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Livorno, tarda primavera del 1945. Sono passati dieci mesi dall’arrivo delle truppe alleate, ma il paesaggio è ancora dominato dalle macerie. Il capoluogo labronico sembra ancora «una città fantasma, che cade a pezzi, polverizzata dai bombardamenti alleati», come disse un soldato americano nell’estate del 1944. Ritrovare la normalità è difficile, anche perché le forze armate statunitensi non smettono di controllare il porto e la costa. Una delle città più “rosse” d’Europa deve ricominciare fianco a fianco con i “liberatori”. È una sfida complicata, ma dai contatti tra le culture spesso derivano sviluppi interessanti. Pochi lo immaginano, ma proprio a Livorno si sta per scrivere una pagina decisiva per la storia del basket in Italia. Il protagonista è Elliot Van Zandt, un “personaggio” molto lontano dai “canoni” del suo tempo. Ha trent’anni, ha già superato diversi ostacoli ed è pronto a sfidare i pregiudizi.

Storia del basket in Italia: la sinagoga di Livorno dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale

La sinagoga di Livorno dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Foto via Wikimedia Commons

Elliot Van Zandt: chi era costui?

Elliot Van Zandt nasce a Hot Springs (Arkansas) nel 1915. Il suo cognome tradisce una lontana origine olandese, ma la sua famiglia non viene dalle pianure sotto il livello del Mare del Nord. La pelle dei Van Zandt ha il colore dell’ebano. Pochi decenni prima i nonni di Elliot hanno lottato per affrancarsi dalla schiavitù. Guadagnata la libertà, però, la vita non si rivela affatto semplice: ai Van Zandt non manca soltanto la memoria delle radici, dispersa lungo la rotta delle navi negriere che portavano gli africani nelle Americhe; i figli degli ex schiavi non hanno neppure fortuna.

Questo disegno di Edward Williams Clay rappresenta Jim Crow, un personaggio inventato per schernire gli afroamericani e inchiodarli all’inferiorità razziale.

Elliot rimane orfano del padre quando è ancora in fasce. Nel Midwest degli anni Dieci sua madre, vedova e colored, non ha nessuna possibilità di farcela da sola. Decide di trasferirsi al Nord per cercare fortuna in fabbrica, ma per il piccolo Elliot non c’è posto. Rimane a Hot Springs, dove cresce in fretta, come tanti ragazzi dell’America profonda. Lui, però, ha la pelle nera: un dettaglio non di poco conto, nella prima parte del Novecento statunitense. Già in quegli anni, diversi afroamericani maturano rabbia nei confronti della società; qualcuno coltiva il mito della Homeland, la terra natale africana, dove i neri non vivono nell’oppressione.

Quando si affaccia all’adolescenza, Elliot Van Zandt ha già vissuto tante esperienze difficili, ma non ha il carattere di chi sta “contro”. Anzi, ama sentirsi americano. Rispetto ad altri “semi-orfani” neri, ha anche la fortuna di andare a scuola, dove s’innamora dell’educazione fisica: adora in particolare il football americano e il basket. La passione per lo sport lo accompagna anche quando è costretto a cercarsi un lavoro: Elliot abbandona gli studi, ma non smette di approfondire i “fondamentali” tecnici delle sue discipline sportive preferite.

A poco più di vent’anni, Elliot Van Zandt dà una svolta alla sua vita: parte per l’Alabama e si iscrive alla Tuskegee University. Non è un ateneo come tanti altri: per gli afroamericani del Sud è un simbolo di emancipazione nel cuore degli ex territori confederati.

Flashback: la Tuskegee University, un college per afroamericani

La Tuskegee University nacque dopo che la vittoria dei nordisti nella Guerra di Secessione aveva sancito l’abolizione della schiavitù e aveva garantito agli afroamericani la libertà formale. La fondarono Lewis Adams e George W. Campbell, due ex-schiavi che erano riusciti a crearsi una posizione sociale più che rispettabile grazie a un’istruzione autonoma e brillante.

In base alla loro esperienza, l’unica via che avrebbe garantito agli afroamericani di non essere più sfruttati dai bianchi sarebbe stata quella di un’educazione di massa. Con il sostegno del senatore Foster, realizzarono il Tuskegee Normal and Industrial Institute, il centro scolastico che avrebbe formato l’élite degli insegnanti afroamericani.

Per dirigere questa nuova realtà, fu scelto un venticinquenne, figlio di una schiava e di un uomo bianco, Booker T. Washington. Grazie al suo notevole carisma, attirò parecchi studenti e un buon volume di finanziamenti, trasformando l’istituto nella Tuskegee University.

