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Il 7 giugno 1993, ovvero 25 anni fa, moriva in un incidente automobilistico uno dei più forti giocatori europei di basket, Drazen Petrovic. La sua vita e la sua carriera s’intrecciano alle vicende dei Balcani tra la fine degli anni Ottanta e le guerre del decennio successivo.

I primi passi nel basket

Sebenico, anni Settanta, esterno giorno. Un piccoletto scalpita sul campo da basket. Quando palleggia, accarezza il pallone. Ha un tocco talmente naturale che la palla sembra fatta apposta per le sue mani, eppure due problemi lo bloccano: la tecnica di tiro e l’avversario di giornata, suo fratello Alexsandar, che come spesso accade in Croazia per brevità diventa “Aza”. Essendo più grande, sa che non deve scivolare sulle finte. Attende l’ultimo gioco di gambe e osserva il tiro, che esce sghembo dalle dita del piccoletto. Sdeng. L’ennesimo errore.

“Aza” vince ancora, ma il fratellino non smette di chiedergli nuove sfide. Sa che è solo questione di tempo. Lo incoraggiano anche papà Jovan, un poliziotto serbo di religione ortodossa, e mamma Biserka, custode della biblioteca e cattolica osservante. Nella Jugoslavia di Tito i Petrović sono una famiglia come tante: vivono esistenze modeste ma serene, senza preoccuparsi troppo delle differenze tra le lingue e le religioni.

Drazen Petrovic

Poster di fronte al Drazen Petrovic Museum. Foto di Di Jamppa4720 [CC BY-SA 3.0], da Wikimedia Commons

In campo e a scuola…

Per i Petrović il basket è più di uno sport: il piccoletto incapace di tirare, di nome Dražen, si procura addirittura le chiavi della palestra scolastica. Ogni mattina lascia la stanza molto prima delle cinque per andare ad allenarsi. Papà Jovan acconsente: sa che quel ragazzo, timido com’è, non violerà mai nessuna legge. Prima o poi magari crescerà e troverà il suo equilibrio anche fuori dalla palestra, ma intanto una passione sportiva non può che fargli bene.

Molti insegnanti che lo seguono non la pensano allo stesso modo: non vogliono che il ragazzo si perda nell’ossessione sportiva. Un giorno decidono di fermarlo: “Dražen, ma non hai nient’altro da fare nella vita? Sempre chiuso in palestra! Allarga i tuoi orizzonti!” – Gli occhi del ragazzo si accendono. Non si accorge di nulla, ma le parole gli sgorgano dalla bocca: “Là dentro c’è la mia vita.”

Fratelli cestisti: “Aza” e Drazen Petrovic

Passano gli anni e “Aza” prende la via di Zagabria. Lì firma un contratto con il Cibona, la squadra più famosa della Croazia e una delle più importanti in tutta la Jugoslavia. Il suo posto al Šibenka lo prende Dražen, che a 17 anni è già migliorato eccome. L’ormai ex-piccoletto trascina la squadra fino alla finale della Coppa Korać, persa contro il Limoges.

L’anno successivo il più giovane dei Petrović cresce ancora e “Aza” vuole che lo raggiunga al Cibona. Coach Mirko Novosel capisce di avere tra le mani due guardie strepitose. “Aza” piazza la prima stoccata, Dražen fa tutto il resto. Saccheggiano tutti i templi del basket slavo e nel 1985 vincono addirittura la Coppa dei Campioni contro il Real Madrid. L’anno successivo si ripetono contro lo Žalgiris Kaunas del grande centro Arvydas Sabonis.

A 22 anni Dražen segna più di 30 punti a partita, gioca playmaker e guardia. Tra le altre cose, chiude un match contro l’Olimpija Smelt a quota 112 punti personali. Enrico Campana, la penna più lieve del giornalismo sportivo italiano, trova per lui un soprannome perfetto per tecnica ed età: “il Mozart dei canestri”.

Nel 1988 si trasferisce al Real Madrid, firmando un contratto da quattro milioni di dollari. Anche in Spagna incanta le platee con canestri e vittorie. Nel 1989 accende la finale di Coppa Korać con 62 punti, superando la Snaidero Caserta di Oscar Schmidt. È ormai il tempo di nuove sfide: di lì a pochi mesi i berlinesi abbatteranno il muro e le maschere delle identità nazionali caleranno sui volti dei popoli slavi.

