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Sport e nazismo: Matthias Sindelar contro Hitler

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Vienna, 15 marzo 1938. “Sport e nazismo” è ormai un binomio all’ordine del giorno nel mondo tedesco. Adolf Hitler marcia per le strade della città: l’Anschluss sancisce il passaggio dell’Austria al Reich nazista e proietta la svastica verso il controllo di nuove comunità tedesche. Migliaia di persone salutano il Führer, ma un cittadino illustre rimane nell’ombra: si chiama Matthias Sindelar e ha danzato per anni negli stadi d’Europa con le sue movenze di carta velina. È una stella del calcio, ma è destinato a diventare il simbolo del mondo travolto dalla svastica.

L’infanzia: l’Impero asburgico e la Prima guerra mondiale

Matthias, in realtà, si chiama Matěj Šindelář ed è figlio di un’Europa che, alla fine degli anni Trenta, non esiste più. È nato il 10 febbraio 1903 a Kozlov, un piccolo angolo della Moravia al confine con la Slovacchia: in quell’epoca, quello scampolo d’Europa fa parte dell’Impero asburgico e gravita intorno alla Vienna di Sigmund Freud. Nel 1906, suo padre Jan trova un antidoto alla povertà in uno dei numerosi cantieri austriaci e si trasferisce insieme alla famiglia in uno dei quartieri-simbolo della realtà multietnica dell’Impero, il Favoriten. Matěj non perde la sua identità di moravo, ma accetta di farsi chiamare Matthias. Passa le giornate insieme ad amici boemi, magiari, austriaci e slavi, inseguendo un pallone di stracci in un fazzoletto di ghiaia e polvere che condensa la varietà della Mitteleuropa.

Il football, un’arte che i mercanti inglesi di fine Ottocento hanno portato a Vienna, lo ispira anche quando suo padre deve lasciare i cantieri per le trincee della Grande Guerra: leggero come sui campi di gioco, Matthias conserva la speranza di riabbracciarlo, ma papà Jan muore nelle «tempeste d’acciaio» del Carso. Nell’Austria del 1917, una lavandaia come mamma Marie non può mantenere una famiglia con il suo reddito: a quattordici anni Matthias deve lavorare in officina per guadagnarsi il pane e aiutare i suoi cari. Il calcio, però, rimane la passione della sua vita.

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1915. Il principe Carlo d’Austria-Ungheria visita un reparto di soldati bosniaci, impegnati sul fronte italiano: anche l’esercito imperiale asburgico è multietnico.

In un giorno del 1918, mentre le crepe dell’Impero asburgico diventano sempre più profonde, sta giocando sulla ghiaia del Favoriten e mister Weimann, l’allenatore di una squadra giovanile, si accorge di come danza con il pallone tra i piedi. È lieve come la carta velina, si muove come un foglio accarezzato dal vento e sfugge a tutti i contrasti. Il mister lo chiama a sé, lo mette in squadra e lo propone al calcio austriaco: in pochi anni, Matthias si prende la scena sportiva del Paese e l’immagine della carta velina gli regala il soprannome, Papierene. Il suo gioco incarna lo spirito della socialdemocrazia austriaca degli anni Venti: si muove fra il centrocampo e l’attacco, è brillante e inventa movimenti con una tecnica molto avanzata. Le sue azioni richiamano i pensieri di una generazione di politici, intellettuali e filosofi che vedono nella Vienna post-asburgica la capitale di un mondo nuovo: e se la perdita dell’Impero non fosse una catastrofe? Se gli austriaci costruissero una società più giusta e vicina ai bisogni della gente?

La carriera calcistica

Nelle strade e nei caffè di Vienna, la disfatta del 1918 non oscura le speranze del progresso. Anche la medicina spalanca pensieri positivi: nel 1923 Sindelar si rompe un menisco cadendo in una piscina vuota, ma il dottor Hans Spitzy, un luminare della chirurgia, gli ricostruisce il ginocchio, salvandogli la carriera. Papierene si trasferisce all’Amateure Wien, che cambia ben presto il nome in Austria: la squadra si rinforza, domina il campionato e diventa una delle corazzate della Mitropa Cup, il trofeo che mette di fronte i migliori club dell’Europa centrale.

