Nella storia mediterranea, europea e occidentale l’ostilità nei confronti degli ebrei è una questione di lungo periodo. Non si può capire fino in fondo l’antisemitismo del Novecento senza considerare l’eredità dell’antigiudaismo cattolico e le innumerevoli diaspore del “popolo d’Israele”. Eppure, allo stesso modo, non tutto ciò che accade in seguito alla Grande Guerra è spiegabile in relazione ai “precedenti” tra gli ebrei e l’Occidente. Nella svolta degli anni Trenta c’è qualcosa di inedito. Si nasconde un sentimento molto più profondo e radicale. Una rabbia risoluta e determinata, che affonda le radici nelle trincee e si alimenta di pregiudizi. Un’ostilità assoluta, che nel breve volgere di dieci anni conduce quasi tutta l’Europa dalle leggi razziali alla Shoah. Ma perché Auschwitz “germoglia” proprio nel ventre di quella parte del mondo che per prima ha parlato di libertà e diritti?

Una domanda profonda…

Questa domanda mi accompagna dai tempi del liceo, quando ogni anno, il 27 gennaio, ero chiamato a riflettere su un orrore che non riuscivo a capire. Perché uccidere milioni di persone inoffensive nel corso di una guerra? Cercavo un senso, ma non lo trovavo. “È il male assoluto”, mi dicevo, “non lo si può comprendere”. E il ripetere quel ricordo rituale mi convinceva che tutto il mio mondo condividesse la condanna del razzismo.

Poi, però, tra le palestre e gli spogliatoi, quante volte ho visto persone della mia età o di poco più grandi che andavano nella direzione opposta! A loro non mancava certo l’educazione, anzi. Tutti noi avevamo ricevuto i robusti anticorpi della scuola ed eravamo cresciuti in ambienti che mettevano al bando la violenza. Eppure, cacciato dalla porta, quell’odio rientrava dalla finestra col fascino della “bravata”. E ogni volta mi spiazzava, mi metteva a disagio. Faceva sentire anche me “diverso”. Poi tornava a immergersi sotto il livello della coscienza.

Immagine del lager di Majdanek. Dalle leggi razziali alla Shoah

Immagine del lager di Majdanek

Quando ho cominciato a studiare storia contemporanea, ho rivisto certe dinamiche di gruppo nell’esaltazione del cameratismo. Tracciando un ponte fra passato e presente, ho pensato che le prime scintille del “problema” divampassero proprio lì. Lampeggiavano in quella quotidiana assuefazione al disprezzo dell’altro, senza che nessuno ci facesse caso. Nessuno, tranne le vittime. E talvolta neppure loro, talmente erano abituate a viversi in quel ruolo. A essere diverse da quel “NOI” che le calpestava ogni giorno.

Le “rime della storia”

La storia non si ripete mai uguale a sé stessa. Sarebbe quindi poco saggio credere che le “rime” tra il passato e il presente anticipino un ritorno a cose già vissute. Eppure quelle “rime” continuano ad accompagnarci e a inquietarci ogni giorno. Ci dicono che i contesti cambiano in fretta, ma i meccanismi di relazione tra le persone sono molto più persistenti. E se il senso più profondo degli studi storici fosse il tentativo di capire queste dinamiche di comportamento umano?

Proviamo a esplorarla, questa ipotesi. Comprendere il modo in cui le persone decidono di convivere (o di escludersi) è determinante per valutare il loro modo di stare in società. Oggi come ieri il “NOI”, ovvero l’identità del gruppo, è la base imprescindibile per l’esclusione del “LORO”. Prima lo spirito di corpo imbraccia lo scudo e innalza il muro, poi si prepara per colpire l’altro. All’inizio il cameratismo si accontenta di tenere fuori chi non deve entrare, ma presto passa a qualche forma di ostilità, che diventa più radicale se il diverso ha qualche motivo “speciale” per essere odiato. Se è “infame”. Succede nelle rivalità sportive, ma capita ancora di più nei rapporti tra i popoli.

Pensiamo, ad esempio, a quanto si diffonde il mito della “pugnalata alle spalle” nella Germania del 1919. Nel primo dopoguerra ben pochi militari e nazionalisti tedeschi sono disposti a fare i conti con la sconfitta nella Grande Guerra. È molto più “semplice” pensare che l’esito del conflitto sia dovuto al tradimento degli ebrei! Quando le scelte delle potenze vincitrici umiliano ulteriormente la Germania, il collegamento tra la rabbia e i sospetti antisemiti diventa granitico. Inscalfibile. Di lì al 1933 Adolf Hitler lo sfrutterà con crescente determinazione, trasformandolo nel motore della sua scalata verso il potere.

