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Una storia del basket dagli anni Sessanta: Oscar Robertson e il razzismo nello sport

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Mentre il mondo fatica ancora a fare i conti con gli squilibri portati dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, non sono soltanto le uccisioni degli afroamericani ai posti di blocco, il risveglio del razzismo e la riscossa delle lobby dei combustibili fossili a riportare indietro le lancette del tempo americano. Sui parquet dell’NBA, Russell Westbrook sta scrivendo la storia del basket: la guardia degli Oklahoma City Thunder ha concluso tre stagioni consecutive con almeno 20 punti, 10 rimbalzi e 10 assist a partita.

Un’impresa statistica del genere ha un unico precedente: negli anni Sessanta Oscar Robertson era riuscito a completare una sola stagione con medie da “tripla doppia”. La storia di questo campione, ormai ottuagenario, è una chiave per comprendere un periodo decisivo nella storia degli Stati Uniti d’America. Nelle prossime righe la ripercorreremo insieme, tenendo presente un aspetto molto importante: le storie sportive non sono solo entertainment. Se le analizziamo da una prospettiva attenta agli sviluppi culturali, ci accorgiamo che sui campi di gioco traspaiono le strutture delle società che li costruiscono.

Il razzismo ieri e oggi: il Sud degli Stati Uniti

Razzismo nello sport. Disegno di Edward Williams Clay, che rappresenta Jim Crow, un personaggio inventato per schernire gli afroamericani.

Disegno di Edward Williams Clay, che rappresenta Jim Crow, un personaggio inventato per schernire gli afroamericani.

Charlotte, Tennessee, 24 novembre 1938. Mazell e Bailey Robertson dimenticano per qualche ora l’insostenibile pesantezza dell’essere neri nel Sud degli Stati Uniti: stanno per mettere al mondo un bambino destinato a scrivere la storia dello sport. Lo chiamano Oscar, ma non sanno che, vent’anni dopo, sarà semplicemente The Big O. Nell’America dei tardi anni Cinquanta e delle battaglie per i diritti civili, quella lettera “O” maiuscola era molto più di un’iniziale: era un cerchio perfetto.

Oscar Robertson incarnava nel suo corpo e nel suo gioco la potenza della pittura e la leggerezza della poesia, ma gli afroamericani avevano ben poche chances di emergere, negli Stati Uniti degli anni Quaranta; nel Tennessee la loro esistenza diventava quasi impossibile. Papà Mazell non voleva che i suoi figli restassero segnati dalla cicatrice che il razzismo aveva impresso sui corpi dei suoi antenati; prese la famiglia, lasciò Charlotte e si trasferì al Nord. Si fermò a Indianapolis per cercare lavoro, ma anche lì trovò una realtà molto dura; il Ku Klux Klan non era forte come nel Tennessee, ma la povertà e la segregazione razziale impregnavano la quotidianità dei neri. I Robertson si stabilirono in uno dei peggiori quartieri di Indianapolis e continuarono a lottare contro gli stenti di ogni giorno.

Nasce un campione di basket americano…

Nel frattempo, il piccolo Oscar si divertiva a lanciare palline da tennis e grumi di carta in un cesto di pesche che aveva trovato nella sua cantina. Quel gesto, che aveva visto praticare dagli amici del quartiere, lo divertiva molto: anche se era troppo povero per possedere un pallone vero, aveva capito che il basketball era fatto apposta per lui.

Quando arrivò alla Crispus Attucks High School, entrò subito nella squadra dell’Istituto e seguì i consigli di coach Ray Crowe: il suo primo allenatore lo educò al gioco e gli insegnò con grande attenzione i fondamentali, poiché pensava che il suo fisico fosse molto adatto per ricevere la sapienza tecnica dei maestri. Si sbagliava: il corpo di Oscar era perfetto. Negli ultimi due anni di liceo, si abbatté come una furia sullo Stato dell’Indiana: concluse la sua terza stagione con un bilancio di 31 vittorie e una sola sconfitta, portando la sua scuola al titolo nazionale.

Anche se Robertson non era stato il primo grande atleta a dominare una competizione scolastica, il suo trionfo era molto più di una semplice impresa sportiva: nella Indianapolis degli anni Cinquanta, gli afroamericani non potevano frequentare le scuole dei bianchi. I loro istituti erano poveri e faticavano a organizzare squadre per le competizioni agonistiche: i costi per la gestione degli impianti di gioco e per le trasferte erano troppo elevati per i loro bilanci. Oscar e i suoi compagni misero a frutto gli sforzi della Crispus Attucks High School e mostrarono al mondo che il talento di un gruppo di neri era riuscito a colmare il gap economico con i bianchi per vincere un torneo importante. Undici anni prima dell’impresa di Texas Western University, immortalata nel film Glory Road, una squadra composta da cinque afroamericani sbaragliò la concorrenza dei licei più ricchi dell’Indiana.

Nel torneo successivo, le aspettative della scuola erano altissime: come avrebbero potuto migliorare i risultati incredibili del 1955? Bastava chiudere l’anno senza sconfitte! Detto, fatto. Crispus Attucks fece registrare un record di 31-0 e festeggiò il secondo titolo consecutivo fuori dalla città: le autorità di Indianapolis non consentirono, infatti, a un gruppo di afroamericani di celebrare un trionfo lungo le strade, poiché temevano che il corteo si sarebbe trasformato in un palcoscenico per le rivendicazioni sui diritti civili.

… anche contro il razzismo

Razzismo nello sport. Georgia: tre bambini indossano l'uniforme bianca del Ku Klux Klan insieme al Dr. Samuel Green, Grand Dragon dell'organizzazione.

