Sassuolo, 24 agosto 2017, pomeriggio. Poche ore mi separano dalla “prima” di Uccidere i civili – Atlante delle stragi naziste-fasciste a Modena. Le vigilie sanno sempre di farfalle nello stomaco e determinazione, ma stavolta c’è qualcosa di più. Mentre scorro le immagini della conferenza-spettacolo, mi perdo negli sguardi delle persone che mi accingo a onorare sulla scena. I loro occhi mi ricordano l’importanza della serata, per la quale devo dire grazie all’Istituto storico di Modena e all’organizzazione della Festa dell’Unità. Raccontare la guerra totale “a casa nostra”, oggi, significa affinare lo sguardo per penetrare nel buco nero del presente. Quando la rabbia inneggia alla razza, la nostra epoca si allinea ai sentimenti e alle atmosfere degli anni Trenta. Riuscirò a mostrare che il presente è il frutto di azioni e reazioni stratificate nel tempo?

La violenza a casa nostra

Aggiungo le ultime foto alla presentazione, spengo il computer e stacco la spina. Esploro un attimo i social, sperando di non perdere la concentrazione. Bastano pochi secondi di navigazione su Facebook per aprire la strada a immagini terrificanti. La polizia esegue ordini, sgombera rifugiati e caccia richiedenti asilo già sgomberati. Colpevoli di essere lì, di essere poveri, di essere neri. Eritrei, per giunta: figli di una terra martoriata dal colonialismo fascista.

a casa nostra - vignetta sul colonialismo fascista

Vignetta satirica del periodo coloniale, che mette in evidenza il razzismo e il sessismo del fascismo italiano

Può accadere tutto questo, oggi, a casa nostra? Nell’Occidente della “civiltà”? Nell’Europa dei diritti? Nell’Italia democratica e costituzionalmente antifascista? Sì, può succedere, me ne convinco ogni giorno di più. E non è nemmeno colpa dei fascismi storici: anche loro sono sintomi, non cause scatenanti. La malattia è un “fascismo dell’anima”, un mix di sindrome machista e rabbia dei penultimi contro gli ultimi, fallocrazia e culto della violenza, banalizzazione e dita puntate contro il diverso.

L’ombra di questo “fascismo” ci seduce e ci minaccia con le armi dell’identità: “noi a casa nostra, loro a casa loro” e tutti tranquilli. Già, almeno fino a quando, dalla padella rancorosa del “noi”, scivoliamo nella brace scottante del “loro”. Come abbiamo fatto a dimenticare che i fascisti non ci difendono, ma sfruttano la guerra tra gli ultimi per favorire i primi? Sono ancora più determinato di prima. Sento il dovere civico di raccontare il tempo in cui abbiamo bombardato “casa loro” con i gas e ci siamo addentrati in un conflitto che ha devastato anche “casa nostra”. Il colonialismo sarà per un’altra volta… ma conto i minuti che mi separano dalla Sala Europa.

L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia

Arrivo alla Festa dell’Unità insieme a Paola con largo anticipo. Mangiamo pizza e paella – davvero buone – insieme a Claudio, Lorena e Marcello, poi ci raggiunge Giovanni. Sciogliere la tensione intorno a un tavolo aiuta a chiarificare i pensieri. I passi verso la Sala Europa sono un intreccio di attenzione e concentrazione, ritmo e velocità. Ma non è un gioco, tutt’altro. Mi aspettano racconti pesanti, che proiettano Modena sulla scena della guerra totale. Casa nostra nel fuoco, come casa di quasi tutti, in quell’Europa.

Claudio Silingardi, Direttore generale dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Claudio Silingardi non introduce. Il verbo sarebbe riduttivo. Il suo intervento ci conduce nella grande storia. Delinea cifre e confini, misura gli spazi e i tempi del 1943-1945. Peccato che parli solo per 15 minuti… e che, insieme a Giovanni, mi debba già avvicinare al palco… perché tutti abbiamo bisogno di coordinate per orientarci in quel periodo. E in Italia pochi sanno darle come lui anche ai non addetti ai lavori.

a casa nostra - Claudio Silingardi, Direttore generale dell'Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Claudio Silingardi, Direttore generale dell’Istituto Nazionale Ferruccio Parri

Uccidere i civili: Anderlini e Paltrinieri

Giovanni Galli ci proietta subito al 22 febbraio 1944, leggendo le parole di Adamo Pedrazzi. Manca solo una frase, alla Cronaca. Abbiamo deciso di ometterla, perché anticiperebbe troppi dettagli e non permetterebbe di scoprire l’origine di quella storia. Una vicenda che ci parla, ci coinvolge, ci fa male.

