dal 1830. Nel 1956 gli scavi raggiungono una profondità di 1.035 metri. Per continuare a utilizzare la miniera, servono importanti investimenti nella sicurezza. La proprietà accetta di avviare i lavori per la realizzazione di un nuovo accesso, ma non adegua i pozzi esistenti alle norme di sicurezza.

Nel mattino dell’8 agosto 1956 gli ascensori della miniera vengono attivati in modo che salgano o scendano indipendentemente dalle segnalazioni di via libera. In base a questo protocollo, l’addetto al carico del piano 975 non deve collocare il carrello pieno di carbone sull’ascensore. Alle 8:10, tuttavia, si verifica l’imprevisto: per un malinteso o per una mancata segnalazione l’operaio Antonio Iannetta effettua l’operazione di carico.

Subito due carrelli restano incastrati e sporgono dall’ascensore, che riprende a muoversi. Non c’è il tempo di sbloccarli. Quando i carrelli urtano un puntello, comincia il disastro: il legno trancia diversi cavi dell’energia elettrica e del telefono, insieme ad alcuni tubi, uno dei quali contiene olio in pressione. Le scintille elettriche entrano in contatto con il combustibile e generano un incendio tremendo. Iannetta riesce a salvarsi, ma la situazione diventa quasi subito incontrollabile.

I soccorsi non bastano

Le fiamme e il fumo penetrano rapidamente in tutto il pozzo numero 1. All’esterno della miniera si forma una spaventosa colonna nera, che terrorizza le famiglie dei minatori. Mentre tantissime persone si accalcano fuori dai cancelli del Bois du Cazier, il disastro di Marcinelle è ormai quasi impossibile da arginare.

La miniera del Bois du Cazier in occasione del disastro di Marcinelle. Foto tratta da Camille Detraux - http://dormirajamais.org/cincali2/ [CC-BY-SA 4.0] via Wikimedia Commons

La miniera del Bois du Cazier in occasione del disastro di Marcinelle. Foto tratta da Camille Detraux – http://dormirajamais.org/cincali2/ [CC-BY-SA 4.0] via Wikimedia Commons

I soccorritori s’impegnano senza tregua, ma la missione è molto difficile. Soltanto 13 persone risalgono o vengono estratte vive dal fumo e dalle fiamme: 6 di loro riportano vari tipi di ferite. Per giorni nessuno riesce a raggiungere i livelli più bassi della miniera, poiché le temperature sono insostenibili e i passaggi inservibili.

La sciagura genera una mobilitazione internazionale senza precedenti. Mentre i media belgi coprono quasi integralmente le operazioni di soccorso, arrivano squadre di intervento dalla Germania e aiuti da vari Paesi europei. Anche Re Baldovino e il primo ministro non possono esimersi dal visitare il Bois du Cazier, poiché lo shock è troppo forte. Per raggiungere l’imbocco dei pozzi, si servono della stessa scala utilizzata dai soccorritori, che diventa un simbolo del disastro di Marcinelle.

Re Baldovino e il primo ministro belga visitano il Bois du Cazier dopo il disastro di Marcinelle. Foto di Wim van Rossem, Nationaal Archief, via Wikimedia commons

Re Baldovino e il primo ministro belga visitano il Bois du Cazier dopo il disastro di Marcinelle. Foto di Wim van Rossem, Nationaal Archief, via Wikimedia Commons

All’esterno della miniera le autorità sono molto attente alla gestione dell’ordine pubblico. Le famiglie dei dispersi si consumano nell’attesa per diversi giorni, ma purtroppo per gli intrappolati nella miniera non c’è nulla da fare. I morti sono 262: 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 ungheresi, 3 algerini, 2 francesi, 2 sovietici, 1 britannico e 1 olandese.

Il Bois du Cazier: un luogo di Public History

Quando siamo arrivati a Marcinelle, il 17 luglio scorso, avevamo già visitato parecchi musei tra i Paesi Bassi e il Belgio. Non c’è dubbio che – come avevamo già constatato anche a Berlino – molti paesi del centro e del nord Europa si distinguano per l’alta qualità dei musei e per la capacità di fare Public History (qui spieghiamo cos’è per noi questa disciplina). Le nostre aspettative erano quindi particolarmente alte, ma la vera notizia è che non sono andate deluse! Il museo del Bois du Cazier racconta al visitatore molto più del disastro di Marcinelle, che era il nostro interesse principale, e fa tutto in modo estremamente chiaro, incisivo e coinvolgente. L’aeroporto di riferimento (Charleroi) dista meno di 2 ore di volo dal nord Italia e molti di voi potranno constatarlo di persona, se già non lo hanno visitato. Per questo motivo non vorremmo nemmeno svelarvi troppo. Ci sono però senz’altro almeno 3 validi motivi per visitarlo e per definirlo un ottimo prodotto di Public History.

