A volte ci chiedete se ci occupiamo solo di guerra. Ma è una domanda che ci fate solo se non avete mai partecipato a un nostro evento: parliamo di guerra per coltivare la pace.
Lo facciamo anche questa volta, augurando a tutti un Natale di pace. A modo nostro, con una storia.

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Natale di pace… nel mondo della guerra

Natale di pace. Parole che sembrano scontate, svuotate di senso. Anche nell’Europa di inizio Novecento trascorrere le feste in famiglia è un’abitudine talmente diffusa da sembrare intramontabile. Quasi nessuno immagina che quello del 1913 sarà l’ultimo Natale di Pace.

Dodici mesi dopo, i fronti della Grande Guerra attraversano il Vecchio continente come ferite aperte. Il conflitto, scatenato con l’idea che tutto sarebbe stato risolto prima dell’autunno 1914, è bloccato nel fango e nel gelo. Ogni giorno si spara, si uccide, si muore. Il 25 dicembre, però, si pensa che proprio non si può. Mentre i generali banchettano nelle retrovie, i soldati cercano una tregua. I nemici s’incontrano e si salutano, si scambiano doni e giocano a calcio. Molti iniziano a chiedersi perché continuano a combattere, dal momento che gli uni si riconoscono quasi come fratelli negli sguardi degli altri.

Questo slancio viene strozzato sul nascere. Quando gli alti comandi degli eserciti scoprono cosa sta succedendo al fronte, invocano pene severe, corti marziali e plotoni d’esecuzione. Le minacce inaspriscono gli ordini di combattere ciascuno per la propria patria e contro il nemico. Perché nel 1914 un Natale di pace è un’utopia da illusi o da sabotatori. E prima che cambino le cose, bisognerà attraversare altri tre anni di guerra.

Natale di pace. Ambulanza parcheggiata vicino all'ospedale della Streva, nell'attuale comune di Vallarsa (TN). Foto del capitano medico Vaifro Agnoli, inverno 1918.

Ambulanza parcheggiata vicino all’ospedale della Streva, nell’attuale comune di Vallarsa (TN).
Foto di Vaifro Agnoli, 1918

“Il bel giorno di Natale che tutti si desidera passarlo a casa…”

Dalla Val Lagarina (Trentino) il caporale pavese Angelo Gandini comincia così il racconto del 25 dicembre 1915 sul suo diario.

“Il bel giorno di Natale che tutti si desidera passarlo a casa, invece tutto il giorno in batteria a spettare che si schiarisca per sparare, però invece di schiarirsi si è messo a piovere. Alla sera si fece una cena tutti in compagnia, eravamo dodici, siamo stati allegri però si pensava, nelle occasioni che si troviamo a uccidersi l’un con l’altro. Pasienza verrà un’epoca che conosceremo tutti che non è questa civiltà.”

Da sette mesi il Regio Esercito italiano vive la guerra totale con la stessa incredulità che ha caratterizzato francesi, britannici, russi, tedeschi e austro-ungarici. All’inizio anche in Italia sembra riecheggiare la frase del kaiser Guglielmo II: “I nostri ragazzi torneranno a casa prima che cadano le foglie”. Di lì a poco, però, i soldati scopriranno che al fronte “si sta – come d’autunno – sugli alberi – le foglie”. Addio Natale di pace: ci vogliono carta e penna per rifugiarsi nell’intimità del silenzio, ma solo chi sa scrivere, anche poco e male, riesce a vivere questo sollievo.

Natale di pace. Comando gruppo tattico Soglio dell'Incudine, sul massiccio del Pasubio. Foto del capitano medico Vaifro Agnoli, inverno 1918

Comando gruppo tattico Soglio dell’Incudine, sul massiccio del Pasubio.
Foto di Vaifro Agnoli, 1918

“Finché attendevo al buio dissi il Rosario…”

A Fogliano Redipuglia, sulle prime propaggini del Carso, il soldato padovano Domenico Bodon si aggrappa alla fede per affrontare la solitudine, la paura e l’orrore. Quanta prossimità tra le armi e le preghiere: qualcuno invoca la vittoria, qualcuno la pace.

