Domenica 19 febbraio 2017, Fiorano.

Dopo l’assaggio di primavera degli ultimi giorni, fa più freddo del previsto quando, alle 10, apriamo la saletta di Palazzo Astoria. Al calduccio, insieme agli attori dell’Accademia della Stravaganza, prendiamo gli ultimi accordi, facciamo le ultime prove. Poi una volata veloce per le vie che percorreremo durante il trekking, per controllare che sia tutto a posto, sgombro e accessibile, ed eccoci di nuovo in piazza Ciro Menotti. Un’occhiata al cielo: stamattina c’è una nebbia alta che copre il sole. Chissà se quei giorni di febbraio del 1945 erano così freddi: “Anch’io volevo scappare, ma c’era il gelo e mio padre era a letto con una grave forma d’influenza” ripassa Giacomo – alias dottor Giulio Roccavilla – con il tabarro già addosso. 

Siamo un po’ nervosi: è la prima volta che facciamo un’iniziativa simile a Fiorano. Piacerà, verrà gente, sapremo farci capire, l’abbiamo orchestrata bene? Chi verrà… resterà contento?

Poi il ritmo della giornata accelera: arrivano i giornalisti, gli amici, i parenti… e anche tante persone che non conosciamo. In un attimo il portico è pieno di gente. Subito dopo dalla chiesa parrocchiale di Fiorano arrivano i tanti che hanno seguito la messa e raggiungono il Monumento ai Caduti di tutte le guerre. I segni sul muro sono lì, accanto alla statua di Marino Quartieri, nel perimetro che fu Casa del Fascio ed è Giardino della Memoria e della Pace. La banda Flos Frugi di Fiorano suona il Silenzio. Sappiamo che tra chi assiste alla posa della ghirlanda ci sono anche i parenti delle vittime di quel 15 febbraio 1945 che oggi ricordiamo. Vogliamo ricordare, ma vogliamo anche cercare di capire. È questa la sfida che proveremo a vincere con gli strumenti della Public History. Sentiamo tutta l’importanza di quello che stiamo per fare. Le parole del sindaco Francesco Tosi e dell’assessore alla cultura Morena Silingardi rimarcano la fiducia che ci stanno accordando e sono per noi di stimolo e incoraggiamento.

Il saluto del sindaco Francesco Tosi nella commemorazione dell’eccidio di Fiorano.

Raduniamo il gruppo in piazza Ciro Menotti: abbiamo preparato del materiale, che viene dall’Archivio storico comunale, e cominciamo a distribuirlo. Le persone restano un po’ stupite, ma tutte vogliono avere tra le mani l’avviso dell’allora Commissario prefettizio e le fotografie: il tuffo nel passato riempie di fascino anche la bozza per un manifesto di divieti e una veduta da cartolina. La curiosità accende i loro occhi: qualcuno riconosce l’immagine della Casa del fascio, qualcuno se la ricorda, proprio lì, tanti anni fa. La magia è cominciata, mentre iniziamo il nostro racconto. Saliamo al Santuario e ci caliamo ancora di più negli anni delle guerre mondiali, quando qui si veniva a cercare conforto e rifugio.

Attorno a noi i testimoni silenziosi di quel tempo: villa Coccapani, la Basilica, villa Guastalla. Edifici storici che dominano la collina da centinaia di anni, che ancora ci colpiscono per la loro bellezza e che oggi facciamo “parlare” grazie alla ricostruzione storica.

A volte i documenti sembrano muti e noiosi, ma se non ci fossero, come potremmo raccontarvi queste vicende? A proposito, qualcuno ha voglia di leggere l’avviso che abbiamo consegnato all’inizio del trekking?

Per ordine del locale Comando Germanico, informo che è severamente proibito entrare nei Parchi Coccapanni [sic] e Guastalla e altre proprietà di questo Capoluogo, per abbattervi arbitrariamente piante, allo scopo di ricavarne legna da ardere. Il precitato Comando avverte che sarà fatto fuoco senza alcun preavviso su chiunque sarà trovato ad abbatere [sic] legna nei parchi sopra citati dopo il coprifuoco.

Mentre fra gli errori ortografici dei documenti si snoda il racconto, c’è chi “si ritrova”, chi ricorda e chi si stupisce, non sapeva. Da parte di tutti percepiamo molta attenzione… c’è silenzio, e già questo non è scontato, però si sente quel desiderio collettivo di comprendere che è la base di ogni slancio storico. Non esiste conoscenza senza condivisione, non c’è ricerca senza le domande che sprizzano dagli occhi di chi è affascinato da un mondo e lo vuole capire.

