Negli ultimi anni si parla sempre più spesso della Libia. Tutto è cominciato nel 2011, quando la Francia di Nicolas Sarkozy ha stimolato la formazione di una “Coalizione internazionale” contro il regime di Gheddafi. All’appello del presidente francese hanno risposto Stati Uniti, Inghilterra e Italia. La cattura e l’eliminazione del raìs non hanno tuttavia impresso alla storia della Libia la svolta auspicata dai promotori della spedizione militare. A sei anni e mezzo dalla morte di Gheddafi, nessuno è ancora riuscito a dipanare il caos che regna nell’ex-colonia italiana.

La Libia oggi

Lo scenario geopolitico della Libia è talmente complesso da non lasciare scampo ai non addetti ai lavori. Sintetizzando in maniera quasi brutale, si può affermare che due “forze” emergono più decisamente sulle altre: il Governo di Accordo Nazionale di Fāyez al-Sarrāj, riconosciuto però più dalla comunità internazionale che in patria, e l’Esercito nazionale libico di Khalīfa Ḥaftar, leader della Cirenaica. Accanto a questi nuclei, esistono bande di combattenti e miliziani, legati all’Islam radicale o spinti dalle opportunità affaristiche.

Nonostante la situazione libica presenti un altissimo livello di complessità, la scena pubblica italiana pullula di discorsi che banalizzano o distorcono il contesto dell’ex-colonia. Proiettando, ad esempio, il concetto italiano di “guardia costiera” sulle milizie libiche, attive nel pattugliamento del litorale, se ne fraintende la natura. E si scivola in malintesi, ingigantiti dal dibattito-scontro sull’emigrazione.

Il presente del Mediterraneo e la storia della Libia

Per cercare di capire qualcosa di più sui problemi del Mediterraneo in questi ultimi anni, bisognerebbe recuperare alcune conoscenze di base sulla storia della Libia. Un passato che, dall’inizio del Novecento, s’interseca quasi sempre con le vicende italiane. Proprio per questo, nell’ambito della mostra 1914-1918 Volti e parole. Piccole storie della Grande Guerra a Valsamoggia, la Fondazione Rocca dei Bentivoglio e Cefa – Il seme della solidarietà hanno deciso di organizzare la conferenza Libia 1911- 2018: la guerra infinita.

storia della Libia

L’appuntamento è fissato per domenica 24 giugno alle 17 presso la Rocca dei Bentivoglio di Bazzano. Per l’occasione racconterò le vicende di alcuni militari, partiti dai municipi di Valsamoggia e dall’Emilia per la guerra italo-turca, senza trascurare le proteste contro il conflitto. Come dimenticare, poi, l’attivismo delle donne nel fermare i treni carichi di soldati destinati all’Oltremare?

Il momento clou del pomeriggio sarà l’intervento di Michela Mercuri, docente di geopolitica del Medio Oriente alla SIOI di Roma, che racconterà le vicende della Libia a partire dal 2011, facendo anche riferimenti all’era Gheddafi.

Intanto, preparando l’intervento per la conferenza, perché non cercare di raccontare una storia della Libia in una rapida sintesi?

Scatto fotografico di un modenese impegnato in Libia. Archivio storico del Gruppo Mezaluna - Mario Menabue, fondo Massimo Bazzani. Storia della Libia

Scatto fotografico di un modenese impegnato in Libia. Archivio storico del Gruppo Mezaluna – Mario Menabue, fondo Massimo Bazzani

Brevissima storia della Libia (e dell’Italia) dal 1911 al 1943

Nel Novecento la storia della Libia s’intreccia a più riprese alle vicende italiane. Le migliori ricostruzioni scientifiche sono state prodotte negli ultimi trent’anni grazie alle ricerche di Angelo Del Boca (in particolare nell’opera Gli italiani in Libia) e Nicola Labanca (La guerra italiana per la Libia: 1911-1931 e Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana). Se ti interessa approfondire questo argomento, queste letture sono un ottimo punto di partenza. Prima, però, ti consiglio di partire dalla sintesi che trovi qui sotto!

I primi passi del colonialismo italiano

Negli ultimi decenni dell’Ottocento le principali potenze europee si spartiscono l’Africa. Sono soprattutto britannici e francesi a formare imperi coloniali tra il “Continente nero” e il Sud-Est asiatico. L’Italia non va oltre il controllo dell’Eritrea, ottenuto a partire dalle basi commerciali di Assab e Massaua. Nel 1896 il Primo ministro Francesco Crispi attacca l’Impero d’Etiopia, ma va incontro a una disfatta nei pressi di Adua.

Storia della Libia. Dipinto etiope che raffigura la battaglia di Adua (1896)

Dipinto etiope che raffigura la battaglia di Adua (1896). Tropenmuseum, part of the National Museum of World Cultures [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons

La sconfitta militare, l’unica subita da un’armata europea in Africa, apre una fase di sfiducia coloniale. Per quasi 15 anni i governi non pianificano spedizioni di conquista, temendo di subire ulteriori rovesci. All’inizio del Novecento, però, gli scenari sembrano almeno in parte migliorare. La crescita economica della Belle Époque raggiunge la borghesia industriale del nord; allora la grande industria e la finanza fanno pressione per aprire nuovi mercati.

La guerra italo-turca

Il governo, guidato da Giovanni Giolitti, reagisce agli stimoli dei “poteri forti” nel 1911. L’Italia dichiara guerra all’Impero ottomano, invadendo la Libia e puntando alle isole greche del Dodecaneso. Il Regio Esercito sconfigge piuttosto agevolmente i turchi, prendendo il controllo della fascia costiera intorno a Tripoli. Di lì a poco, però, i militari e la classe dirigente scoprono di non conoscere davvero gli scenari del Nordafrica.