“Ritornato in trincea alle 7, trovai 4 compagni che mi aspettavano per dire il Rosario, se ero contento. E festeggiai nella nostra “tomba” la notte di Natale. Fui contento.”

Si prega per non passare dalla “tomba-trincea” alla fossa, per sentirsi vivi, perché tutto sembri un po’ più normale, per stare insieme. Tra i soldati d’Italia il latino delle preghiere è spesso l’unica favella condivisa, anche se non compresa. La lingua nazionale si fa strada a fatica tra i dialetti di tutta la penisola, che danno forma ai pensieri della trincea e alle speranze di tornare a casa.

Natale di pace. Cimitero militare della Streva, nell'attuale comune di Vallarsa (TN). Foto del capitano medico Vaifro Agnoli, inverno 1918

Cimitero militare della Streva, nell’attuale comune di Vallarsa (TN).
Foto di Vaifro Agnoli, 1918.

“Col dubbio d’aver mandato all’altro mondo un nemico fratello in Cristo…”

Come si uccide un essere umano? La maggior parte dei soldati, alla partenza per il fronte, non ha mai sparato addosso a un bersaglio vivente. Generali e ufficiali lavorano per allentare i freni della coscienza: dipingono il nemico come un barbaro, lo disumanizzano, affermano che ammazzarlo fa parte del proprio servizio alla patria. Alla vigilia di Natale, però, il sottotenente reggiano Alessandro Vecchiotti ricorda il quinto comandamento: per lui il “non uccidere” è un’eredità morale che continua a insinuare dubbi anche sul Monte Mrzli, non lontano da Tolmino.

“Nella giornata, giornata eccezionale, né da noi, né contro di noi sono state sparate cannonate, quindi nessuno di noi si è assiso al desco col dubbio d’aver mandato all’altro mondo un nemico fratello in Cristo; nel più prossimo desco di artiglieri nemici, possono aver mangiato con identica sicurezza.”

La sera della Vigilia a Redipuglia, nell’alto bacino dell’Isonzo, tacciono i cannoni, ma  le raffiche dei fucili non si fermano. Come si può davvero vivere un Natale di pace sul confine più conteso della Mitteleuropa? Nessuno dei contendenti vuole perdere la posta in gioco: tensioni e violenze saranno addirittura destinate a sopravvivere alla guerra mondiale.

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Per concedersi un attimo di festa, bisogna fare di necessità virtù.

“In tre bossoli nemici da 152 c’erano tre talee sul fiore degli anni…”

Quale direttore di mensa della 12^ Batteria, Alessandro Vecchiotti ha anche il compito di imbandire la tavola per il banchetto della Vigilia. Anche se fuori crepitano le raffiche dei fucili, gli ufficiali non vogliono certo rinunciare ai piaceri della buona cucina… Ma come superare le ristrettezze imposte dalla guerra?

“Il pranzo è stato lieto, il rude nostro tavolo era per questa sera coperto dalla tovaglia, e, per quanto macchiata, ben di Fiandra, con disegnetti di nodi di Salomone. Il menù di questo pasto: scaloppine al Marsala con contorno di uova sode, zabaglione con biscotti, formaggio, pesche sciroppate, marron glacés, marmellata, vermut, Chianti, Champagne, curaçao, caffè. Il tutto servito in una semplicità da Diogene di stoviglie: lo stesso piatto sul quale ci siamo serviti dell’antipasto ha fatto lodevole servizio per tutto il pranzo mediante semplici rigovernature di molliche di pane; i bicchieri e le tazzine (i bicchieri autentici di vetro, due soli, hanno fatto servizio per i capitani) le tazzine infrangibili, di ferro smaltato, hanno servito per tutti i liquidi, però fummo costretti a lavarli dei fondi del caffè con del vermut per poterci servire dello Champagne. Sette bicchierini di liquore, inopinato lusso che ci pervenne all’ultimo momento, si dovettero invece lavare con lo Champagne per passare dal curaçao al cognac. E la sala che ci ospitava nera di roccia e sacchi di terra era lietamente e sfarzosamente illuminata da una lampada a petrolio e da quattro candele nel lampadario del quale vi ho parlato nella mia ultima lettera. In tre bossoli nemici da 152 c’erano tre talee sul fiore degli anni che ho rintracciato nelle vicinanze e che ho fatto trapiantare.”

