Ogni anno, intorno al 12 marzo, decine di persone si ritrovano a Guiglia per ricordare la battaglia di Pieve di Trebbio. Nel 2019, in occasione del 75° anniversario, l’amministrazione comunale propone alla cittadinanza un’attività nuova. Nel corso della commemorazione, prevista per il mattino di domenica 10 marzo, ci sarà spazio per la Public History.

Andrà infatti in scena lo spettacolo teatrale Il battesimo del fuoco, scritto dallo storico Daniel Degli Esposti e interpretato dagli attori Davide Anceschi, Federico Benuzzi e Chiara Bellini.

La rappresentazione ripercorrerà le vicende della “Spedizione Bandiera”, che raggiunsero il culmine il 12 marzo 1944, nella battaglia di Pieve di Trebbio. A completare il percorso narrativo, un breve intervento dello storico Daniel Degli Esposti ricostruirà sinteticamente l’importanza di questo combattimento per gli sviluppi della Resistenza modenese.

battaglia di Pieve di Trebbio

La storia in scena

Il linguaggio del teatro permetterà di far emergere attraverso le emozioni importanti questioni storiche. Grazie alle indagini svolte e alle testimonianze raccolte negli ultimi anni, è stato possibile “recuperare” le voci e i pensieri di alcuni protagonisti, mettendo in evidenza la complessità dell’evento e le difficoltà che caratterizzarono i primi passi della Resistenza nella valle del Panaro.

Perché, ad esempio, la guerra sembrava finita l’8 settembre 1943 e invece poi torna a “mordere” più forte di prima? Quale forma dare alla lotta contro i fascismi? Come evitare di mettere in pericolo i civili? Chi, tra i giovani sbandati e gli oppositori di Mussolini, è davvero in grado di fare la Resistenza in clandestinità? Domande profonde, in parte destinate a restare aperte anche nei mesi successivi alla battaglia di Pieve di Trebbio. Proprio su questi “nodi”, e sulle scelte di chi li dovette affrontare, insisterà lo spettacolo teatrale.

In attesa di vedere lo spettacolo, che andrà in scena nella mattinata di domenica 10 marzo, dopo la foto puoi trovare un approfondimento storico sulle vicende della “Spedizione Bandiera”. Se invece vuoi ricevere aggiornamenti sulle prossime iniziative di Paola Gemelli e Daniel Degli Esposti, puoi iscriverti alla Newsletter di Allacciati le storie cliccando qui.

Il fiume Panaro, visto dalle colline sopra la riva destra, quella investita dalla battaglia di Pieve di Trebbio

Il fiume Panaro, visto dalle colline sopra la riva destra, quella investita dalla battaglia di Pieve di Trebbio

La spedizione Bandiera e la battaglia di Pieve di Trebbio

Il primo inverno della Resistenza emiliana trascorre in un clima di incertezze. Nell’alta valle del Secchia, diversi giovani passano alla clandestinità per sfuggire al reclutamento dei fascisti, che li chiamano alle armi nell’esercito della Repubblica sociale italiana per proseguire la guerra al fianco della Germania nazista.

Alla fine del 1943 questi ragazzi si uniscono per difendersi dai rastrellamenti, poi cominciano a contrastarli con decisione crescente. I primi colpi contro le forze armate fasciste arrivano all’inizio del 1944, anche grazie ai contatti con Mario Ricci “Armando”, attivo nella zona di Pavullo e nel Frignano. L’alta valle del Panaro sembra invece meno adatta alla guerriglia contro le forze occupanti.

Neve e gelo

All’inizio di febbraio arrivano le prime vere nevicate dell’inverno. I partigiani, male equipaggiati e costretti alla clandestinità sono dunque costretti a cercare riparo nelle stalle o nei fienili. Senza l’aiuto dei contadini, la Resistenza avrebbe i giorni contati. In vari angoli dell’Appennino le famiglie aprono porte e scaldano cibi, ma come possono reggere il “peso” di sostenere (e mantenere) tanti giovani, quando anche loro devono fare i conti con la miseria?