“In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA”

La sfida NBA e la fine della Jugoslavia

Nel 1989 i Portland Trail Blazers aspettano Dražen Petrović con curiosità. L’impatto, però, non è affatto dei migliori. L’allenatore, Rick Adelman, non ama i suoi palleggi e non sopporta i vuoti difensivi. Gioca poco, non è contento. Le soddisfazioni gli arrivano dalla nazionale di basket della Jugoslavia, talmente forte da dominare i Mondiali del 1990. Un po’ di nomi, oltre a quello di Petrović? Toni Kukoć, Vlade Divac, Žarko Paspalj, Željko Obradović, Zoran Savić, Velimir Perasović…

Drazen Petrovic: La nazionale jugoslava con il trofeo

La nazionale jugoslava festeggia una delle sue vittorie

Passano meno di 12 mesi e salta tutto. Nell’estate 1991 gli sloveni cominciano a far valere le loro differenze, dichiarandosi indipendenti. La Jugoslavia comincia a sfaldarsi: le identità etniche vengono sfoderate come armi di guerra. Le ferite di un passato mai del tutto elaborato riemergono, le grida di odio si confondono con l’amicizia dello sport.

La fiducia nella convivenza svanisce insieme al sogno di una grande Jugoslavia. Di chi ci si può fidare? Neanche Vlade Divac, il “fratellone” che Dražen ha trovato lungo la strada della sua carriera, è rimasto fuori dai rancori. Petrović non gli parla più, scottato da un episodio emblematico, occorso dopo una vittoria della nazionale jugoslava.

“Divac ha strappato una bandiera croata dalle mani di un nostro tifoso e l’ha oltraggiata”

Telefonate, messaggi, ricerche, contatti. Nessuna risposta. Dražen ha condiviso tutta la sua vita con Vlade, ma non accetta più la sua presenza. La vecchia Jugoslavia non esiste più; l’amicizia di un tempo gela nell’indifferenza.

Vlade Divac e Drazen Petrovic durante i Mondiali del 1990, giocati in Argentina

Vlade Divac (a sinistra) e Drazen Petrovic (a destra) durante i Mondiali del 1990, giocati in Argentina

L’ultimo anno

Dražen Petrović si trasferisce ai New Jersey Nets. Quando arriva a destinazione, nel cuore delle Meadowlands, incontra un signore corpulento, che nasconde nell’eleganza del Sud il suo orgoglio afroamericano. Si chiama Willis Reed, ed è stato un dominatore dell’NBA tra gli anni Sessanta e Settanta. Quando incrocia gli occhi di Dražen, legge la loro luce. Lo accompagna a capire il contesto degli Stati Uniti e ne esalta il talento offensivo. Petrović decolla: i suoi canestri abbattono i pregiudizi nei confronti dei giocatori europei e accendono le folle, stupite di vedere un non-americano capace di tali prodezze.

Nell’estate del 1992, alle Olimpiadi di Barcellona, Petrović porta sul podio le bandiere a scacchi della Croazia. La nazionale rappresenta uno Stato appena nato dall’esplosione della Jugoslavia e pervaso da un clima di guerra. Eppure cede solo in finale, contro il Dream Team degli Stati Uniti.

Nella stagione NBA 1992/1993 Petrović segna oltre 20 punti a partita e raggiunge i Playoffs, dove viene eliminato al primo turno. Alla fine della primavera torna quindi a giocare le partite della nazionale, impegnata in Polonia. Il 7 giugno 1993, al termine di un periodo impegnativo, la sua ragazza, la modella-cestista Klara Szalantzy, gli propone di evitare il viaggio in aereo e lo fa sedere sulla sua Golf. Dražen si addormenta nei suoi pensieri, mentre l’auto entra in Germania e un temporale inonda l’Autobahn 9. Tradito dal bagnato, un camion invade la corsia. L’impatto non lascia scampo a Dražen Petrović, che muore sul colpo a 28 anni.

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