Natale di pace. Ufficiali al posto di comando Soglio dell'Incudine. Foto del capitano medico Vaifro Agnoli, inverno 1918

Ufficiali al posto di comando Soglio dell’Incudine.
Foto di Vaifro Agnoli, 1918

Tutt’altro gusto ha per Vecchiotti il pranzo natalizio. Il 26 dicembre scrive che “raccontarvi come è passato il Natale è cosa un po’ difficile.” Da buon emiliano festeggia con i tortellini, ma deve fare i conti con l’inverno del Monte Mrzli.

“Tutto il giorno è imperversato il peggior tempo che si potesse immaginare. Tanto che il pranzo a mezzogiorno è stato consumato sotto uno stillicidio continuo ed io dovevo spostare continuamente me stesso e il piatto dei tortellini per impedire che tutti e due ci annacquassimo. Ma lo stillicidio era ripartito così uniformemente che mi sono dovuto adattare a infilare il passamontagna e lasciare tranquillamente che la minestra si annacquasse.”

“Gli abbiamo dato il buon Natale!”

Un anno dopo, il 25 dicembre 1916 la guerra sembra destinata a non finire più. Nessuno dei due schieramenti vuole perdere posizioni e territori. Ma come convincere altre migliaia di uomini a continuare a sparare, uccidere e morire, anche quando ogni sforzo militare sembra inutile? Ai generali restano due scelte: inasprire la disciplina dei reparti o potenziare la propaganda contro il nemico. Sull’altopiano di Asiago il tenente romano Gaspare Lenzi sembra aderire con convinzione alle campagne anti-austriache. I segni lasciati dai bombardamenti e dall’offensiva dell’esercito austro-ungarico durante la “Spedizione punitiva” (Strafexpedition) della tarda primavera lo incitano a odiare ancora di più i nemici. Ai suoi occhi per la vendetta può essere adatta anche l’atmosfera del Natale…

“Il dopopranzo mentre noi andavamo in slitta e facevamo palle di neve sul rovescio, alcune batterie da campagna aprirono il fuoco sulle trincee austriache di M.te Rasta. Si sentivano gli austriaci urlare come dannati! Gli abbiamo dato il buon Natale!”

Natale di pace. Cannone da campagna italiano sul massiccio del Pasubio. Foto del capitano medico Vaifro Agnoli, inverno 1918

Cannone da campagna italiano sul massiccio del Pasubio.
Foto di Vaifro Agnoli, 1918

Eppure in quel Natale c’è qualcosa che non funziona a dovere. Ce lo racconta il diciottenne Oliviero Sandri, che nel 1915 è fuggito da San Giovanni in Persiceto, falsificando i documenti per fingersi di un anno più vecchio e arruolarsi volontario. Smascherato, viene rispedito a casa per qualche mese, prima di entrare legalmente nel Regio Esercito. Quando arrivano le Feste, Oliviero è da pochi giorni tenente nella città-simbolo della guerra italiana: Gorizia. Quante volte i nazionalisti, gli irredentisti e gli interventisti radicali hanno inneggiato alla sua conquista, completata nell’agosto 1916. Ma quel coro di trionfo sembra fioco nell’atmosfera stonata del Natale.

