Il 20 luglio è una data che segna la storia di Castellarano e della sua comunità dall’estate del 1944. Proprio nell’alba di quel giorno le truppe naziste mettono in atto un rastrellamento. Incendiano circa 70 case, arrestano 107 persone e le tengono in ostaggio per ore davanti al municipio, sotto la minaccia delle mitragliatrici. Uccidono il bracciante 62enne Gaetano Arduini sulla porta di casa. Negli stessi frangenti feriscono mortalmente anche il signor Benfenati. Poi, intorno alle 13, lasciano il paese, portando tutti gli ostaggi a Sassuolo. Metà di loro vengono rilasciati il giorno successivo. Alcuni degli altri sono costretti a riparare le infrastrutture nella zona di Livorno, mentre i restanti finiscono internati nei campi di lavoro in Germania.

A 75 anni da quel giorno la comunità di Castellarano non ha dimenticato. Ma la memoria rischia di rimanere fine a se stessa, se non si cercano di comprendere le dinamiche che portarono a quel 20 luglio. E qui entra in gioco la storia… ed entrano in gioco gli storici. Detta così, sembra anche semplice. La verità è che non è mai semplice confrontarsi con la memoria – o meglio le memorie – e portare a una comunità una ricostruzione storica, che riesca a essere corretta, ma anche narrativamente efficace.

Sabato 20 luglio ci abbiamo provato con un trekking storico narrativo dal titolo Castellarano brucia, organizzato dal Comune di  Castellarano in collaborazione con il Centro studi storici castellaranesi e con la partecipazione di ANPI Castellarano. Lo confessiamo: quando, quella sera, ci siamo ritrovati davanti oltre 250 persone, le gambe ci tremavano un po’!

Un piccolo viaggio nella storia di Castellarano

Le vicende del 20 luglio 1944 affondano le radici in un passato più lontano rispetto all’inizio del secondo conflitto mondiale. Per trovare la scintilla che ha fatto divampare la storia europea, bisogna tornare indietro di almeno trent’anni. È stata infatti l’estate del 1914 a innescare un lungo periodo di violenze tra le nazioni, ma anche all’interno dei popoli.

Trent’anni di guerra civile europea

Quando il nazionalismo spinge le masse contadine nella Grande Guerra, anche la storia di Castellarano si trova di fronte a una svolta. Centinaia di giovani partono dal capoluogo e dalle frazioni. 101 di loro non fanno mai più ritorno. Alla fine del 1918 come si può pensare di vivere nuovamente in pace, dopo i massacri delle trincee? Alla resa dell’Impero austro-ungarico Giorgio Palazzi, il sindaco socialista di Reggio Emilia, si rivolge al popolo con un auspicio accorato.

Cittadini, il rapido succedersi degli eventi pare assicuri imminente la cessazione delle ostilità, e apre i cuori a una fiduciosa speranza di una Pace, che dando a ogni popolo il diritto di decidere delle proprie sorti, sopprima ogni ingiusto imperio… Ai lavoratori di tutti i Paesi spetterà vigilare perché questa pace che si avvicina sia veramente la pace dei popoli… Sia la pace che restituisca libertà e diritto a tutte le nazioni, apra l’era della Confederazione di tutte le genti umane, cancelli per sempre dal mondo la Guerra, prepari la via alle vittorie della Civiltà, al trionfo della Giustizia sociale.

Nei due anni successivi i socialisti raggiungono la maggioranza relativa alle elezioni politiche e vincono le amministrative in parecchi Comuni emiliani. Anche a Castellarano s’insedia una giunta che punta a risolvere una volta per tutte le ingiustizie sociali. Bisogna tuttavia fare i conti con la miseria degli “ultimi”, che diffonde la rabbia e la voglia di innescare un processo rivoluzionario.

Il fascismo e il mito della Grande Guerra

Le classi dirigenti cominciano a temere uno sconvolgimento e scelgono quello che ai loro occhi è il “male minore”. Alimentano le paure dei “penultimi” e propongono loro una soluzione rapida e spiccia: lo squadrismo fascista.

Benito Mussolini sfrutta subito l’occasione: prima raggiunge il governo, poi lo trasforma in dittatura. Anche i Comuni controllati dai socialisti e dai cattolici passano presto di mano. Anche nella storia di Castellarano comincia un’epoca nuova, fortemente condizionata dall’eredità delle trincee.