Georgia: tre bambini indossano l’uniforme bianca del Ku Klux Klan insieme al Dr. Samuel Green, Grand Dragon dell’organizzazione.

Il giovane Oscar Robertson non dimenticò quell’onta: terminati gli studi liceali, si trasferì a Cincinnati e riscrisse la storia della pallacanestro universitaria, il college basketball. Nei suoi tre anni con la squadra dell’ateneo, i Bearcats, vinse per tre volte il titolo di capo-cannoniere del Torneo NCAA, infranse 14 primati nazionali e fece registrare un bilancio di 79 successi e 9 sconfitte. In ogni partita, però, decine di spettatori lo attendevano al varco e lo bersagliavano con i peggiori insulti possibili. Alla vigilia e al termine di ogni trasferta, gli esponenti più in vista delle sezioni vicine del Ku Klux Klan gli recapitavano minacce di ogni genere e cercavano di intimidirlo in tutti i modi.

Oscar non si scomponeva; andava avanti, giocava, tritava gli avversari. I suoi numeri personali non gli regalarono, tuttavia, la gioia più grande: Cincinnati raggiunse per due volte le Final Four, ma non riuscì a portare a casa il titolo di campione NCAA. Con questo grande rimpianto, Robertson partì per Roma: alle Olimpiadi del 1960 mise in mostra il suo gioco completo e sbalordì il pubblico; insieme a Jerry West e a Walt Bellamy, formò un trio esplosivo, che travolse tutte le nazionali avversarie e conquistò la medaglia d’oro con facilità.

Razzismo nello sport. Il match fra Stati Uniti e Ungheria alle Olimpiadi di Roma 1960.

Il match fra Stati Uniti e Ungheria alle Olimpiadi di Roma 1960.

La carriera nell’NBA e l’America degli anni Sessanta

Razzismo nello sport. Oscar Robertson con la maglia dei Milwaukee Bucks, con cui ha vinto il titolo NBA 1970/1971.

Oscar Robertson con la maglia dei Milwaukee Bucks, con cui ha vinto il titolo NBA 1970/1971.

Dopo il trionfo romano, Oscar Robertson entrò nella NBA: i Cincinnati Royals lo scelsero grazie a un diritto di prelazione territoriale, poiché The Big O aveva frequentato un college del loro Stato. Alla firma del contratto, gli diedero 33.000 dollari: Oscar superò i fantasmi della povertà e dimostrò al suo presidente che quella spesa era stata la migliore della sua vita. Nei primi quattro anni della sua carriera NBA, segnò oltre 30 punti, catturò più di 10 rimbalzi e distribuì altrettanti assist a partita. Una guardia di 195 centimetri e 100 chilogrammi, che costruiva il gioco per i compagni, massacrava le retine a suon di canestri e puliva i tabelloni come un pivot in un’epoca in cui i criteri di assegnazione degli assist erano molto più rigidi e nella quale il tiro da tre punti non esisteva.

Un precursore. Un cestista che, nei tempi delle radio e delle cronache giornalistiche, anticipò i movimenti che i suoi eredi avrebbero reso illustri attraverso il tubo catodico. Un uomo che, in un’era dominata dai proprietari, accettò di presiedere l’Associazione dei Giocatori, vinse un’importantissima battaglia legale contro le squadre e pose le basi economiche della NBA di oggi.

Perché non lo conosciamo?

La storia di questa leggenda, tuttavia, non ha mai avuto grossa risonanza al di fuori degli Stati Uniti per due motivi: innanzi tutto, le sue imprese sono andate in scena in un’epoca troppo lontana dalla ribalta mediatica che avrebbe accompagnato le epopee di “Magic” Johnson e Larry Bird; poi, Oscar Robertson giocò in un decennio che fu dominato da altre due superstar, Bill Russell e Wilt Chamberlain. Il secondo oscurò in parte le cifre di Robertson, poiché mise a segno altri record imbattibili, come i 100 punti in una singola partita; il primo, nelle sue tredici stagioni da professionista, regalò ai Boston Celtics di Red Auerbach undici titoli NBA. Oscar dovette attendere il trasferimento a Milwaukee e l’arrivo di Lewis Alcindor, poi diventato Kareem Abdul Jabbar, per conquistare il suo unico anello di campione.

Razzismo nello sport. Mercoledì 28 agosto 1963 oltre 200.000 persone parteciparono alla Marcia su Washington per il lavoro e la libertà, chiusa dal discorso di Martin Luther King jr. "I have a dream".

Mercoledì 28 agosto 1963 oltre 200.000 persone parteciparono alla Marcia su Washington per il lavoro e la libertà, chiusa dal discorso di Martin Luther King jr. “I have a dream”.

La storia dello sport americano non ha mai rinunciato a una selezione basata sul palmarès dei suoi protagonisti: per questo motivo, alcuni personaggi sono rimasti in seconda fila e sono stati oscurati dai trionfi delle stelle più vincenti. I meccanismi della memoria non hanno reso giustizia alle imprese di Oscar Robertson, ma il suo contributo per la nascita della pallacanestro moderna è evidente. Se il basket del Terzo Millennio è diventato un gioco globale, nel quale gli atleti neri possono eccellere, le radici della sua crescita affondano nelle contraddizioni degli anni Sessanta. Furono le lotte per la conquista dei diritti civili e la determinazione di concepire un sistema sociale più aperto ad alimentare le leggende sportive delle stelle nere. Perché ogni memoria ha bisogno di simboli, e nessuno, nemmeno la storia, può permettersi di trascurarli.

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[Post aggiornato il 1 luglio 2019]

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