“Le feste? peuh, peuh! né bene né male; banchetti ce ne furono, sfarzo di candele e di fiori, ma insomma mancava quell’intimità che possiamo trovare solo in famiglia; tutti ci si sforzava d’esser allegri, ma c’era una stonatura; chi più chi meno si era assenti con il pensiero.”

Tre ufficiali in posa nei locali legati al Comando Soglio dell’Incudine.
A sinistra il capitano medico Vaifro Agnoli.

“Non si è sentito né un rombo di cannone, né un colpo di fucile…”

A Gorizia, nel frattempo, qualcuno rimane stupito di fronte al temporaneo silenzio delle armi. L’artigliere comasco Achille Salvatore Fontana ha soltanto 22 anni, ma capisce che il Natale e la festa di Santo Stefano gli hanno appena regalato ricordi indelebili. Nel primo momento di quiete recupera un pezzo di carta per scrivere una lettera ai genitori.

“Ecco che anche per quest’anno è passato il giorno del Santo Natale e quello di Santo Stefano, ed ora non ci rimane che un semplice, ma indimenticabile ricordo di questi cari giorni.”

Natale di pace. Donne e bambini in posa nella zona del Pasubio durante l'inverno del 1918. Foto del capitano medico Vaifro Agnoli.

Donne e bambini in posa nella zona del Pasubio durante l’inverno del 1918.
Foto del capitano medico Vaifro Agnoli

Quando tutto il mondo intorno sembra scoppiare, la semplicità di due giorni più tranquilli alimenta la speranza che la vita continui. La lettera trasmette un invito a farsi forza, cercando di rincuorare i familiari.

“Allegria e non lasciarsi invadere da nessun triste presentimento. Ricordatevi di quell’antico, ma giusto proverbio che dice: Gente allegra il ciel l’aiuta. E questo ve lo posso confermare che è vero, perché durante la mia vita al fronte ho avuto largo campo di avere delle prove.”

Negli scambi epistolari con la famiglia molti soldati cercano di infondere fiducia, tranquillità e sicurezza. Sanno bene che la censura cancella ogni traccia di “disfattismo” e distrugge i messaggi ambigui. Meglio recapitare testi che non spaventino le persone care e tengano saldo il legame parentale. Nel dialogo a distanza con i genitori il ventiduenne Fontana si scopre adulto e responsabile, ricavando dalla semplicità di una tregua momentanea il necessario per trasmettere buone notizie.

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“Una buona fortuna è già stata quella di non essere stato di guardia in trincea, né al giorno di Natale, né quello di Santo Stefano; secondo luogo, voglio dirvi che in quei giorni non si è accorti per niente che ci fosse stato guerra, non si è sentito ne un rombo di cannone, ne un colpo di fucile (cosa che non è mai capitata) si credeva che gli austriaci non sapessero osservare quella civiltà che al giorno d’oggi tutti invocano, invece anche loro avranno sentito in cuor suo il bisogno di passare quei Santi giorni un po’ in pace, in modo che non ci disturbarono per niente.”

Ancora una volta agli occhi di Fontana il nemico appare molto più umano di quanto non vogliano i luoghi comuni della propaganda. Il desiderio di fare festa, ritrovando almeno in parte le abitudini di un Natale di pace, accomuna italiani e austro-ungarici.

“Di sicuro un altro Natale in guerra non lo faremo più!”

Nella zona di Gorizia gli artiglieri del Regio Esercito festeggiano con un doppio rancio. Fontana indugia nel raccontare ai genitori uno dei pochi pasti davvero soddisfacenti. Nell’inverno del 1916, mentre la situazione alimentare dell’Italia diventa sempre più precaria, un pranzo come quello di Natale rischia di essere un evento irripetibile.

