Il 15 aprile 1945 a Festà, frazione di Marano sul Panaro, la guerra sembra finita. È domenica, quindi tanti partecipano alla messa. Visto che il presidio nazista se n’è andato da quasi dieci giorni, nella comunità si diffonde la speranza della pace. Tanti pregano perché i ragazzi partiti per combattere, o per nascondersi, tornino finalmente a casa. Quando la funzione finisce, però, arriva un colpo inatteso. Quattro bombardieri alleati scendono in picchiata, distruggono il campanile e la navata sinistra della chiesa, aprendo il fuoco dei mitragliatori sul sagrato. Nel bombardamento di Festà muoiono 33 persone, praticamente un abitante su dieci. Sette giorni dopo, all’arrivo degli Alleati, le campane non possono suonare per la Liberazione. La piazza ha ancora l’odore delle macerie e del silenzio.

Bombardamento di Festà: Una delle campane della torre di Festà

Una delle campane installate nel secondo dopoguerra sulla sommità della torre di Festà

Il bombardamento di Festà: una spina della memoria

Più passa il tempo, più il bombardamento di Festà si rivela una storia difficile e spinosa. Perché gli Alleati hanno attaccato un campanile e una chiesa a guerra ormai finita? Che bisogno avevano di colpire così duramente i civili? Da quando ho iniziato a studiare le incursioni aeree nelle Terre di Castelli, ho ricevuto domande del genere tantissime volte. Sono interrogativi tanto corretti quanto laceranti, capaci di far emergere la complessità del secondo conflitto mondiale. Una guerra in cui gli Alleati colpiscono la provincia modenese dal cielo soltanto dopo l’8 settembre 1943, quindi senza intenzioni terroristiche, eppure provocano danni enormi alle comunità. Troppo poco precisi gli strumenti e troppo urgente la necessità di cacciare i nazisti, per fermarsi di fronte a quelli che ancora oggi passano come “danni collaterali”…

Per decenni la comunità e le istituzioni di Marano sul Panaro hanno faticato ad accettare la realtà del bombardamento di Festà. Com’era possibile immaginare che le “ali della democrazia” statunitense fossero responsabili di una tale tragedia? Paradossalmente la colpa tendeva a slittare sui nazisti, “responsabili morali” dei bombardamenti per l’occupazione militare del territorio. E così le dinamiche del conflitto si perdevano tra equivoci e reticenze. Se t’interessa saperne di più su queste interpretazioni dei bombardamenti, il mio saggio Memorie sepolte è una lettura per te!

Bombardamento di Festà: Cartoline di Festà, stampate nel secondo dopoguerra

Cartoline di Festà, stampate nel secondo dopoguerra

Una commemorazione all’insegna della Public History

Da qualche anno, però, l’amministrazione comunale ha deciso di trasformare la commemorazione del bombardamento di Festà in un’occasione per approfondire la storia della guerra aerea sul territorio. A interventi istituzionali si sono succeduti eventi di Public History, pensati dal gruppo Unione Resiste per avvicinare i cittadini alle esperienze del passato. Dopo la rappresentazione teatrale Il colpo inatteso e le letture attoriali del 2017, quest’anno la torre di Festà accoglie la mostra fotografica di Annalisa Vandelli Vi lascio la pace. Nelle parole dell’autrice “passato e presente si metteranno simbolicamente a confronto, a sottolineare l’insensatezza della violenza e delle ingiustizie che pur fanno parte della dimensione umana e dall’altro lato la fondamentale ricerca della pace”.

bombardamento di Festà: Locandina con le informazioni relative alla mostra Vi lascio la pace, di Annalisa Vandelli

Locandina con le informazioni relative alla mostra Vi lascio la pace, di Annalisa Vandelli

Domenica mattina, poco prima dell’inaugurazione, avrò il compito di tracciare il collegamento tra la guerra di ieri e quelle di oggi. Per farlo, cercherò di recuperare dalle ricerche degli anni scorsi alcuni spunti. Storie di vita e memorie cariche d’umanità, come quelle di Bartolomeo Marchiorri, partigiano della classe 1924. Un ragazzo divenuto uomo molto presto e costretto a fare i conti con il dramma del bombardamento aereo. Raccogliere la sua testimonianza è stata un’emozione, quindi ho deciso di riproporvela in sintesi, adeguando la forma alle necessità del racconto, ma rispettandone la sostanza.

Il bombardamento di Festà nel racconto di Bartolomeo Marchiorri

Il mattino del 15 aprile 1945 le bombe lacerano l’aria dell’Appennino modenese. Bartolomeo sta nascosto con i compagni nelle ultime macchie di bosco. Si allontana dagli alberi, alza gli occhi e vede che una colonna di fumo nasconde il cielo della sua Festà. Teme per la famiglia. Dimenticandosi che la scelta della Resistenza lo costringe a vivere da clandestino, corre verso il borgo. Ogni respiro gli riempie i polmoni di angoscia. Arriva in vista della piazza insieme a un altro ragazzo. La vista fa paura: il campanile che ha scandito le giornate del borgo non esiste più. Le bombe sono esplose in mezzo alle donne e agli anziani, radunati in chiesa e travolti da una pioggia di ordigni mentre chiedevano al loro Dio la pace.