Storia del basket in Italia. Anni '40: una lezione alla Tuskegee University. Foto via Wikimedia Commons

Anni ’40: una lezione alla Tuskegee University. Foto via Wikimedia Commons

Dai campi di gara… a quelli di battaglia

Quando arriva nel campus universitario, Elliot è un po’ più anziano degli studenti “in corso”. Le motivazioni, però, non gli mancano e raggiunge quel diploma che gli dovrebbe consentire di insegnare educazione fisica nelle scuole. Soltanto un dettaglio complica le cose: il professor Elliot Van Zandt è nero, quindi nel Sud segregato non può insegnare ai bianchi. Anche se sono passati più di sessant’anni dalla Guerra di secessione, gli eredi dei Confederati e dei grandi latifondisti non abbandonano il razzismo. Ai loro occhi, gli afroamericani devono restare al loro posto, frequentare (il meno possibile) scuole separate, sgobbare nei campi e (semmai) arruolarsi nell’esercito, per diventare carne da cannone.

Alla fine del 1941, quando gli Stati Uniti entrano nella Seconda guerra mondiale, i giovani afroamericani ingrossano le file della U.S. Army. Van Zandt non fa eccezione: il suo diploma accademico gli serve soltanto a guadagnare una posizione meno disagevole. L’estate del 1943 è appena iniziata ed Elliot si prepara a partire per l’Italia. Per i giovani statunitensi sembra quasi una meta felice, poiché è distante dai pericoli dell’Oceano Pacifico, dove i giapponesi tengono a lungo in scacco le forze armate a stelle e strisce.

Storia del basket in Italia. Truppe dell'82^ Divisione vengono paracadutate nell'Europa settentrionale durante l'estate del 1944. Foto via Wikimedia Commons

Truppe dell’82^ Divisione vengono paracadutate nell’Europa settentrionale durante l’estate del 1944. Foto via Wikimedia Commons

Per 22 mesi, Van Zandt milita sui fronti europei nell’82^ Divisione, un reparto di soli neri: gli americani non accettavano di mescolare le loro forze neppure nell’esercito. Anche se i reparti degli afroamericani vengono spesso scelti per le missioni più rischiose, Elliot ha il privilegio di festeggiare a breve distanza il trentesimo compleanno e la fine della guerra. Quando gli chiedono se è disposto a vigilare sulla transizione post-fascista in Italia, accetta senza esitare. Si stabilisce a Livorno e… riparte dalle macerie del conflitto.

Il basket nell’Italia del dopoguerra

Nell’estate del 1945 i cortili delle caserme statunitensi diventano i centri sportivi più vivaci della costa tirrenica. I soldati neri si sfidano in grandi maratone di football, basket e baseball. Intorno ai campi, intanto, si radunano timidamente gruppi di curiosi e appassionati. Gli italiani che amano lo sport sono molti, ma tanti altri vedono nell’esercizio fisico i riflessi dell’educazione paramilitare fascista (ne abbiamo parlato anche in questo post). All’indomani della guerra è davvero possibile togliere le discipline ginnico-atletiche e i giochi di squadra dal cono d’ombra della dittatura?

Non è una missione semplice, poiché le istituzioni sportive sono piuttosto compromesse col fascismo. Anche la Federazione Italiana Pallacanestro (FIP) ha portato acqua all’ideologia littoria ed è cresciuta grazie alle attività degli enti morali della dittatura, come l’Opera nazionale balilla e l’Opera nazionale dopolavoro.

Dopo la Liberazione, lo sport italiano riparte dagli elementi più funzionali a uno sviluppo democratico. Il dirigente cestistico Aldo Mairano ha l’ambizione di far crescere ancora la FIP, cambiando però gli obiettivi pedagogici di fondo. Il basket non è più un veicolo per arrivare alla “nazione guerriera”, ma un bel modo per diffondere fra le masse uno stile di vita divertente e salutare.

Storia del basket in Italia. Nell'immediato dopoguerra il basket non si afferma soltanto in Italia, bensì in tutti i Paesi del Mediterraneo dove si attesta la presenza degli statunitensi. Quest'immagine del 1945 ritrae momenti di gioco in Palestina. Foto via Wikimedia Commons

Nell’immediato dopoguerra il basket non si afferma soltanto in Italia, bensì in tutti i Paesi del Mediterraneo dove si attesta la presenza degli statunitensi. Quest’immagine del 1945 ritrae momenti di gioco in Palestina. Foto via Wikimedia Commons

In quei mesi la storia del basket in Italia sale di colpi anche per ragioni geopolitiche. Perché non diffondere la pratica di uno sport tanto amato al di là dell’Oceano Atlantico? L’amicizia fra il “Bel Paese” e gli Stati Uniti si rilancia dunque sui campi di gioco. Diverse città, come Livorno, ospitano ancora centinaia di militari americani: fra di loro ci sono allenatori e atleti di buon livello. Mairano intuisce che gli insegnamenti dei “maestri del gioco” possono rendere più competitivi gli atleti azzurri. Allora bussa alla stanza livornese di uno dei più autorevoli e carismatici afroamericani dell’82° Divisione: Elliot Van Zandt.

