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Il 25 luglio 1943 è una delle date più significative del Novecento italiano. Proprio in quel giorno, infatti, l’arresto di Benito Mussolini fa crollare il regime fascista, che controlla il potere da più di vent’anni. È un momento decisivo per le sorti dell’Italia nella Seconda guerra mondiale. Il Paese è allo stremo, ma può davvero sganciarsi dal Patto d’acciaio con la Germania nazista e uscire dal conflitto?

Un Paese allo stremo

L’arresto del Duce rappresenta il culmine della tensione che da tempo dilania il Paese. Dall’inizio degli anni Quaranta diversi italiani hanno cominciato ad accorgersi che la retorica del regime è molto lontana dalla realtà dei fatti. L’Impero fascista non è pronto a sostenere una guerra totale come quella che si è scatenata in Europa alla fine dell’estate del 1939.

L’andamento del conflitto è stato disastroso fin dai primi mesi, ma la situazione si è progressivamente aggravata. Il razionamento alimentare costringe le famiglie operaie e bracciantili a fare i conti con una fame sempre più nera. Mentre tirano la cinghia, gli abitanti delle città portuali e industriali trattengono anche il fiato. I bombardamenti aerei si susseguono e aumentano d’intensità, provocando danni consistenti e bilanci drammatici.

Il 9 luglio 1943 l’Operazione Husky porta allo sbarco delle truppe alleate in Sicilia. Le forze armate italiane non riescono a opporre resistenza e si rassegnano ben presto alla perdita dell’isola. Dieci giorni dopo, gli statunitensi colpiscono per la prima volta Roma dal cielo. Il bombardamento dilania lo scalo ferroviario di San Lorenzo e altri quartieri popolari, provocando oltre 1.500 morti.

Verso il 25 luglio 1943: la crescita del dissenso

Nella seconda metà di luglio alcuni gerarchi sollecitano la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo. Mussolini accetta questa proposta e fissa la riunione per il pomeriggio del 24 luglio. La discussione è animata, poiché i rovesci degli ultimi mesi e l’impatto dei bombardamenti spingono diversi membri a chiedere la rottura dell’alleanza con la Germania nazista. Il gerarca bolognese Dino Grandi presenta un ordine del giorno che mette in minoranza la posizione bellicista e filo-nazista di Mussolini.

Il voto del Gran Consiglio apre la strada all’arresto del Duce, che il 25 luglio 1943 viene ratificato dal re Vittorio Emanuele III. Il sovrano “dimentica” di aver aperto la strada all’ascesa del fascismo e di averne sostenuto le politiche fino al collasso militare di quell’estate. Cerca dunque di scaricare sul Duce tutte le responsabilità del fallimento militare e dei crimini commessi dalle truppe italiane.

Chi si aspetta un cambiamento radicale resta tuttavia deluso. Di fronte al tracollo del Regio Esercito, la monarchia cerca semplicemente di salvare la propria immagine e la compattezza del blocco sociale che ha sostenuto il fascismo. Togliendo dalla scena il leader più visibile e compromesso, Casa Savoia spera di raggiungere un’intesa con gli Alleati senza smarrire il controllo sulla politica nazionale.

Il governo Badoglio

25 luglio 1943Il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III affida il governo a un uomo tutto sommato gradito ai conservatori britannici. È il maresciallo Pietro Badoglio, un militare che ha goduto a lungo dei favori di Mussolini e si è macchiato di crimini nella guerra di Etiopia. Appena prende il controllo dell’ufficio, si adopera affinché le manifestazioni di giubilo per la destituzione del Duce vengano contenute o soffocate dalle forze di polizia.

Badoglio si affretta poi a dichiarare che «la guerra continua al fianco dell’alleato tedesco». Intanto però i diplomatici avviano trattative con gli Alleati per portare il Paese fuori dal conflitto.

Nel frattempo le idee dei vecchi antifascisti ricominciano timidamente a diffondersi nella società. L’opposizione all’ideologia del littorio si rafforza: le voci dei critici, ridotte al silenzio per più di vent’anni, riacquistano vigore e credito. Parecchie persone si convincono che il regime ha portato l’Italia al collasso, trascinando l’esercito e la società in una guerra insensata. Chi rifiuta l’idea di tornare a vivere sotto il fascismo recupera gli insegnamenti degli intellettuali perseguitati, malmenati, esiliati o eliminati dalla dittatura. Gli antifascisti diventano punti di riferimento per una generazione di ragazzi e giovani uomini che sentono il bisogno di radicare il loro disprezzo per l’ingiustizia.

Un periodo di incertezze

Dopo l’arresto di Mussolini, la classe dirigente del regime si spacca. Alcuni prendono le distanze dal progetto politico-militare che hanno sostenuto negli otto anni precedenti. Altri rimangono invece fedeli alla linea tracciata dal dittatore, rifiutando ogni tentativo di uscire dalla guerra. In tutta la penisola comincia un periodo di tensioni e incertezze. I britannici e gli statunitensi proseguono i bombardamenti a tappeto sulle città per sganciare definitivamente il popolo dalla classe dirigente, mentre Badoglio non rompe subito l’alleanza con il Reich per timore di generare una reazione non controllabile.