“Alla mattina appena svegliati ci diedero una tazza di caffè corretto con del Cognac; verso le ore 10, primo rancio così composto: una pagnotta (alquanto nera) mezza gavetta tra carne, patate, cucinati in umido, un pezzo di formaggio e mezzo litro di vino. Verso le ore 4 del pomeriggio secondo rancio, così composto: una gavetta di pasta al sugo (ben condita), un pezzo di cioccolata, una mela e mezzo litro di vino contenente una buona dose di Marsala. Ecco tutto il mio gran pranzo. Come vedete, non cera mica da fare una indigestione, ed anzi, mangiai tutto con buon appetito. Alla sera poi, abbiamo acceso un piccolo fuocherello qui nella nostra camera del terzo piano, ed io in compagnia di altri miei compagni abbiam bevuto allegramente, ed allo schioppettio della legna che ardeva, si brindava e cantava, inneggiando ad un presto ritorno alle nostre case.”

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Pervaso dall’ottimismo della lettera, Fontana si abbandona a uno slancio premonitore. La guerra sta sfinendo le forze in campo, dunque non può più durare a lungo. I segnali di cedimento si moltiplicano e alimentano la speranza di vivere presto un Natale di pace.

“Di sicuro un altro Natale in guerra non lo faremo più! Speriamo che l’alba che sorge al 1 Gennaio dovesse essere di conforto a tutti quanti consentono i disagi dell’orribile guerra, e con essa portare il buon augurio di una prossima «PACE».”

 

E invece… arriva l’anno più duro

Il 1917 è l’anno della svolta, ma non della pace. La Rivoluzione russa stravolge il fronte orientale, ma l’intervento degli Stati Uniti dà ossigeno alle potenze dell’Intesa. Quando la guerra sembra languire verso un nuovo inverno di logoramento, Caporetto e l’Ottobre rosso rischiano di far saltare il banco. Il Regio Esercito rischia di cedere, ma l’Impero austro-ungarico è troppo debole per assestare il colpo decisivo all’Italia. Soldati, profughi e civili stanno per vivere un altro Natale di guerra e di fame. Qualcuno, però, se la passa ancora peggio: se i cittadini austro-ungarici non hanno nulla da mangiare, che ne sarà dei prigionieri italiani? Alfonso Lucarini, soldato di Camaiore, confida al suo quaderno quella strana Vigilia nel campo.

“La mattinata prometteva bene perché principiarono, invece del consueto ottavo di pane, ne venne un quarto; sembrava di possedere tutto loro del mondo, vedendosi sulle mani quel quarto di pane del peso di trecento grammi.”

L’oro è prezioso e qualcuno lo centellina per farlo durare di più: “Certi, fu un attimo a divorarlo, altri ne tagliavano a minuti pezzettini col coltello, tenendoli in bocca, succhiandoli come si fa alle caramelle, perché mangiandoli come andavano mangiati, si terminava troppo presto di lavorare colla bocca; altri invece, si consolavano a pesarlo e ripesarlo colle solite bilance di legno per vedere quale era più grosso; insomma, sembravamo tutti in allegria quella mattina ricevendo nelle mani trecento grammi di pane.”

Natale di pace. Soldati austro-ungarici e tedeschi catturano militari italiani nelle prime fasi della battaglia di Caporetto

Soldati austro-ungarici e tedeschi catturano militari italiani nelle prime fasi della battaglia di Caporetto

I prigionieri italiani sono abbandonati al loro destino. Lo Stato Maggiore del Regio Esercito e il Governo ostacolano l’invio di viveri, rifornimenti e pacchi, poiché vedono nei militari in cattività il disonore della resa. Non considerano le difficoltà dei combattimenti e le dinamiche della loro cattura, ma sovrappongono a quelle vicende lo stereotipo del soldato che getta le armi. Ai soldati come Lucarini non resta che sperare nel buon cuore degli austro-ungarici. Almeno a Natale…