La Grande Guerra, il fascismo, l’odio contro gli slavi, il razzismo coloniale, l’anticamera della discriminazione, le stelle di David, i sequestri, gli scarponi militari che calcano il suolo, il rombo degli aerei, il fischio delle bombe… Le storie pesano come macigni, ma sotto il cielo del Santuario prendono vita nella semplicità del racconto. Scendiamo, ma l’incanto non si spezza: mentre camminiamo qualcuno ci affianca per chiedere un dettaglio in più… abbiamo acceso la voglia di sapere e capire.

Il trekking nella piazza del Santuario. Foto Edda Chiari.

Nuova fermata in via del Santuario: leggiamo un altro documento, un’altra storia, un altro tassello. La violenza della guerra totale non si capisce in due parole: quando un popolo si spezza, le scosse della paura si propagano e la vita cambia. Non ci basta sfiorarla, vogliamo raccontarla nella sua complessità, perché non esiste una storia sola: è l’accostamento critico dei punti di vista che rende l’idea di com’è stato essere a Fiorano e nel mondo in quell’epoca di estremi.

L’ultima tappa, nel luogo dove sorgeva la vecchia caserma dei carabinieri, proietta noi camminatori nella cartolina degli anni Trenta, poi ci blocca in un sobbalzo. Proprio lì l’11 febbraio 1945 si è verificato lo scontro a fuoco che è costato la vita a un soldato tedesco, e proprio lì gettiamo le basi per la seconda parte del nostro evento.

In questa cartolina di Fiorano negli anni Trenta, l’ex-caserma dei Carabinieri è l’edificio che compare in basso a sinistra.

Di nuovo nella saletta, comincia il recital: si susseguono le voci di allora. Voci che si contraddicono, si correggono, divergono, voci che lasciano intravedere altre possibilità, altri finali, ma anche il triste presagio di quello che invece sarà. Siamo tutti col fiato sospeso. La storia la conosciamo, eppure… in quel momento è come se fossimo catapultati nella realtà di allora. Ogni parola di Luciana, alias la dattilografa del cronista modenese Adamo Pedrazzi, ci immerge in quel passato. Ogni voce traccia un ponte tra il nostro respiro di oggi e le nostre strade di ieri: il mondo è lo stesso? La distanza che ci separa da quei giorni è svanita come d’incanto: ci sembra di essere lì, insieme a Teresa, alias Maria Bedini, mentre inseguiamo il treno dei condannati a morte. Oppure di fronte alla vecchia Casa del Fascio, dove avvertiamo vibrazioni che ci avvicinano a quel mondo, ma anche a un altro spazio.

Sì, proprio in quel momento capiamo di non essere lontani dagli squarci che lacerano il nostro tempo: il muro di Fiorano riflette le ombre delle barriere che tanti vogliono erigere contro i loro simili. Ogni sillaba degli attori e del racconto ci proietta in una realtà complessa, difficile da decifrare, con logiche nelle quali dobbiamo provare a calarci, se vogliamo davvero capire. E… se? Quando entra in scena Massimo, alias il comandante partigiano del Battaglione Nocetti, pensiamo che forse le cose potevano andare diversamente. Invece no: il finale che conosciamo arriva. E il dolore torna, ancora una volta, insieme alle parole di Dante, un partigiano in carne e ossa: il fazzoletto della Resistenza completa l’incanto di un volo attraverso il tempo, proiettando le emozioni di ieri nell’oggi della memoria.

Non è su queste note, però, che chiudiamo il nostro viaggio, perché non vogliamo aprire la porta della sala e ripiombare nella cecità di ogni giorno: certe emozioni servono solo se ci cambiano lo sguardo. Quando la storia traccia un ponte fra il passato e il presente, bisogna avere il coraggio di attraversarlo… e allora nei segni che le pallottole dei nazisti hanno lasciato sul muro di Fiorano emergono riflessi di barriere e fili spinati, pulizie di indesiderabili e guerre tra poveri. Di fronte ai nostri occhi di viaggiatori attraverso il tempo, il delirio della post-verità e l’era della rabbia si svelano per quello che sono: menzogne, cattive coscienze, plotoni d’esecuzione, sirene di guerra. Gli sguardi s’incrociano e sono lucidi: sì, possiamo dirlo, ce l’abbiamo fatta.

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