La linea del Governo costringe dunque le autorità periferiche dello Stato e i reggenti dei municipi a intensificare la sorveglianza sulle comunità, affinché l’ordine pubblico non risulti turbato dall’incedere degli eventi. Poco dopo l’annuncio dell’avvicendamento al vertice dell’esecutivo, il Questore di Modena invita i podestà e i commissari prefettizi a vigilare «per evitare manifestazioni di qualsiasi genere». I vertici del Regno temono che le piazze d’Italia si riempiano di persone pronte a chiedere pane e pace, caricando di ulteriori pressioni le trattative per l’uscita dalla guerra e innescando nuovi sospetti nelle coscienze dei militari tedeschi.

Le proteste in provincia di Modena

Vengono quindi presidiati dall’esercito i centri maggiori: non solo Modena, ma anche Sassuolo, Carpi e altri. I timori dei vertici non sono infondati. Secondo più di una testimonianza, nella tarda serata del 25 luglio, quando la radio porta a Modena la notizia delle “dimissioni” di Mussolini, c’è chi si lascia andare a manifestazioni di gioia (pare anche con rottura e sfregi di busti e ritratti del duce) per poi passare subito all’azione, ovvero all’organizzazione di manifestazioni da tenersi il giorno dopo.

Resti di un fascio littorio (Rapallo)

Nel capoluogo, sottoposto preventivamente a stato d’assedio, lunedì 26 luglio si tengono brevi astensioni dal lavoro nelle fabbriche e prese di posizione dei partiti antifascisti. Il partito comunista, in particolare, si mobilita per organizzare una grande manifestazione per le ore 18, nel momento dell’uscita dalle fabbriche. Partito da piazza Grande, il corteo attraversa via Emilia e via Farini per arrivare davanti all’Accademia. In quello stesso giorno si stampano volantini che vengono distribuiti nei giorni successivi e che, nella confusione del momento, hanno lo scopo di orientare le masse. Si vorrebbero la firma dell’armistizio, la rottura del patto d’acciaio, la scarcerazione dei detenuti politici e l’arresto dei gerarchi fascisti, la formazione di un governo popolare e la ricostruzione di partiti e sindacati. Si sogna la pace.

A questo punto della vicenda bellica, era certamente un desiderio diffuso, tuttavia in questi giorni le reazioni nel resto della Provincia sono anche molto diverse. Se nella frazione modenese di Portile già nella notte del 25 luglio si da fuoco alle carte della Casa del fascio finendo per provocare l’incendio di tutta la struttura, a sud di Modena invece, le condizioni dei mezzi di comunicazione (molto meno capillari di oggi) fanno sì che le notizie arrivino più lentamente, magari solo per voce riportata.

Inoltre, concretamente non sembra essere cambiato nulla: la guerra continua e le condizioni di vita restano le stesse. Forse per questo motivo, come riportano le testimonianze e con poche eccezioni, nella zona della montagna e in quella pedemontana si resta quasi indifferenti. Fra le eccezioni c’è Sassuolo, dove alcuni giorni dopo il 25 luglio un grande corteo con bandiere tricolori e bandiere rosse percorre le strade del paese abbattendo le insegne del Regime, come ha ricordato in una testimonianza Edmondo Vacondio.

(…) abbiamo preso scalpelli e martelli e siamo andati ad abbattere i fasci che stavano sopra le colonne, che erano altissime, del campo sportivo (…)

Anche il centro di Spilamberto è percorso da un consistente corteo antifascista composto da comunisti, socialisti e cattolici. Mentre nell’aria risuonano Bandiera Rossa e l’Internazionale, vengono distrutti i simboli del fascismo e incendiate le carte del fascio.

È però soprattutto nei centri della pianura, dove più era forte l’eredità socialista, che nelle giornate del 25 e 26 luglio si tengono le manifestazioni più importanti: a Soliera, Limidi, Novi, Mirandola, Finale, Concordia, Campogalliano e naturalmente Carpi. In quest’ultima città gli operai della Magneti Marelli si astengono dal lavoro per tutto il giorno, si tengono discorsi e addirittura tocca sospendere il mercato settimanale. A Carpi il livello di tensione è molto alto: tra le zone presidiate c’è la casa di uno dei fondatori del fascio carpigiano, Bruno Meloni, attivo nelle spedizioni punitive degli anni Venti. Quando l’operaio Riccardo Bonetti si avvicina alla sua abitazione, viene colpito a morte da uno dei soldati a guardia, che forse temeva un desiderio di vendetta.

Che cosa succederà dopo?

La firma dell'armistizio di Cassibile, annunciato in Italia l'8 settembre 1943

La firma dell’armistizio di Cassibile, annunciato in Italia l’8 settembre 1943

Anche se, quasi ovunque, i primi protagonisti della Resistenza inizieranno a riunirsi clandestinamente soltanto dopo l’annuncio dell’armistizio, la loro volontà di passare dalle riflessioni ai fatti nasce nei “quarantacinque giorni” che seguono la destituzione di Mussolini in contrapposizione alle decisioni repressive e autoritarie del governo Badoglio. Mentre i fascisti integrali cercano di riscattarsi proclamando la «bella morte», redentrice dell’onore nazionale, i loro oppositori immaginano un avvenire di giustizia, libertà ed equità sociale.

Le idee degli antifascisti plasmeranno dunque il movimento di liberazione. Saranno insegnate a tutti quei ragazzi che entreranno nelle formazioni della Resistenza per evitare le chiamate alle armi della RSI. Le teorie e le esperienze dei vecchi dissidenti saranno ravvivate da una generazione nata e cresciuta sotto il governo di Mussolini. Dalla primavera del 1944 l’antifascismo accenderà la Resistenza. Inizierà così una stagione tanto drammatica quanto capace di delineare un modello diverso di vivere la politica e la società italiana.

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