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Ritratto fotografico di Matthias Sindelar con la divisa della nazionale austriaca.

Sindelar è l’emblema delle contraddizioni austriache: in una cultura calcistica che predilige la fisicità e la solidità, domina le partite con l’estetica. Non tutti, però, lo capiscono: nel 1926, dopo una disfatta contro la Germania, il Commissario Tecnico della nazionale Hugo Meisl lo accusa di impugnare il fioretto quando serve la sciabola. Papierene viene epurato, ma per far nascere il Wunderteam austriaco, la “squadra delle meraviglie”, c’è di nuovo bisogno del suo talento. All’inizio degli anni Trenta, Vienna dimentica il significato delle sconfitte calcistiche: la nazionale perde solo il match contro i maestri inglesi, ma Sindelar toglie il fiato al pubblico con un goal magico.

Visto che i britannici non accettano di sfidare le altre nazionali ai Mondiali, l’Austria diventa la favorita d’obbligo per l’edizione del 1934. In quell’anno la Coppa Rimet si gioca nell’Italia di Mussolini: il Duce è amico del presidente austriaco, il clerico-fascista Engelbert Dollfuss, ma non ha nessuna intenzione di lasciare ad altri il palcoscenico che aveva conquistato per dare lustro alla sua «nazione sportiva». Nella semifinale di Milano, gli «Azzurri» di Vittorio Pozzo si trovano di fronte il Wunderteam austriaco; la sera prima del match, l’arbitro riceve un invito a cena da Mussolini, che gli offre le prelibatezze del Bel Paese e gli elargisce qualche “consiglio” operativo. Da simpatizzante socialista, Sindelar si aspetta un clima ostile, ma la sua fantasia non immagina neppure lontanamente ciò che sta per accadere. Italia-Austria non è una partita di calcio: la dubbia rete di Guaita porta in vantaggio gli «Azzurri», le giocate violente di Monti mettono fuori combattimento i talenti avversari e le intimidazioni dei padroni di casa mandano in archivio la contesa sull’1-0. Il Duce “trascina” la sua nazionale in Finale e, pochi giorni dopo, celebra la vittoria della Coppa Rimet in un’atmosfera di festa: all’orizzonte, però, si addensano nubi nere.

sport e nazismo nazionale italiana di calcio 1934

La nazionale italiana festeggia la vittoria nella Coppa Rimet 1934: è il tripudio dello sport fascista.

Verso l’Anschluss

Sindelar sente che la gioia dei campi è offuscata da qualcosa di minaccioso: da qualche tempo condivide la sua vita con Camilla Castagnola, una ragazza milanese che ha conosciuto nell’ospedale in cui è finito subito dopo i fallacci della semifinale mondiale. Papierene continua a dominare l’Europa con l’Austria Vienna, ma capisce che il suo mondo è appeso a un filo. Dalla vicina Berlino, Adolf Hitler vaneggia la costruzione di un nuovo Reich per tutti i tedeschi: fra il 15 marzo e il 10 aprile 1938, l’Anschluss trasforma le parole in fatti, sancendo l’ingresso dell’Austria nel grande Impero tedesco.

sport e nazismo adunata a Vienna

15 marzo 1938: Adolf Hitler annuncia l’Anschluss nella Heldenplatz di Vienna. Bundesarchiv, Bild 183-1987-0922-500.

Sport e nazismo sono costretti a convivere. I collaboratori del Führer pretendono che le grandi stelle del Wunderteam confluiscano immediatamente nella Wehrmacht del football. Per suggellare l’amicizia fra i due popoli, i gerarchi nazisti organizzano l’Anschlusspiel, la “Partita della riunificazione”: il 3 aprile 1938, una settimana prima del plebiscito che ratificherà l’annessione, le due nazionali si affrontano per celebrare la gloria della grande Germania. Sindelar, però, non vuole spartire nulla con Hitler e i suoi volenterosi carnefici: prima di entrare in campo, si sincera che la squadra austriaca indossi una maglia rossa e dei pantaloncini bianchi, per far brillare la vecchia bandiera del Paese. Quando si allaccia le scarpette, ha già in mente la sceneggiatura del match e sa che il campo gli darà ragione: finisce 2-0 per l’Austria e i gerarchi tengono negli occhi l’esultanza di Papierene dopo il goal del vantaggio. La sua gioia è la stessa che anima Karl Sesta, l’uomo del 2-0: hanno vinto il match del campo, ma si sentono sconfitti dalla Storia.