“A mezzogiorno giungono in baracca i soliti marmittoni; mi tocca di mia razione una gavetta di brodo con quattro o cinque pezzetti di carota e un pezzetto di carne della grossezza di una noce. Sembravamo tanti leoni quella mattina, tutti colla testa sopra alle gavette guardando il capo gruppo a distribuire quella misera roba. Sergente, in quella gavetta non cia messo la carne, – qui nemmeno quattro pezzetti di carota; guarda la nella mi’ gavetta cia messo un osso- , e cosa vòi, la dà a chi gli pare a lui la carne. -Di guarda quella gavetta là come è piena; – sergente distribuisci meglio.- , – Mi avete rotto i coglioni, faccio come conosco io e basta. Insomma quella mattina non ci fu un male, se non altro era un brodo che conteneva un pochino di sostanza. In giornata, otto o dieci gavette stavano sempre posate sopra la stufa a bollire ossi che venivano raccolti sul pavimento della baracca, lasciati andare dopo averli per lungo tempo tenuti in bocca e per mano succhiati fino allultimo spruzzo di carne che gli rimaneva. Alla sera un buon rancio; non si sa se fosse stato per miracolo oppure come un sogno: una gavetta per uno di carne di maiale tagliuzzata con sapore in specie di coteghino; il giorno di poi fu il medesimo. Ma fu presto lasciato e ritornati di nuovo alla solita acqua e rape.”

“In questa notte memoranda e solenne del S. Natale dell’anno 1917…”

A Sant’Andrea di Barbarana, in piena linea del Piave, il soldato di Padula Antonio Rotunno racconta i festeggiamenti dei soldati austro-ungarici. C’è qualcosa di sorprendente in quel Natale. Come nell’ormai lontano 1914 i soldati sembrano recuperare la memoria di un’origine comune, che va ben oltre l’appartenenza a uno schieramento militare: dalle trincee arriva un invito, una preghiera, che riesce a superare lo “strepito” e il “baccano”.

“O buoni italiani, lasciateci divertire tranquillamente in questa sera della vigilia di Natale! Non tirate! Non tirate alla nostra volta! Vedete? Anche le nostre batterie non tirano mica e da parecchie ore sono diventate mute! Divertitevi anche voi e buona notte!
E come per incanto, su tutta l’estensione del fronte del Piave sembra che regni la calma ed il silenzio, come se la guerra fosse cessata da lungo tempo o come se le trincee fossero vuotate o disertate dai due eserciti combattenti. Non si odono più quei soliti colpi del moschetto e del fucile che le sentinelle, di tratto in tratto, durante il proprio servizio, erano solite tirare a vuoto nel silenzio della notte, e neppure si ode più lo scoppio terribile delle granate e delle bombarde: le batterie nemiche e le nostre tacciono e tacciono sempre.”

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Perché tacciano per davvero, tuttavia, devono passare altri dieci mesi. Il 4 novembre 1918 l’Impero austro-ungarico chiede l’armistizio all’Italia e una settimana dopo la guerra si conclude con la resa della Germania. Gli equilibri della pace però si riveleranno troppo precari per resistere alla rabbia e alle ambizioni dei popoli. Ma questa è un’altra storia, fatta di errori e sentimenti che accompagnano ancora l’umanità. E che la mettono in pericolo, alimentando l’odio e coltivando le divisioni.

Proprio per questo, non è mai fuori luogo augurare, senza retorica, un vero Natale di pace.

Da dove vengono queste storie?

I diari e le lettere citati sono conservati presso l’Archivio diaristico nazionale e pubblicati su la Grande Guerra 1914-1918.

Le immagini sono tratte dalla mostra Le casse ritrovateper la gentile concessione di Fausto Corsini.

Natale di pace. Militari italiani all'uscita di una galleria, di cui si notano le strutture di sostegno. Foto del capitano medico Vaifro Agnoli, inverno 1918

Militari italiani all’uscita di una galleria, di cui si notano le strutture di sostegno.
Foto di Vaifro Agnoli, 1918

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