a casa nostra - Giovanni Galli legge la Cronaca di Adamo Pedrazzi

Giovanni Galli legge la Cronaca di Adamo Pedrazzi

Il “reato di solidarietà” non nasce con l’azione di chi sfida le leggi e i muri per aiutare i migranti. Questo “crimine” esiste già tra gennaio e febbraio del 1944, ma i fascisti di Salò non lo chiamano così. La Gazzetta dell’Emilia, quotidiano di Modena, definisce “mercanti della patria” Arturo Anderlini e Alfonso Paltrinieri, ritratti nelle foto dell’epoca. Uomini affermati, rispettabili, stimati. Adulti disarmati che decidono di aiutare stranieri in fuga dai campi di prigionia a oltrepassare le linee. Quei giovani fuggiaschi erano quasi sempre soldati dell’Impero britannico (quindi magari sudafricani, canadesi, indiani, australiani…).

a casa nostra - Arturo Anderlini e Alfonso Paltrinieri

Arturo Anderlini e Alfonso Paltrinieri

Arturo e Alfonso finiscono in carcere insieme al nonantolano Fortunato Cavazzoni. Stessa “colpa”, stessa cella. Restano lì circa quaranta giorni, poi il 21 febbraio si apre un processo-farsa. E la mattina del giorno dopo “una dolorosa voce si andava spargendo, creando ovunque tristizia ed accoramento. Alle ore 6:30, cioè poco più di due ore prima, erano stati fucilati al Poligono del Tiro a Segno, Arturo Anderlini ed Alfonso Paltrinieri“. Quella notte muore anche Fortunato Cavazzoni, nel mistero del carcere. Colpevole di aver accolto e aiutato nella sua casa uno “dei loro”, nemico bellico di tedeschi e fascisti.

a casa nostra - Daniel Degli Esposti racconta la vicenda di Anderlini e Paltrinieri

Daniel Degli Esposti racconta la vicenda di Anderlini e Paltrinieri

Nascondere i cadaveri: da Cibeno…

Il racconto prosegue con la strage di Monchio, Susano e Costrignano. Cosa provarono quei montanari che erano stati deportati a Fossoli tre settimane prima del 18 marzo, quando si trovarono davanti al dramma?

a casa nostra - Daniel Degli Esposti e Giovanni Galli

Inimmaginabile, indicibile, quasi disumano. Eppure, troppo umano. Proprio come il campo di Fossoli, dove nazisti e fascisti chiudono e smistano ebrei e politici. Una struttura del genere nel cuore della Prima zona partigiana modenese, la “pianura dei ribelli”? Troppo pericoloso, meglio spostarla. Già, ma anche deportare i prigionieri più consapevoli è una minaccia: se trovassero una via di fuga, ricomincerebbero la lotta.

Fossoli – 11 luglio 1944 – Ore 21 – Ultimissime! Domattina parto con Olivelli per il nord: della nostra compagnia tutti gli altri restano. Vi terrò informati di tutto: allegri e sereni. Sembra che alla partenza di stasera (siamo circa 80) ne seguiranno altre. Baci a tutti tutti: papà mamma Luigia Albertina crapini d’oro. Vi voglio tanto bene e sento che presto ci vedremo: sto avviandomi verso di voi. Pregate e siate sereni! Carlo

a casa nostra - Carlo Bianchi

Carlo Bianchi

Chissà se Carlo Bianchi, cattolico e antifascista milanese, l’11 luglio vede partire dal campo quel mezzo a motore. Gli aguzzini di Fossoli ordinano ad alcuni ebrei di salirci. Destinazione? Il poligono di tiro di Cibeno. I prigionieri con la stella gialla scavano una fossa, ma quella volta non ci finiscono dentro loro. All’alba del giorno successivo 69 politici sono condotti in tre scaglioni al poligono di Cibeno per la fucilazione. Muoiono in 67, perché due membri del secondo gruppo – Mario Fasoli ed Eugenio Jemina – riescono a fuggire.

a casa nostra - il pubblico

I politici di Fossoli non vengono uccisi per vendicare un attentato partigiano a Genova, ma per rendere meno pericoloso il trasferimento del campo verso nord. Per questo i loro corpi vengono occultati in una fossa comune. Quella violenza non va esibita: mostrare lo strazio potrebbe incendiare la lotta in tutto il carpigiano, dove tante famiglie aiutano e sostengono i partigiani.