1. Un museo che è un sito Unesco

Il museo del Bois du Cazier si trova esattamente nel sito della miniera ed è circondato da 3 colline create dall’accumulo dei residui degli scavi minerari e oggi riconquistate dal bosco. Gli edifici e i “castelli” dei pozzi della miniera, che solo in parte si erano conservati, sono stati recuperati quanto più possibile. Altro è stato ricostruito. L’effetto suggestivo è davvero notevole.

Il sito del Bois du Cazier, con i castelli dei pozzi.

2. Due guide d’eccezione

Abbiamo visitato il museo del Bois du Cazier con l’ausilio di un’audioguida (disponibile anche in italiano) che ci ha accompagnato attraverso il sito in 23 tappe. Dimenticate però le classiche audioguide. Questa si presenta sorprendentemente a due voci: Luigi e Monica. Avete capito bene. Si tratta di due emigrati italiani (immigrati, se la guardiamo dal Belgio) che hanno vissuto in prima persona il disastro di Marcinelle. Lui, operaio al lavoro nella miniera, era appena risalito al momento dell’incendio, quell’8 agosto 1956. Lei, bambina con la madre, era tra i famigliari in angosciosa attesa di notizie avanti al cancello. Luigi e Monica sono fratello e sorella. Si ritrovano dopo diversi anni nel luogo che ha segnato la storia della loro famiglia: per quella miniera hanno deciso di emigrare dall’Italia in cerca di un’opportunità di riscatto sociale. Proprio quell’angolo di Vallonia, che ha segnato l’inizio di una nuova vita, è diventato il luogo della tragedia, che ancora una volta ha cambiato il corso delle loro vite.

Luigi e Monica parlano tra loro e, nel raccontarsi, vi portano a conoscenza delle loro storie di vita, di quello che significava lavorare al Bois du Cazier ed essere immigrati italiani in quegli anni. Anche i giorni del disastro sono raccontati a due voci. I punti di vista sulla vicenda del Bois du Cazier, però, non sono solo due. Nel loro raccontarsi, infatti, Luigi e Monica sanno essere contemporaneamente voci della memoria e voci del presente. Monica accompagna nella visita Luigi (e voi, spettatori silenziosi), spiegando al fratello maggiore le scelte museali fatte. Può ben farlo, in quanto, al contrario di lui, è rimasta a vivere a Marcinelle e da pensionata ha contribuito alla realizzazione del sito-museo. Luigi, a sua volta, intervalla il ricordo del passato a valutazioni e domande sul presente. Gran parte della visita si svolge in questa modalità “a tre”, almeno fino allo spazio “8 agosto 1956″…

3. Il fascino delle voci del passato

Nel disastro di Marcinelle si sono contati 262 morti, ma la miniera impiegava molto più personale. Il museo offre la possibilità di ascoltarne le voci, grazie a testimonianze rilasciate in anni recenti. Sono presenti anche filmati e immagini dell’epoca, non solo della tragedia. Il disastro di Marcinelle viene inoltre contestualizzato nella storia più ampia dell’immigrazione in Belgio, e italiana in particolare.

Si potrebbe dire che il museo del Bois du Cazier, in effetti, di musei ne contiene più di uno. E non solo perché ospita anche il Museo dell’industria e quello del vetro, ma anche perché ricostruisce il mondo del lavoro e racconta la realtà dell’immigrazione nel Novecento, con installazioni che arrivano fino ai giorni nostri. Nel grande mappamondo alla fine del percorso potrete vedere i flussi migratori più recenti e scoprire quali paesi sono terre di emigrazione e quali di immigrazione. C’è anche l’Italia, un paese da cui, principalmente, si parte.

Un’esperienza di vita vissuta

Non è semplice concludere un racconto sul disastro di Marcinelle, soprattutto dopo aver visitato con passione e attenzione il Bois du Cazier. Una cosa, però, ci è rimasta scolpita dentro. L’8 agosto 1956 sono morti 262 lavoratori. Persone come tante altre, che in quella mattinata d’estate avrebbero potuto essere in superficie, e invece erano al lavoro in condizioni di sicurezza non ottimali. Erano là sotto, poiché se non ci fossero andati, non avrebbero avuto i soldi per sopravvivere. Erano minatori, poiché gli altri lavori – quelli migliori – non erano mai stati alla loro portata. Erano poco visibili, perché molti di loro venivano da lontano o da troppo in basso perché la società si accorgesse di loro. Erano tutto questo fino a quel mattino. Da lì in poi i loro nomi sarebbero finiti su giornali e monumenti, ma soltanto perché non andasse smarrita la loro memoria.

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