Il primo allenatore nero della storia del basket in Italia

Elliot Van Zandt accetta senza esitazioni la proposta della FIP. Per la prima volta in carriera è pagato per allenare un gruppo di giocatori bianchi, quelli della nazionale italiana. Ha anche la possibilità di comprarsi una casa a Firenze, dove ha formato una famiglia. In quel pomeriggio, la storia del basket in Italia entra nell’era dei fondamentali individuali: Van Zandt fa lavorare intensivamente i giocatori su palleggio, passaggio, tiro e difesa, impartendo loro un’educazione tecnica prima quasi sconosciuta.

Il coach introduce sessioni di allenamento studiate per generare una cultura cestistica. Lavora senza stancarsi: non si ferma neppure quando nuovi impedimenti burocratici gli impediscono di sedersi sulla panchina della nazionale. Nel 1947, alla vigilia dei Campionati europei, il CONI e le istituzioni dello Stato non autorizzano la presenza di uno straniero alla guida della rappresentativa italiana. Due anni dopo la caduta del fascismo, il Paese non è ancora pronto a rimuovere le incrostazioni nazionaliste, soprattutto se “in ballo” c’è un allenatore nero.

Van Zandt conclude la sua esperienza sulla panchina azzurra subito dopo gli Europei del 1951. Porta a casa un quinto posto, un piazzamento non disprezzabile in quella fase storica, ma i dirigenti federali lo sollevano dall’incarico. L’anno successivo si trasferisce in Turchia, dove non riesce a portare la nazionale alle Olimpiadi di Helsinki. Quando torna in Italia, naviga nell’incertezza, ma dinanzi ai suoi occhi sta per aprirsi una nuova porta…

Storia del basket in Italia. Ai Giochi Olimpici del 1952 la finale per l'oro vide di fronte gli Stati Uniti e l'URSS: la nazionale a stelle e strisce vinse con il punteggio di 36-25. Foto via Wikimedia Commons

Ai Giochi Olimpici del 1952 non si qualificò nemmeno l’Italia. La finale per l’oro vide di fronte gli Stati Uniti e l’URSS: la nazionale a stelle e strisce vinse con il punteggio di 36-25. Foto via Wikimedia Commons

Nuove avventure: dal baseball… al Milan

Quando era impegnato con l’esercito, Elliot si era divertito moltissimo giocando a baseball. Ha scoperto che, contrariamente agli stereotipi, lo sport-simbolo dell’America bianca era molto adatto anche ai neri e alle popolazioni mediterranee. Quando il CUS Milano gli affida la gestione della squadra di baseball, accetta con entusiasmo: vuole scoprire lo sport universitario italiano, mettendo a disposizione degli studenti la propria esperienza di tecnico.

L’approccio professionale di Van Zandt convince i dirigenti universitari a dargli ulteriori incarichi. Negli anni successivi cura anche la preparazione dei giocatori di rugby e della sezione di atletica leggera. Gli ottimi risultati del CUS Milano attirano l’attenzione dell’A.C. Milan. I tecnici Gipo Viani e Luigi Bonizzoni chiedono una consulenza a Van Zandt, che accetta la sfida. Mentre raggiunge il primo scudetto della sua carriera di allenatore di baseball, segue la preparazione atletica dei rossoneri, in un continuo confronto con i professionisti di uno sport a lui poco noto.

Gli ultimi anni

Elliot Van Zandt non riesce tuttavia a godersi appieno la sua ultima esperienza meneghina, perché sul finire degli anni Cinquanta si ammala. I suoi reni non funzionano più. Nel breve volgere di poche settimane, le sue condizioni si aggravano a tal punto che non riesce più a muoversi.

La famiglia Van Zandt capisce che l’ultima speranza è un trapianto immediato. In pochi giorni organizzano il viaggio negli Stati Uniti, ma ormai è troppo tardi. Mentre l’aereo attraversa l’Atlantico, arriva la crisi fatale. Elliot muore proprio in volo, metafora di quella “cerniera” ideale fra l’Italia e gli Stati Uniti che il suo talento aveva contribuito a costruire e a consolidare.

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