…a Villa Martuzzi

L’estate porta in dote l’orrore di Piazza Grande, la strage di Ospitaletto e tramonta a San Giacomo Roncole, negli stessi giorni in cui sul Monte Sole calano il massacro e il silenzio. L’autunno blocca l’avanzata alleata e congela la Resistenza in un inverno tremendo. Tedeschi e fascisti ricominciano a colpire le formazioni partigiane, ingrossate dalla speranza dell’insurrezione generale. Le torture producono delazioni, la paura convince troppe persone a diventare spie. La carne e l’anima sono deboli: come si fa a essere eroi di fronte a quegli orrori? A vivere sotto le bombe? Non erano in Siria, in Iraq, in Afghanistan, in TV, su YouTube. Erano a casa nostra.

a casa nostra - La foto proiettata ritrae i cadaveri dei venti fucilati in Piazza Grande il 30 luglio 1944

La foto proiettata ritrae i cadaveri dei venti fucilati in Piazza Grande il 30 luglio 1944

Il 23 febbraio 1945 un aviatore alleato bombarda Villa Martuzzi. I comandi statunitensi sanno che è sede di un comando tedesco: non immaginano che è vuota da quasi un mese. Le SS-44848 della 16° Divisione Corazzata Reichsführer sono già in marcia verso l’Europa Orientale.

Le bombe danneggiano la villa e devastano il giardino: molti alberi giacciono smozzicati sul ciglio della collina e i contadini di Campiglio decidono di sfidare la sorte. Entrano nella corte. Prendono la legna. All’inizio di marzo uno degli improvvisati boscaioli vede che da un mucchio di terra emergono strane figure. Si avvicina. Rovista. Trasalisce. Quattordici corpi giacciono in una fossa comune.

a casa nostra - stragi naziste e fasciste in provincia di Modena - estrazione dei corpi dalle fosse comuni di villa Martuzzi

Il recupero dei cadaveri a Villa Martuzzi

Gli uomini dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea iniziano a scavare e trovano una seconda sepoltura. Altri tre cadaveri. Hanno in tasca i documenti: vengono da Guiglia. Sono gli ostaggi che i tedeschi hanno rastrellato il 23 dicembre 1944. Torturati e uccisi nella villa. Seppelliti nel buio. Riemersi per caso.

Gli ultimi mesi

L’inverno 1944-1945 è lunghissimo. La curva Cattania e il ponte di Navicello ne portano ancora i segni. Ce ne sono tanti anche a Modena, sparsi per la città. Raccontano le vendette del 19 marzo 1945: una scia di rabbia lunga un anno, saldata all’ultimo patibolo della Modena fascista. 29 marzo, piazza d’armi: i cinque fucilati testimoniano che il conflitto mondiale non può chiudersi con le campane della Liberazione. Come afferma Claudio Pavone, in quella guerra ce ne stanno dentro tre: quella patriottica, contro i tedeschi; quella civile, contro gli italiani che parteggiano per il fascismo; quella di classe, contro i padroni e i potenti, sostenuti e arricchiti dal regime.

a casa nostra - Daniel Degli Esposti indica le prime foto dei partigiani morti e dispersi, attaccate spontaneamente dai loro cari sul muro esterno della Ghirlandina

Daniel Degli Esposti indica le prime foto dei partigiani morti e dispersi, attaccate spontaneamente dai loro cari sul muro esterno della Ghirlandina

“Tutto è successo perché non ne avete voluto sapere”

Bisogna capire le violenze inerziali, scovare le spinte che portano a delinquere, scorgere le difficoltà della ricostruzione. Casa nostra, nel 1945, è un cumulo di macerie. Come abbiamo fatto a ripartire fra tensioni politiche e problemi così gravi? Domande aperte, che devono essere poste alla storia e non alla politica. Perché quest’ultima, nella sua declinazione più nobile, è la pietra angolare della Costituzione, simbolo del fronte antifascista. Frutto di battaglie ideali, scontri verbali e compromessi rivolti al futuro. Una Carta non solo da difendere, ma anche – e soprattutto – da esigere ogni giorno. Storia e memoria possono convergere nella richiesta di spiegarla, applicarla e renderla esecutiva. Non ci sarebbe modo migliore per onorare ragazzi come Giacomo Ulivi, ucciso dai fascisti a casa nostra il 10 novembre 1944.

Credetemi, la “cosa pubblica” è noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo: ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto. Se ragioniamo, il nostro interesse e quello della “cosa pubblica” finiscono per coincidere. Appunto per questo dobbiamo curarla personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Può anche bastare che, con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!

Giacomo Ulivi, Lettera agli amici, 1944

a casa nostra - Giacomo Ulivi

La foto proiettata ritrae Giacomo Ulivi

Spargi la voce!

Potrebbe interessarti anche