Dal momento che l’Italia fascista ha bisogno di un mito fondativo, perché non attingere al repertorio della Grande Guerra? Tra il 1915 e il 1918 il servizio militare ha avvicinato soldati di tutta la nazione e il sostegno ai combattenti ha costretto anche i civili a fare un passo avanti. Sarà forse giunto il momento di far valere quelle esperienze? Alcune donne cercano di ottenere qualche diritto in più, ma sono respinte, proprio come tutti gli “ultimi” che vogliono un riconoscimento sociale.

I piani del regime sono altri. Mussolini sogna la “nazione guerriera” ed è disposto a sfruttare tutta la potenza propagandistica della modernità. Le commemorazioni in onore dei caduti nella Grande Guerra diventano momenti centrali per creare il mito di un popolo pronto a farsi grande sui campi di battaglia. In ogni angolo d’Italia sorgono monumenti, parchi e viali delle rimembranze. Anche a Castellarano un gruppo di cittadini riceve il sostegno di don Reverberi e trasforma la chiesa di Santa Croce nella Cappella dei caduti.

Angiolina Ravazzini e le donne nella Resistenza

storia di castellarano

La “nazione guerriera” di Mussolini ha piani ben precisi anche per le donne d’Italia. La propaganda e qualche provvedimento legislativo ad hoc le vorrebbero in casa, sottomesse, prolifiche, sostegno morale per i mariti. Il mercato del lavoro invece le chiama fuori casa, perché la manodopera a basso costo fa comodo. Ed è proprio tra le operaie e le mondine che resistono le idee del socialismo o attecchisce l’ideologia comunista. Ma nemmeno tutte la massaie sono conquistate al fascismo, anzi proprio in provincia di Reggio Emilia la fiduciaria dei fasci è costretta a segnalare una certa difficoltà nel raggiungere i propri obiettivi.

L’antifascismo è un fuoco che cova sotto la cenere, che vive di clandestinità, di volantini passati di mano in mano, di una rete che nella triangolazione tra Russia, Francia e Italia connette anche Castellarano all’organizzazione comunista.

Finisce così che davanti alla vecchia Caserma dei Carabinieri incontriamo le parole di Angiolina Ravazzini, figlia di genitori socialisti, sposa di un militante comunista. La corrispondenza segreta tra Parigi e il piccolo paese reggiano fa guadagnare ad Angiolina e al marito la fama di sovversivi.

Sono antifascisti, saranno partigiani. Di Angiolina ci piace seguire un po’ le vicende, tra Roteglia, il monte della Croce, il paese, poi Cerredolo e l’Appennino. Una per tutte le migliaia di donne, di varia appartenenza politica, che fecero un passo avanti, che scelsero la solidarietà e l’impegno, per se stesse, per la propria famiglia, per l’altro.

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20 luglio 1944: Castellarano brucia

Raccontare il rastrellamento e l’incendio del 20 luglio 1944 è molto difficile. Non si tratta soltanto di una delle pagine più dolorose della storia di Castellarano. Scarseggiano anche le fonti. I documenti ufficiali dei nazisti e dei fascisti, peraltro quasi sempre tendenziosi, mancano. Dal canto loro le formazioni partigiane non hanno avuto modo e tempo di registrare i fatti. Restano però due importanti memorie dirette: la prima è il diario di don Romolo Grasselli.

Alle cinque del mattino un colpo di cannone sveglia il paese addormentato; una serie di altre cannonate si sussegue colpendo il tetto della chiesa, il campanile e l’abside di Santa Croce. Forse è il segno iniziale… una rappresaglia spaventosa mette a ferro e fuoco; tra urli e spari ci accorgiamo di essere chiusi in un cerchio; impossibile evadere. Un vero esercito di soldatacci irrompono nelle case, ne cacciano le persone, spingendole nella piazza del Comune. Anche il sottoscritto con la famiglia e cinque seminaristi lascia la canonica per andare al luogo comune di concentramento.

Abbiamo ancora in mente queste parole, magistralmente lette da Luciana Ravazzini, mentre ci spostiamo attraverso l’aia del Mandorlo per seguire lo stesso percorso delle donne e degli uomini di allora.