Storia della Libia

Vignetta satirica di Gabriele Galantara, pubblicata sulla rivista di satira politica L’Asino nel 1911. “Domani a conti fatti – Pantalone: Valeva proprio la pena?”

Gli errori di valutazione emergono già nel 1913. In Libia non c’è soltanto “Tripoli bel suol d’amore”, esaltata dalla propaganda insieme alla fantomatica fertilità di una terra incantata. In realtà, nell’entroterra c’è un deserto di cui nessuno conosce ancora le ricchezze energetiche. E poi, in quella che i media nazionalisti chiamano già la “Quarta sponda” d’Italia, vivono le popolazioni indigene, felici di sbarazzarsi dei turchi, ma decise a non sottomettersi ai nuovi conquistatori. I berberi e i senussi difendono l’entroterra, opponendosi all’invasione italiana. Il Regio Esercito non riesce neppure a insediarsi stabilmente nei territori della Cirenaica.

A complicare le cose arriva l’intervento italiano nella Grande Guerra, che sottrae uomini e risorse al “fronte” libico. Il Regio Esercito abbandona quasi tutti gli avamposti dell’interno, mantenendo pochi nuclei lungo la costa. Al termine del conflitto l’Italia è attraversata dalle tensioni politiche e sociali. Durante il “Biennio rosso” sono in pochi a curarsi delle vicende libiche. È l’ascesa del fascismo a ridestare gli appetiti di potenza e grandezza del nazionalismo, facendo spirare il vento delle guerre di conquista.

Il fascismo e la (ri)conquista della Libia

Durante la dittatura fascista la storia della Libia vive pagine drammatiche. Nel corso degli anni Venti il Fezzan e i territori della Cirenaica finiscono sotto il controllo di Roma. Il regime sradica la resistenza dei senussi grazie alla controguerriglia di Rodolfo Graziani e alle deportazioni in massa dei civili. L’impiccagione del leader ʿOmar al-Mukhtār (il “Leone del Deserto”) è la parte più nota dell’aggressività coloniale italiana. Meno diffusa è invece la consapevolezza sulle deportazioni forzate delle popolazioni indigene. E ancora più oscure sono le condizioni di vita dei detenuti nei campi di concentramento, aperti dal regime per controllare e reprimere un potenziale dissenso.

Storia della Libia - Archivio storico del Gruppo Mezaluna - Mario Menabue, fondo Massimo Bazzani

Fotografia che mostra con disprezzo i libici dopo il successo militare italiano. A rincarare la dose è la didascalia del militare che l’ha compilata: “i primi pezzenti che si sono presentati dopo la pace”. Archivio storico del Gruppo Mezaluna – Mario Menabue, fondo Massimo Bazzani

 

Il governatorato di Italo Balbo

Nel 1934 Mussolini nomina governatore della Libia l’ambizioso Italo Balbo, che sfrutta la colonia per consolidare il proprio prestigio. Il gerarca ferrarese equipara la “Quarta Sponda” alle regioni della penisola, avvia un’italianizzazione forzata del territorio, costruisce infrastrutture e promuove l’immigrazione dei coloni dalla madrepatria. Il regime organizza due “Spedizioni dei Ventimila”, ma non riesce a rendere appetibile la meta libica.

Molti degli italiani che si spostano nella “Quarta Sponda” non sono disposti a coltivare le poche terre fertili, ma preferiscono lavorare come operai nei cantieri pubblici o come artigiani nelle città. Neppure l’attivismo frenetico di Balbo arriva a scovare e a sfruttare i giacimenti di petrolio e gas naturale che riempiono il sottosuolo.

Il fascismo non trasforma la Libia in un generatore di ricchezza, ma la sfrutta come uno scenario per la propaganda. Poi, nel 1935, il Regio Esercito recluta anche tra i collaborazionisti libici le truppe di ascari che permettono a Mussolini di aggredire l’Etiopia, formando il proprio impero coloniale.

Storia della Libia. Foto dall'Archivio storico del Gruppo Mezaluna - Mario Menabue, fondo Massimo Bazzani

Foto dall’Archivio storico del Gruppo Mezaluna – Mario Menabue, fondo Massimo Bazzani

La fine del colonialismo italiano

La dominazione coloniale italiana in Libia termina durante la Seconda guerra mondiale. Già nel 1941 le sconfitte militari contro gli Alleati privano il Regio Esercito dell’Etiopia. Nella prima metà del 1943 le truppe britanniche e statunitensi assumono il pieno controllo del litorale mediterraneo africano, preparando lo sbarco in Sicilia. Il crollo del regime fascista provoca lo sgretolamento dell’impero coloniale.

Una storia, quella delle conquiste militari in Africa, con cui l’Italia non ha mai fatto i conti. Nell’immediato dopoguerra l’immaginario collettivo si è riempito dell’idea di un colonialismo benevolo e straccione, tanto incapace di violenze quanto abile nel costruire strade e opportunità di “civilizzazione”.

Sui campi di concentramento libici è calato dunque il silenzio. Una cortina di oblio che ha avvolto anche i “gas di Mussolini” sull’Etiopia, la strage di Debra Libanòs e i crimini di guerra commessi dagli italiani. Vicende decisamente scomode, per un Paese che cercava di proporsi sul tavolo della pace come co-belligerante degli Alleati, allontanandosi dal cono d’ombra del fascismo.

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