Il 18 febbraio la posizione dei “ribelli” si complica ulteriormente. Il governo di Mussolini promulga infatti un decreto che condanna alla pena di morte i renitenti alla leva e i disertori. Diversi giovani decidono di presentarsi in caserma, anche per evitare ripercussioni nei confronti delle famiglie; tanti altri, però, non ne vogliono più sapere di quella guerra. Alcuni chiedono consigli ai parroci, ma c’è anche chi si rivolge ai “vecchi” antifascisti, sperando di trovare comprensione. Ed è proprio grazie all’incontro tra la “disperazione” dei renitenti alla leva e la motivazione degli oppositori politici che la Resistenza emiliana si allarga, diventando un fenomeno di massa.

Leonida Patrignani nella valle del Panaro

Proprio in quei giorni così difficili, Leonida Patrignani “Bandiera”avvocato e capitano degli Alpini, si convince che è giunto il momento della mobilitazione partigiana. È uno dei principali animatori del Partito d’Azione e, dopo il disfacimento del Regio Esercito, partecipa alle prime riunioni del Comitato di liberazione nazionale della provincia di Modena (CLNP) per proseguire la lotta al fianco degli anglo-americani.

Tuttavia, nell’autunno del 1943 si oppone all’idea di attaccare subito i nazisti e i fascisti, non giudicando le strutture militari della Resistenza pronte per l’offensiva. Sentendosi “osservato” dalle forze occupanti, Patrignani lascia la residenza bolognese per trasferirsi nella sua tenuta agricola di Marano sul Panaro.

In quei giorni avevano fatto requisire tutti i giovani, che dovevano andare soldati. Allora molti non si presentarono… e cominciarono con mio marito. Anche Giuliano Benassi era un renitente: non si era presentato ed era con noi a Marano.
(Testimonianza di Luisa Dardi, moglie di Leonida Patrignani)

La relazione sulla situazione comunale, redatta dal podestà nel marzo del 1944, permette di capire perché nessuno denuncia Patrignani. Le difficoltà dei tempi di guerra esasperano sempre di più le famiglie contadine, che non ne possono più della guerra.

L’assoluta deficienza in grassi ha prodotto grave malcontento dando adito a dimostrazioni che hanno avuto carattere politico. Si è lamentata la mancanza di olio e la scarsa razione degli altri grassi appena sufficienti a colmare il fabbisogno di metà mese; la deficienza di concentrati di pomodoro, di marmellata, di formaggi, di patate che fin dallo scorso settembre non vengono qui distribuite. Si ha inoltre ragione di ritenere che fra breve non poche famiglie avranno totalmente esaurito le scorte di grano loro assegnate dovendo a qualsiasi esigenza alimentare fare fronte con la citata derrata.

L’idea della “Spedizione Bandiera”

Alla fine dell’inverno Patrignani prende contatto con il comunista Osvaldo Poppi “Davide” e con il cattolico Ermanno Gorrieri “Claudio”, importanti leader della Resistenza modenese. Anche il CLN provinciale sostiene l’iniziativa per consentire ai renitenti di raggiungere i nuclei dei ribelli di “Armando”. Tenendo vivo l’auspicio di riunire in una sola formazione tutti i partigiani modenesi, “Davide” e “Claudio” assegnano a Leonida Patrignani il comando dell’operazione, chiamata “Spedizione Bandiera”.

Il contadino maranese Silvio Gozzoli “Giarèla” offre all’organizzazione partigiana un punto di ritrovo sicuro. Leonida Patrignani e i delegati del CLNP fissano il ritrovo degli effettivi nella stalla del podere Caselline per le 22.00 dell’8 marzo 1944, alla scadenza esatta del bando di reclutamento della RSI.

La notizia clandestina della nascita della “Spedizione Bandiera” si diffonde rapidamente in tutto il territorio maranese e nella bassa valle del Panaro. Patrignani si aspetta una trentina di renitenti alla leva, ma i suoi calcoli si rivelano ben presto sbagliati.