Questa fotografia del marzo del 1933 ritrae l'avvocato ebreo Michael Siegel, catturato a Monaco di Baviera dalle truppe d'assalto naziste (SA). L'uomo mostrato nella foto fu una delle prime vittime del terrore nazista, ma sopravvisse anche alla Seconda guerra mondiale. Morì il 15 marzo 1983 all'età di 97 anni a Lima (Perù). Dalle leggi razziali alla Shoah

Questa fotografia del marzo del 1933 ritrae l’avvocato ebreo Michael Siegel, catturato a Monaco di Baviera dalle truppe d’assalto naziste (SA). L’uomo mostrato nella foto fu una delle prime vittime del terrore nazista, ma sopravvisse anche alla Seconda guerra mondiale. Morì il 15 marzo 1983 all’età di 97 anni a Lima (Perù)

Dalle leggi razziali alla Shoah

Negli anni Trenta il razzismo dilaga in tutta l’Europa. La crisi del 1929 accentua le paure e i malesseri delle classi medie, che si affidano ai fascismi nell’illusione di proteggersi dai cambiamenti. I tanti “NOI” delle comunità dominanti si arroccano a protezione dei loro modi di vivere, tagliando fuori chi non si conforma. I prigionieri e i confinati politici non fanno più notizia e, col passare degli anni, non bastano nemmeno più. Una società abituata ad additare un nemico ha bisogno di avere sempre qualcuno da odiare.

Così nel 1935 Adolf Hitler dichiara ufficialmente “guerra” agli ebrei. La Germania nazista promulga le Leggi di Norimberga, a cui seguono tanti altri provvedimenti antisemiti negli Stati dell’Europa centro-orientale. Anche l’Italia fascista applica disposizioni di segregazione razziale, prima nelle colonie africane e poi in tutto il territorio nazionale. La maschera del regime cade definitivamente con le leggi razziali del 1938, che colpiscono direttamente gli ebrei, sperimentate nelle scuole e poi estese al pubblico impiego e alla società in generale.

Passano pochi mesi e il sistema nazista passa dalle leggi razziali alla Shoah. Dopo l’invasione della Polonia, la Wehrmacht e i corpi armati speciali cominciano a sterminare gli ebrei con blitz e azioni violente. Vengono istituite squadre speciali, le Einsatzgruppen, con l’obiettivo di snidare ed eliminare in poco tempo quante più persone possibile. Un metodo brutale e costoso, al quale si affianca la dilatazione dell’universo concentrazionario. Ben presto, però, ai ghetti urbani e ai campi di concentramento si aggiungono i luoghi del puro e semplice sterminio.

Prigionieri nel campo di Buchenwald durante l'appello. Dalle leggi razziali alla Shoah

Prigionieri nel campo di Buchenwald durante l’appello

La narrazione spettacolo Triangoli d’odio

Per raccontare una storia così complessa, ho preparato una narrazione spettacolo. S’intitola Triangoli d’odio. Persecuzioni e deportazioni: voci dai campi e dalla Shoah e “attraversa” il genocidio degli ebrei, consumato nell’universo concentrazionario della Seconda guerra mondiale.

Il racconto, dalla durata di 60 minuti complessivi, tocca alcuni dei temi più significativi per comprendere storicamente le ragioni dell’orrore: dalle radici dell’antisemitismo alla “persecuzione dei diritti”, dalla discriminazione alla “persecuzione delle vite”, dai piani nazisti per un “nuovo ordine europeo” alla “Soluzione finale della questione ebraica”, dall’emarginazione di tutti i “diversi” alle varie categorie dei prigionieri nei campi di concentramento.

Il fil rouge della narrazione sarà proprio il passaggio dalle leggi razziali alla Shoah, raccontato attraverso le vicende di ebrei emiliani e modenesi. A queste storie si affiancheranno le esperienze di giovani italiani, deportati nei lager nazisti come internati militari o prigionieri politici. Ragazzi come Mario Bernardi ed Emilio Cassanelli, nativi di Guiglia, che non sono ebrei, ma finiscono loro malgrado nella rete del sistema nazista.

Dalle leggi razziali alla Shoah

Appuntamento a Guiglia domenica 27 gennaio

La narrazione spettacolo Triangoli d’odio. Persecuzioni e deportazioni: voci dai campi e dalla Shoah andrà in scena domenica 27 gennaio dalle ore 10 presso la Sala degli Scolopi di Guiglia (via G. Di Vittorio 10). L’evento è a cura del Comune di Guiglia e fa parte del programma per il Giorno della Memoria.

La narrazione storica sarà accompagnata da letture tratte da autori o testimoni dell’orrore, affidate alle attrici Federica Trenti e Ilaria Turrini. Le voci della letteratura e della memoria si intrecceranno così alle ricostruzioni storiche, raccontate in modo da coinvolgere il pubblico attraverso le tecniche della Public History.

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