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Nel 1915 Alberto e Maria Angela vivono in Svizzera. Sono sposati, hanno due bambini e dell’Italia non conservano soltanto la lingua, ma anche la cittadinanza. Quando Roma entra in guerra contro l’Impero austro-ungarico, Alberto viene richiamato in patria per prendere le armi insieme agli uomini della sua classe, quella del 1878. Anche se non è più giovanissimo, il figlio più grande ha solo sei anni e la sorellina quattro. Salutare un padre e un marito è sempre difficile, ma Maria Angela e i bambini rimangono in Svizzera ad aspettarlo. Forse sperano che la guerra duri poco, o che vivere in un Paese neutrale sia meno pericoloso.

Nell’aprile del 1917, però, decidono di rientrare anche loro in Italia. Quando arrivano a Ozzano nell’Emilia, Maria Angela trova un lavoro che le permette di sfamare tre bocche, anche se “magramente”, come racconta in una lettera del settembre 1918 al Prefetto di Bologna. Gli scrive perché, dopo essere stata per un po’ malata, non riesce più a tenere lo stesso ritmo di prima. L’inverno è freddo, il cibo scarseggia, la vita è snervante e i figli crescono: ragioni più che valide per sperare di ricevere un sussidio dallo Stato, pur non essendo una profuga del Trentino o di Caporetto. Si convince a chiedere aiuto anche perché, dopo più di tre anni, suo marito è ancora impegnato nel Regio Esercito.

Il Prefetto, però, non può risolverle il problema: chi torna in Italia per seguire un soldato non è equiparabile ai profughi e non ha diritto al sussidio statale. La pratica passa sulla scrivania del sindaco di Ozzano nell’Emilia. Ma forse, per Maria Angela, il 4 novembre e la fine della guerra saranno arrivati prima della risposta.

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