Arrivavano ragazzi da tutte le parti, e mio marito non sapeva neanche chi fossero. Chiedeva loro: “Ma cosa fate qui?”. Dicevano: “Dobbiamo venir su, partire”.
(Testimonianza di Luisa Dardi, moglie di Leonida Patrignani)

Che fare?

Alle ore 22, nella stalla del podere Caselline sono presenti circa 100 ragazzi. Che fare? Molti di loro non sanno né combattere, né trovare un’idea di opposizione al fascismo. Eppure sono lì, tutti insieme, perché si sono messi contro la RSI e la Germania nazista. Vogliono stare uniti per farsi coraggio, perché quello sembra l’unico modo per non essere catturati e fucilati. Il 9 marzo un uomo di fiducia di Bandiera accompagna al podere Caselline altri dieci giovani. Gli uomini del CLNP li accolgono in modo fraterno, ma valutano con preoccupazione le difficoltà di una spedizione costituita da giovani “alle prime armi”.

Fra gli animatori della “Spedizione Bandiera” non ci sono reduci della Guerra civile spagnola e i combattenti di lungo corso sono pochi. Patrignani chiede dunque uno sforzo ai partigiani più pronti ad affrontare una campagna di resistenza, affinché aiutino i meno esperti. Il giovane disertore carpigiano Giuliano Benassi, militante del Partito d’Azione, comincia a spiegare i motivi della lotta contro il fascismo. Intanto il sergente maggiore Galli e il caporal-maggiore Barca si impegnano ad addestrare i ragazzi all’uso delle armi. Tuttavia la rete clandestina non è riuscita a raccoglierne abbastanza. Molti partigiani restano disarmati e non hanno neppure vestiti adatti alle esigenze della montagna.

Dalla Casona a Pieve di Trebbio

“Bandiera” condivide i dubbi dei pochi partigiani esperti di tattica militare, ma non vuole rinunciare alla spedizione. Per attendere le nuove armi, promesse da Osvaldo Poppi ed Ermanno Gorrieri, decide di trasferire i giovani più lontano da occhi indiscreti. L’organizzazione del CLNP segnala la presenza di una casa disabitata di fronte alla località Casona, sulla riva destra del Panaro. Patrignani e i suoi uomini si trasferiscono in quel luogo e proprio lì il 10 marzo ricevono le armi da Gorrieri.

All’ultimo appello della sera, però, uno dei ragazzi arrivati il 9 marzo non risponde alla chiamata di “Bandiera”. Tra i partigiani si diffonde subito il timore di una delazione. In pochi minuti decisero di spostare gli uomini e le armi sulla collina di Pieve di Trebbio. Da lì è infatti più semplice controllare i movimenti lungo la valle del Panaro. I giovani della formazione possono inoltre proseguire l’addestramento all’uso delle armi in una posizione meno esposta ai rastrellamenti improvvisi.

“Bandiera” raggiunge Pieve di Trebbio nella notte fra il 10 e l’11 marzo. Avverte subito il parroco, Don Dionigio Orlandi, che non nasconde il suo turbamento, ma non ostacola i piani della formazione. Patrignani predispone quattro postazioni difensive: la prima, nell’aia di una casa colonica lungo la strada per Guiglia, viene affidata a una decina di combattenti esperti, che dispongono di un fucile mitragliatore e di alcune armi leggere; la seconda a presidio della via per Roccamalatina, la terza sulla collina sopra l’abitato di Pieve di Trebbio; la quarta all’interno del podere Fontanazzo.

I sassi di Roccamalatina visti dalla zona di Pieve di Trebbio. Battaglia di Pieve di Trebbio

I sassi di Roccamalatina visti dalla zona di Pieve di Trebbio

La battaglia di Pieve di Trebbio

Nel mattino di domenica 12 marzo, “Bandiera” vede quattro camion carichi di militi della RSI, che si avvicinano lungo la strada provinciale Guiglia-Zocca. Il comandante non si fida del coraggio dei più giovani e decide di aprire subito il fuoco contro le colonne fasciste. Comincia così la battaglia di Pieve di Trebbio.