Mentre scendiamo la ratta uno spettacolo raccapricciante atterrisce: ad ogni angolo mitraglie puntate, soldati appostati, tutt’intorno immani colonne di fumo nerastro si elevano tra il crollo delle case e l’uragano delle fucilerie in piena attività. Siamo nella piazza del Comune, che va affollandosi di una folla quasi inebetita, neppur spaventata, perché non se ne rende neppur conto: incosciente, smarrita, la gente arriva semisvestita, recando a braccia vecchi, impotenti, eccetera. Implorazioni, svenimenti, fanno strano contrasto con le urla e le risa beffarde dei soldatacci, che sgarbatamente comprimono e palpano gli uomini asportando loro orologi e portafogli.

Nella piazza del Comune

Arrivati in piazza, ci affidiamo un’altra volta alla bravura di Luciana Ravazzini per far rivivere le parole di Giacomina Arduini. In quel mattino la donna si sveglia di soprassalto e, quando viene catturata dai nazisti, non riesce a capire se suo padre Gaetano sia già andato a lavorare. Purtroppo non è ancora partito e viene ucciso proprio sulla porta di casa. Giacomina non lo sa ancora, quando si ritrova insieme a tantissime altre persone sulla piazza del Comune.

Ci avevano portato davanti al Municipio. Stavamo, gli uomini da una parte e le donne dall’altra, con le mitraglie dei tedeschi puntate verso di noi. C’era la Chiara, che veniva dall’Alto Adige e parlava tedesco. Ci faceva da interprete. Così sapemmo da lei che i tedeschi aspettavano ordini; che dipendeva da quegli ordini se saremmo stati uccisi o tutti rilasciati. La Chiara ci diceva anche di nascondere l’oro perché, se ci fossimo salvati, almeno potessimo conservare quello, dato che ci bruciavano tutto. Le nostre case infatti, là su in Castello, davanti a noi, stavano tutte bruciando dalle cinque del mattino, e continuarono a bruciare fino a sera. Ma noi, mentre eravamo lì in attesa di sapere se ci avrebbero uccisi o no, non badavamo a quel fuoco.

Continuare a vivere per uscire dalla guerra

Il rastrellamento del 20 luglio 1944 è un momento decisivo per la storia di Castellarano nella Seconda guerra mondiale. Secondo don Romolo Grasselli, 122 famiglie restano senza casa. Alcuni trovano riparo presso parenti e amici, altri se ne vanno verso la pianura. Chi decide di restare è costretto a condividere spazi angusti con altri sventurati. La parrocchia s’impegna ad aiutarli tutti, per quanto possibile, mentre molti tra i “meno sfortunati” danno una mano. Dodici famiglie alloggiano per mesi nella caserma dei Carabinieri, abbandonata dai fascisti della Guardia nazionale repubblicana. Tanti altri si stringono per trovare posto presso chi mette a disposizione qualche stanza.

storia di castellarano

In questo contesto gli ultimi nove mesi di guerra sono tremendi. Il cibo scarseggia e gli incubi si ripresentano ogni volta che i nazisti mettono piede in paese. Lo scenario si complica anche per i partigiani, poiché le forze occupanti e i fascisti puniscono chi sostiene la Resistenza. Mentre nei Comuni vicini si sviluppano i Comitati di liberazione nazionale locali e le Squadre di azione patriottica, a Castellarano tutto resta come sospeso fino alla primavera del 1945. Tuttavia diversi giovani vivono da protagonisti l’esperienza partigiana nella brigata Costrignano, impegnata in linea con gli Alleati sul monte Spigolino.

Comprendere la storia per capire il presente

Raccontare i fatti del 20 luglio 1944 e tante altre vicende della storia di Castellarano nel Novecento non è dunque un atto di memoria fine a sé stesso. Quegli eventi, spesso drammatici e apparentemente “lontani”, rivelano parecchie cose sui caratteri e sui comportamenti degli esseri umani. Dopo tre quarti di secolo abbiamo ormai bisogno di comprendere fino in fondo le motivazioni che li hanno generati, poiché ci riguardano da vicino. Anche se i sistemi totalitari del Novecento non torneranno, le scelte e i sentimenti che li hanno creati sono ancora vivi e presenti nella nostra società. Imparare a leggere i loro effetti sul mondo del passato è indispensabile per riconoscerli in quello di oggi.

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