Fischi e sibili, scoppi e schianti, bombe e proiettili. Bartolomeo corre a casa, dove gli dicono che il padre Luigi, il fratello Albano e una delle sue sorelle non sono tornati dalla chiesa. Rabbia e paura gli esplodono nel sangue, ma l’amore per la famiglia lo spinge a scavare fra le macerie. Ovunque è polvere e puzza di bruciato. Qualcuno sta chiamando aiuto: i superstiti scavano, i giovani sopportano il dolore per salvare i loro vecchi, altri piangono la morte dei loro cari.

Il vecchio campanile e la torre della famiglia Righi Riva prima del bombardamento di Festà. Dopo la distruzione del campanile le campane sono state installate sulla sommità della torre, donata alla parrocchia. Proprio al suo interno sarà allestita la mostra fotografica Vi lascio la pace

Il vecchio campanile e la torre della famiglia Righi Riva prima del bombardamento di Festà. Dopo la distruzione del campanile le campane sono state installate sulla sommità della torre, donata alla parrocchia. Proprio al suo interno sarà allestita la mostra fotografica Vi lascio la pace

I soccorsi

All’improvviso un uomo semi-sepolto dai muri della torre dice a Bartolomeo che suo padre non ce l’ha fatta. Il suo corpo inerte giace proprio accanto a lui. Si vedono solo i capelli, sporchi di morte e di detriti, che si trovano accanto a un’altra testa senza vita. Il vivo, sepolto fino alle spalle, continua a supplicare i ragazzi di tirarlo fuori. Bartolomeo e gli altri scavano, ma il pietrisco si sbriciola sotto le loro dita. La polvere si accumula sui sassi rotti ed entra nelle narici, mentre i ricognitori continuano a sorvolare la piazza. Ogni volta che passano, i vivi si buttano a terra per evitare le raffiche di mitraglia, poi ricominciano a lavorare, finché salvano l’uomo dalle macerie.

Di lì a poco Bartolomeo scopre che anche suo fratello Albano giace senza vita sotto due metri di macerie a pochi passi dall’altare. Sua sorella, invece, respira ancora, sepolta sotto la parete della chiesa. Un detrito le ha bucato il cranio e le ha provocato un’emorragia, ma il cuore batte ancora. Bartolomeo le taglia i capelli e le pulisce la ferita con l’acqua bollente, poi cerca di fermare il flusso del sangue. Tutto questo, però, non basta, bisogna trovare un medico.

La missione

Bartolomeo è ancora costretto alla clandestinità, ma crede nella solidarietà contadina. Mentre cerca cure per la sorella, soccorre Ada Cassanelli, una ragazza di Festà. Il suo sguardo lo colpisce profondamente, gli rimane dentro. Sembra che voglia dire qualcosa di più che un semplice “grazie”. Perché non chiederle un aiuto? La casa dei Cassanelli è ancora in piedi e sarebbe perfetta per ricoverare al sicuro la sorella ferita. Ada s’impegna a tenere aperta la porta e Bartolomeo ci conta. Poi corre a prendere una scala, la trasforma in una barella e trasporta la sorella a casa Cassanelli. Ora manca solo il dottore…

Dove può andare, se l’unico medico presta servizio presso i nazisti? Per salvare la sorella, deve rischiare ed esporsi. Arriva al presidio tedesco più vicino, entra nell’ufficio e chiede che il medico vada a curare i feriti della casa Cassanelli. I militari esitano, poiché temono attacchi partigiani. Bartolomeo garantisce personalmente che lungo il percorso non ci saranno insidie né agguati. Il dottore accetta di seguirlo, raggiunge la dimora della famiglia Cassanelli e permette alle vittime del bombardamento di salvarsi, poi ritorna senza problemi alla sua base.

La valle del Panaro vista dal cimitero di Festà

Il ritorno alla vita

Sette giorni dopo il bombardamento di Festà, Bartolomeo festeggia la Liberazione con la morte del padre e del fratello nel cuore, ma ricomincia a vivere con la forza che ha imparato nei mesi della lotta.
Ogni tanto lascia il cortile per fare una passeggiata verso la cascina dei Cassanelli e vede che le sue timide visite accendono sorrisi prima accennati e poi sempre più vivi sul volto di Ada. Le puntate si fanno frequenti, gli sguardi si trasformano in parole e si caricano di simpatia, la sintonia diventa passione. L’amore sboccia sulle macerie e riempie il mondo di due ventenni cresciuti troppo in fretta. Il fidanzamento diventa matrimonio e la fattoria di un tempo è un luogo di gioia. Qualche anno dopo il nido si sposta ad Anzola nell’Emilia, ma non cambia la sua atmosfera; si colora d’argento, si riveste d’oro e raggiunge i sessantacinque anni di felicità. Bartolomeo e Ada; avvicinati dalla guerra, uniti dalla pace.

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