Il “battesimo del fuoco” provoca un momento di sbandamento collettivo. Alcuni partigiani e diversi militi della RSI, spaventati dalle pallottole, lottano contro il panico, mentre i fascisti del primo camion sparano con decisione all’indirizzo del presidio di “Bandiera”. I difensori delle postazioni lungo la strada per Guiglia sono costretti a ripiegare in luoghi più protetti. Patrignani copre la ritirata dei suoi uomini con una serie di raffiche all’indirizzo dei nemici, poi porta aiuto ai partigiani appostati vicino alla chiesa, anch’essi sotto attacco.

La battaglia di Pieve di Trebbio prosegue fino alle undici, poi le ostilità si placano e i combattenti si riorganizzano. “Bandiera” manda una staffetta verso la pianura per chiedere rinforzi e munizioni a Davide. Gli giunge però la comunicazione che nuove schiere fasciste sono in marcia verso il crinale. Temendo di non reggere un altro urto, decide di ripiegare verso valle.

“Bandiera” raduna gli uomini sul sagrato della chiesa, raccoglie i feriti e affida i sei caduti al parroco, poi pianifica la discesa verso il ponte di Samone. I partigiani si mettono in marcia, ma lungo il percorso incrociano una squadra di militi della RSI. Nessuno, però, apre il fuoco: le mani e gli animi sono bloccati dalla tensione.

I problemi del ripiegamento

Mentre i ragazzi della “Spedizione Bandiera” si avvicinano al Panaro, Osvaldo Poppi sale verso Pieve di Trebbio insieme a un gruppo di partigiani. Gli uomini di “Davide” vedono una squadra che scende verso la pianura e scambiano un segnale d’intesa.

Gli altri, però, non sono sbandati della “Spedizione Bandiera”; sono fascisti e rispondono con una raffica. Una pallottola trapassa il collo di Poppi, ma non lede alcun organo vitale e non recide l’arteria giugulare. “Davide” viene soccorso e trasportato a valle, dove l’interesse dell’industriale Italo Dagnino e la professionalità dei medici partigiani lo salvano dai rischi d’infezione e dai coaguli di sangue.

Nel frattempo, Patrignani mantiene i suoi uomini lontani dal ponte di Samone, poiché teme di incontrare i fascisti. I ragazzi guadano il Panaro e proseguono il cammino verso Festà con i vestiti inzuppati dall’acqua e induriti dal freddo.

Allora cominciarono a scendere, ad andare giù per tornare indietro. Dovevano attraversare il Panaro, ma era in piena. Fecero una catena nell’acqua per poter passare, ma qualcuno non ha dato ascolto ed è annegato. L’acqua era fredda, gelata. Si erano denudati tutti, anche mio marito, che poi si è preso una febbre altissima.
(Testimonianza di Luisa Dardi, moglie di Leonida Patrignani)

La fine della spedizione e lo scioglimento della formazione

Alcuni contadini delle colline maranesi accolgono i giovani nelle loro cascine e offrono loro l’opportunità di riscaldarsi. Allora Patrignani medita sugli sviluppi della spedizione. La sua mentalità da ufficiale è molto distante dalla concezione della guerriglia, basata su attacchi rapidi e trasferimenti nell’oscurità dei boschi.

Temendo un’altra offensiva fascista sul territorio di Festà, “Bandiera” decide di sciogliere la formazione. Raduna i superstiti della battaglia e li invita a seguire le sue indicazioni per rompere l’accerchiamento, poi invita ciascuno dei ragazzi a ritornare a casa, restando in clandestinità.

I reduci della “Spedizione Bandiera” si sganciano senza particolari problemi e raggiungono la pianura in poche ore. Fin da subito, però, sono costretti a nascondersi. La minaccia della condanna a morte li pone dinanzi a scelte estreme. Proprio in quei frangenti, centinaia di giovani optano per la Resistenza armata e diverse famiglie emiliane decidono di collaborare attivamente alla lotta partigiana.

Spargi la voce!

Potrebbe interessarti anche
Conosci una persona interessata? Faglielo sapere!