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Il 10 aprile 1938 l’Austria è chiamata al voto per il plebiscito: sì o no all’Anschluss? La scheda elettorale dà un suggerimento agli elettori…

Sport e nazismo, appunto. Quando Michael Schwarz – il presidente dell’Austria Vienna – viene rimosso dal suo incarico poiché deve portare una stella di David sulla giacca, Sindelar gli rivolge un pensiero commosso: «Il nuovo führer dell’Austria Vienna ci ha proibito di salutarla, ma io vorrò sempre dirle buongiorno ogni volta che avrò la fortuna di incontrarla». Papierene sa che il nuovo ordine nazista non accetta gli ebrei, ma non vuole arrendersi all’evidenza del razzismo. Dopo tutto, anche lui è in una posizione scomoda: è un simpatizzante socialista e la sua donna, Camilla Castagnola, non è soltanto straniera. È un’ebrea. Alla fine del 1938 molti iniziano a sospettare che anche la famiglia Sindelar abbia origini giudaiche: agli occhi dei nazisti, Papierene deve diventare un paria, incapace di autodeterminarsi e costretto ad assecondare le dinamiche del potere.

Matthias si ritira, ma per dare un’altra dimostrazione del suo carattere, saluta il mondo del calcio con un goal a un’altra squadra tedesca. Dopo più di quindici anni, torna a essere un semplice cittadino, ma non riesce a essere un uomo normale: la sua relazione con un’italiana ebrea turba gli equilibri morali dell’Austria antisemita. Ha solo 35 anni, ma si sente vecchio: la sua vita appartiene a un’altra epoca, è costruita a immagine e somiglianza della Vienna degli anni Venti.

La fine

Quando smette di giocare, Sindelar scivola nell’anticamera del male che attanaglia il Ventesimo secolo: la depressione. Non si consuma per la noia, ma per il dolore di non essere più sé stesso: non vede alcuna possibilità di fermare l’abominio che si dipana intorno ai suoi occhi. Rischia di perdere la sua donna e non vuole vedere il giorno in cui la svastica gliela porterà via.

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Adolf Hitler mentre torna in Austria nel 1939.

Nella serata del 22 gennaio 1939 raggiunge Camilla ed entra con lei in casa. Si fermano un attimo, poi vanno in camera a dormire: i loro polmoni si riempiono di monossido di carbonio, avvolti dalla “morte bianca”. Nessuno ha mai saputo che cosa abbia fatto sprigionare i vapori fatali nell’ambiente: molti credono che Papierene non avesse retto il peso della sua melanconia, altri pensano a un attentato delle camicie brune, ma le autorità accettano la versione che attribuisce la fuga del gas a un guasto tecnico. La morte del più grande giocatore della storia del calcio austriaco è accaduta per colpa di un incidente? I suoi vecchi amici sanno che solo quella strada può garantire a Sindelar un funerale degno della sua gloria, poiché nella Vienna del 1939 nessuno accetterebbe di onorare un socialista morto suicida.

L’omaggio della gente non dipana il mistero che avvolge la sua morte, custodito da un angolo oscuro dell’Austria nazista. In fondo, però, l’atmosfera che lo ha soffocato è la stessa che, pochi anni dopo, avrebbe annientato più di sei milioni di ebrei e diversi altri oppositori politici, omosessuali, Testimoni di Geova, sinti, rom, vagabondi e reietti nei lager. Anche per questo, il Giorno della Memoria lascia intravedere in controluce la sagoma delicata di Matthias Sindelar. Che la terra ti sia lieve, Papierene.

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